La censura di Avetrana – Forse siamo a Hollywood
A pochissimi giorni dall’annunciata uscita in piattaforma (prevista per il 25 ottobre), Avetrana – Qui non è Hollywood, la serie Disney+ incentrata sull’omicidio di Sarah Scazzi, è diventata essa stessa un caso di cronaca. Il giudice della sezione civile del Tribunale di Taranto, Antonio Attanasio, ha accolto il ricorso d’urgenza presentato in precedenza dal sindaco di Avetrana Antonio Iazzi. Il suo intento era quello di sospendere la messa in onda per visionare la serie in anteprima e poter così “appurare se l’associazione del nome della cittadina all’adattamento cinematografico possa suscitare una portata diffamatoria rappresentandola quale comunità ignorante, retrograda, omertosa, eventualmente dedita alla commissione di crimini efferati di tale portata, contrariamente alla realtà”.
L’udienza arriverà solo il 5 novembre, ma per il momento la serie, che in questi giorni era stata presentata anche alla diciannovesima Festa del Cinema di Roma, rimane nell’oblio più totale, vittima dell’ultima tappa di un lungo circo mediatico che ha circondato fin dagli inizi la cittadina di Avetrana.
Non è chiaro quali siano le ragioni specifiche della sentenza che ha portato alla censura (perché, in fondo, di questo stiamo parlando), ma è molto probabile che queste risiedano nella speranza di proteggere l’immagine di Avetrana che, nonostante siano passati quattordici anni dal caso, continua a risultare agli occhi dell’immaginario collettivo inscindibile da quella crudele violenza.
La scelta di inserire nel titolo il nome della cittadina (il libro da cui è tratta la serie si intitola Sarah. La ragazza di Avetrana di Carmine Gazzani e Flavia Piccinni, che però era già stato scelto per una docuserie Sky) comporta, come effetto collaterale per la serie ma primario per il comune, una pressoché totale ostruzione di risultati di ricerca su Google. L’omicidio può essere una postilla nella pagina Wikipedia di Avetrana, ma per il resto deve essere dimenticato per poter andare avanti. È molto probabile, se non sicuro, che con un altro titolo la serie non avrebbe mai ricevuto un backlash simile.

Avetrana – Qui non è Hollywood tuttavia non è una novità nella produzione italiana o mondiale, nell’ultimo decennio il true-crime è diventato una delle colonne portanti della produzione specialmente seriale. Non sono mai mancate nemmeno le polemiche da parte di chi vede ogni nuova narrazione di un caso di cronaca nera come spettacolarizzazione della morte e del dolore. Nelle ultime settimane era successo (giustamente) al nuovo capitolo della serie antologica Monsters di Ryan Murphy e Ian Brennan, dedicata alla storia di Lyle ed Erik Menendez. Quest’ultimo, ancora in carcere per l’uccisione dei genitori dopo anni di abusi, criticava aspramente la serie in quanto “portatrice di una terribile narrazione attraverso dei vili e terrificanti ritratti di lui e Lyle”.
Per tornare in Italia, l’anno scorso la Rai dedicò una serie al caso Claps, un’altra delle pagine forse più cupe della storia italiana, e Gildo, il fratello maggiore di Elisa coinvolto attivamente nella produzione, disse di aver visto tutte le sue puntate e, per quanto fosse sconvolgente rivivere quegli anni difficili, era stato “diverso rispetto ai tanti docufilm e alle interviste, perché una fiction cambia la prospettiva” e tutti i suoi timori riguardo alla possibilità di banalizzazione erano stati fugati”.
La polemica rivolta ad Avetrana – Qui non è Hollywood però non è stata rivolta, perlomeno nel momento in cui è stato scritto questo articolo, da familiari della vittima, ma piuttosto dalla cittadina che è stata teatro di quei crimini. Cosa c’è di vero nelle parole del sindaco Antonio Iazzi vedendo la serie? Più che apparire come “una comunità ignorante, retrograda, omertosa”, Avetrana è rappresentata, come è facile intuire anche dal titolo (che riprende un graffito situato a pochi metri da Casa Misseri), come un set cinematografico.

Dai pulmini che accompagnano frotte di turisti in giro per tutti i luoghi clou tra i quali lo stesso pozzo dove è stato ritrovato il cadavere ai giornalisti avvoltoi speranzosi di catturare delle lacrime in esclusiva, ogni angolo della cittadina è ripreso e ogni passante intervistato. Il caso Scazzi è stato uno spartiacque in Italia per la rappresentazione mediatica della morte. All’improvviso diventava lecito riprendere una madre mentre scopriva in diretta a Chi l’ha visto? della morte di sua figlia oppure ricreare con un attore un interrogatorio determinante nelle indagini. Solo tre settimane dopo il ritrovamento del corpo, l’allora sindaco emanò un’ordinanza per limitare l’attività delle reti televisive e, l’anno successivo arrivò il divieto di sosta attorno a Casa Misseri, in occasione della scarcerazione di Michele Misseri.
Nella serie firmata da Pippo Mezzapesa i media fungono per lo più da cornice del racconto che da focus del racconto. La stampa è incarnata dalla giornalista Daniela, interpretata da Anna Ferzetti: non un personaggio specifico, ma una parte “sana” di morbosa macchina da scoop. Nelle interviste con i familiari di Sarah si impone per ottenere la verità, quando capisce però di aver raggiunto un punto di non ritorno fa un necessario e saggio passo indietro.
L’ingerenza mediatica è particolarmente forte nel primo episodio che fa la scelta comprensibile ma al contempo controversa di dare voce alle pagine dei diari segreti tenuti da Sarah Scazzi, seguendola nelle ultime ore prima della morte. Se da un lato l’operazione è un tentativo di rendere anche lei un agente attivo nel racconto, dall’altro è l’ennesima trivializzazione di una sfera privata che sarebbe dovuta rimanere tale e non finire oggetto di mero e facile gossip.

Avetrana nella serie non è mai vista come una vera cittadina, i cittadini sono un pubblico non omertoso ma semplicemente ignaro di quello che poteva succedere all’interno di due famiglie, su cui appunto il racconto preferisce di gran lunga concentrarsi. Aderente a fonti ufficiali e documenti giudiziari come specificato dal disclaimer iniziale, Avetrana – Qui non è Hollywood è figlia dell’ossessione per il true crime nella società attuale, che è figlia a sua volta, forse in modo accidentale, di quel disperato circo mediatico che ha colpito la cittadina pugliese ai tempi. Non ha la pretesa di offrire nuovi punti di vista su un caso dove si è già detto e raccontato tutto il possibile.
Un ipotetico stop alla serie poteva avvenire in fase produttiva (difatti è pure stata girata nella stessa provincia di Taranto a pochi chilometri da Avetrana) e non a così pochi giorni dall’uscita in piattaforma. Il passaggio per vie legali ha finito solo per riaccendere l’attenzione relativa al titolo, che stava passando quasi in sordina, e, a prescindere dall’esito del processo del 5 novembre, il passaparola sarà forse più letale per l’immagine della cittadina che una semplice serie su Disney+.
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[…] completamente riuscita, va comunque riconosciuto a questa serie il merito di inserirsi in un panorama di prodotti audiovisivi true crime che, negli ultimi anni, hanno tentato di alzare l’asticella di questo genere in Italia, […]