Saturday Night – Lessico famigliare | RoFF19
Jason Reitman ha sempre espresso un particolare interesse per le dinamiche conflittuali all’interno della famiglia. Questo accadeva sin dall’eccentricità di Juno, nell’ormai lontano 2007. Fu proprio grazie alla sua opera seconda, e al grande successo riscosso nel circuito del cinema indipendente statunitense, che il regista riuscì a ottenere una posizione di autore all’interno del più celebre spettacolo comico della televisione americana: il Saturday Night Live.
L’entusiasmo per il ruolo, probabilmente, andava ben oltre l’opportunità di carriera. Il padre Ivan era stato il produttore di Animal House, Ghostbusters, e Groundhog Day. Pellicole che hanno ridefinito l’orizzonte della commedia americana, i cui protagonisti (John Belushi, Dan Akroyd, Bill Murray) avevano fatto partire le loro carriere proprio dal SNL. L’esperienza di Jason Reitman, quindi, ha tutta l’apparenza di un cerchio che si chiude. Per questo Saturday Night, il racconto delle due ore precedenti alla messa in onda del primo episodio del SNL, pare andare oltre al semplice omaggio a un mondo e un’epoca della comicità, ma si inserisce perfettamente in uno specifico percorso autoriale.

Saturday Night è prima di tutto, e non a caso, il racconto della formazione di una grande famiglia, con tutto il caos che ne consegue. Reitman costruisce attorno al personaggio di Lorne Micheals, interpretato da Gabriel LaBelle, la figura di un pater familias che si prende cura di un gruppo profondamente geniale, ma immaturo, di comici e autori, difendendolo dai “pericoli” del mondo esterno (i produttori della NBC, le vecchie personalità televisive), e cercando allo stesso tempo di realizzare la propria visione. Il film è una storia di amore paterno immerso in un fiume di ansia e problemi.

Sin dall’inizio, infatti, veniamo catapultati in un mondo fuori controllo. La camera a mano avanza in lunghi piani sequenza in cui la sua direzione cambia all’improvviso, violentemente. I corridoi dello studio sono stretti, affollati, quasi claustrofobici. I dialoghi emergono a fatica dal chiasso dello studio. Non esiste un attimo di pace, o un momento in cui solo un evento accada sullo schermo. Tutto si accavalla su tutto: problemi tecnici e nervosi dei comici, conflitti con la censura e mancanza di un budget, animali esotici (un lama) e sangue finto schizzato ovunque. Se si cercasse un limite a questo film, lo si potrebbe trovare in questa insistenza di toni adrenalinici e ansiogeni che, pur rimanendo efficace, rischia di sovrastare il centro tematico e umano del film: la vitalità di un gruppo di talenti.
Il pregio più grande di Saturday Night è infatti lo spazio concesso a ogni membro di questa squadra di talenti. La coralità del racconto, nel quale Lorne Michels rappresenta soltanto il centro di gravità, ricorda in molti aspetti l’organicità delle opere altmaniane. Ogni comico, scrittore, tecnico delle luci, assistente alla produzione, assume una propria e fondamentale funzione all’interno della pellicola, senza una particolare distinzione, o gerarchia, di ruoli. Lo sforzo assume quindi una dimensione puramente collettiva, mossa da una condivisa volontà di creare qualcosa di nuovo.

In questo Reitman segue perfettamente la sua visione della famiglia che diventa tale solo dopo una serie incalcolabile di conflitti, ma che risulta essere l’unica soluzione possibile alla solitudine. Ogni nevrosi, mania, eccesso del gruppo, infatti, si indirizza pian piano verso l’obiettivo comune: andare in onda. La novità del SNL, sopratutto se messa a confronto con la televisione precedente, è l’abbandono di ogni forma di protagonismo, come dimostrano le figure di Johnny Carson e Milton Berne. Con quella sera, l’America ha avuto la dimostrazione di un’arte commerciale intesa come impresa collettiva.
Saturday Night supera quindi il semplice omaggio di un’epoca, e sebbene non riesca sempre a bilanciare il suo tono adrenalinico, raggiunge il suo intento di commedia umana ed esilarante, in cui i rapporti tra personalità diverse riescono a vincere ogni contrasto produttivo.
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