La formula eterna dei Ghostbusters
Circolano alcuni meme riguardanti una sorta di loop temporale che sembra mettere in connessione i grandi ritorni cinematografici degli anni ’80 negli schermi odierni: è il 2024 e, come 40 anni fa, si va al cinema per vedere un Dune e un Ghostbusters, cosa che non accadeva da soli tre anni. Si può leggere questo come l’ennesimo esempio di mancanza di idee ad Hollywood e, certamente, l’utilizzo nostalgico dell’usato garantito resta un elemento fondamentale del discorso audiovisivo contemporaneo distante dall’esaurirsi. Ma, come sa ogni buon fan, il rischio intrinseco di queste operazioni è di fare scivoloni clamorosi buoni ad alienarsi delle agguerritissime fanbase capaci di affossare anni di lavoro e milioni di dollari spesi. Basti ricordare l’attesa e il timore – fortunatamente poi sfumati – che circondavano l’uscita di Ghostbusters: Afterlife, risultato poi un ottimo prodotto dal gusto sinceramente nostalgico e celebrativo.

Certo, per Jason Reitman provarci una seconda volta è stato un azzardo giustificato più dal successo di Afterlife che dalla vera necessità di far avanzare un franchise sempre a rischio di implosione (il 2016 dovrebbe insegnare). Eppure, sfruttando l’ancora vitale e magnetica presenza di Aykroyd, Hudson e Murray (con ulteriori interpreti storici), nonché il fresco cast di “nuove” leve, il tentativo di Ghostbusters – Minaccia Glaciale non solo premia la fiducia dei fan, ma regala un potenziale spazio continuativo degli Acchiappafantasmi sugli schermi, grazie all’utilizzo formulaico di elementi semplici e potentissimi che, per esempio, avevano già permesso alla serie animata del 1985 The Real Ghostbusters di proseguire per 7 stagioni e uno spin-off.

Non sono il primo a sottolineare quanto il successo di Ghostbusters sia sostanzialmente legato all’efficacia potentissima di un’estetica perfettamente coordinata (logo, uniformi, gadget, suoni, colonna sonora, ecc.), luogo originario di quel senso nostalgico che permane al di là dei prodotti stessi, ammantando ogni singolo livello di attivazione, dalla fruizione al cosplaying, fino alla semplice “evocazione” attraverso una maglietta o un portachiavi. In breve, non è la trama dei film (quella del secondo capitolo, per intenderci, è debolissima; eppure…) a fare la differenza, ma il perfetto cortocircuito estetico che attivano dentro e fuori la pellicola. Un cortocircuito brillantemente scattato in Afterlife nel 2021 e nuovamente riproposto a pochi anni di distanza, come vogliono le regole contemporanee dei franchise.

In Ghostbusters – Minaccia Glaciale c’è infatti tutto: inseguimenti per le strade di New York con la ECTO-1 a sirene spiegate, gadget da mettere nella prima lista di regali disponibile, un cattivo mostruoso e “imbattibile” (almeno per un quarto d’ora di film) di origine pre-babilonese, un cast di caratteristi modello SNL dalla chimica invidiabile (Paul Rudd è ufficialmente il Chevy Chase che mancava ai film originali) e, finalmente, Slimer! Eppure il quarto capitolo della saga non si ferma qui: c’è, da parte di Reitman e di Gil Kenan che lo sostituisce alla regia, il tentativo di spostare leggermente l’asticella del perturbante, aprendo la possibilità al franchise di osare su più direzioni senza perdere l’ancoraggio fondamentale col modello originale, da intendere forse, retrospettivamente, più profondo di quanto ci si riesca a ricordare.

Sono almeno due le dimensioni che si aprono in questo aggiornamento (vero, sincero, coerente) dei Ghostbusters al 2024: innanzitutto, anche se per decisamente meno tempo di quanto il trailer lasciasse sospettare, il film presenta degli inediti barlumi di horror autentico, non filtrato, violento. Reitman e Kenan decidono di diluirlo attraverso forme rappresentative spesso citazionistiche – l’evidente omaggio a Lo Squalo, per esempio -, ma non cambia il fatto che, per una volta, i fantasmi di Ghostbusters sono autenticamente pericolosi. Non più solo pupazzi gommosi, quindi, ma entità in grado di toccare il mondo, tanto da aprire la seconda nuova dimensione del film: il fantasma Melody, interpretato da un’ottima Emily Alyn Lind, sfida l’universo degli Acchiappafantasmi ad andare al fondo della spettralità, introducendo nuove dimensioni di crescita per la Phoebe di Mckenna Grace.

Pur con alcune evidenti “ingenuità” narrative (perdonabili? Qui azzardiamo un sì), Minaccia Glaciale tenta di collocare l’immaginario dei Ghostbusters in una contemporaneità finalmente coerente tanto con le premesse quanto con l’universo narrativo, espandendo quanto già tentato con il capitolo precedente e portando il tutto ad importanti conseguenze discorsive. In Minaccia Glaciale si approfondisce infatti la forbice tra lo sguardo puramente superstizioso sui fantasmi e l’approccio scientifico necessario di fronte alla loro evidenza: cosa significherebbe l’esistenza di entità spettrali oggi? Cosa comporterebbero? Come si studierebbero? Pur mancando ancora una domanda che emerge solo in trasparenza – come si sfrutterebbero? -, il film materializza e aggiorna il fascino geek che da sempre circonda l’immaginario dei Ghostbusters integrando il ritrovato (e, di nuovo, nostalgico) amore contemporaneo per l’analogico.

Azzardando una proporzione, per molti versi Minaccia Glaciale sta ad Afterlife come il secondo Ghostbusters stava al primo, tanto in espedienti narrativi quanto in “freschezza” del racconto. Eppure, come il secondo Ghostbusters (più volte esplicitamente richiamato), questo quarto capitolo porta con sé tutto il sincero entusiasmo del franchise intero, con la consapevolezza di quanto l’equilibrio degli Acchiappafantasmi sia il prodotto di un mix molto delicato. È evidente che il rilancio di Reitman e co. rimane aperto – a suo rischio e pericolo -, ma al momento restiamo ancora pronti a credere in loro: «Busting makes me feel good!»
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