Berlinguer – La grande ambizione del biopic | RoFF19
Berlinguer – La grande ambizione ha aperto la diciannovesima edizione della Festa del Cinema di Roma il 16 ottobre. Il nuovo film di Andrea Segre (L’ordine delle cose, Welcome Venice), racconta gli anni più difficili di Enrico Berlinguer alla guida del Partito Comunista Italiano, dall’attentato a Sofia fino all’omicidio di Aldo Moro. Uno spaccato importante di storia, con un’interpretazione eccellente di Elio Germano e degli attori che gravitano intorno a lui, tra gli altri Paolo Pierobon come Giulio Andreotti e Roberto Citran come Aldo Moro. Berlinguer è un personaggio che va raccontato e il cui ruolo è essenziale per comprendere la Prima Repubblica, d’altra parte la complessità del periodo di cui è stato coprotagonista lo rende un soggetto perfetto per una ricostruzione cinematografica. Il film di Segre riesce nell’intento di spiegare in modo chiaro i fatti storici e il contributo dell’uomo politico, meno nella restituzione della persona di Berlinguer.
Cosa c’è e cosa manca
Di biopic (biographical pictures) su grandi politici ne esistono un’infinità, in Italia come nel resto del mondo. Quello che di solito li rende interessanti è il grado di intimità con cui viene raccontato il protagonista. I film di questo tipo servono a dire qualcosa che non avremmo potuto sapere altrimenti e a fornire una chiave di lettura nuova, a maggior ragione se si tratta di un personaggio il cui coinvolgimento nella storia è decisivo e conosciuto. In Berlinguer non si apre mai una vera parentesi che racconti qualcosa in più, tutto è lineare e fedele a una ricostruzione dei fatti relativi al compromesso storico che già troviamo in libri e documentari.
Non che ci sia niente di male, anzi è chiaro che sia una scelta registica quella di concentrarsi sulla dedizione di Enrico Berlinguer alla politica e al suo partito. L’utilizzo di immagini di repertorio, il linguaggio e i toni della sceneggiatura, riflettono la volontà di Segre di avere uno sguardo esclusivamente politico.

Ed è bene precisare che quello che manca non è il coinvolgimento emotivo che potrebbe regalare un aneddoto strappalacrime sulla persona di Berlinguer, manca piuttosto una componente che faccia sembrare tutto più reale. Perfino nel suo rapporto con la moglie e i figli, il Berlinguer di Elio Germano e Andrea Segre non esce mai dal suo ruolo e parla di politica, a volte con una retorica tipica di un contesto elettorale. L’intimità che dovrebbe restituire un biopic non c’è. Elio Germano regala sì intensità al personaggio, ma nei limiti che gli sono consentiti da una sceneggiatura che viaggia su binari ben precisi, dove i toni sono formali o comunque mai troppo colloquiali.
Biopic sì, biopic no
Da qui nasce una riflessione giù generale, sul significato dei biopic. Ogni anno ne escono almeno un paio su personaggi che hanno un appeal particolare sul grande pubblico. Berlinguer stesso è un uomo a cui tanti sono legati, basti pensare che alla proiezione del 16 ottobre a Roma in molti erano in lacrime davanti alle immagini d’archivio del suo funerale. Da una parte il biopic è una scelta facile, perché c’è una grande parte di pubblico affezionato al protagonista, dall’altra crea della aspettative alte, spesso difficili da raggiungere. C’è il rischio di raccontare le cose nel modo sbagliato, di romanzare troppo per necessità drammaturgiche, di togliere pezzi di vita che per alcuni sono fondamentali ma per il regista no.

Berlinguer – La grande ambizione sembra in questo senso muoversi con cautela, in un racconto dei fatti inequivocabile e restituendo un personaggio che è esattamente quello che conosciamo. Le parole sono usate con attenzione, tanto che sembra di essere a un comizio per tutta la durata del film. La figura del regista è neutrale, sembra piuttosto una mano che mette in ordine i pezzi.
Quando il racconto è composto in questo modo, il rischio è di lasciarsi trasportare più dalla bravura degli attori che studiano e interpretano persone realmente esistite, che dalla trama e dalla composizione del film. In casi come questo, in cui sono presenti tanto gli attori e poco il regista, il biopic perde il suo fascino e rievoca il genere del documentario, seppur con le dovute differenze. Certo, il botteghino ne risente relativamente perché a molti basterà vedere il proprio eroe o la propria eroina sul grande schermo, ma viene da chiedersi se il biopic non sia la scelta più giusta da fare, quando il regista non osa o è poco presente.
Per tornare a Berlinguer, una nota di merito – oltre che all’interpretazione degli attori – va al montaggio delle scene e delle immagini di repertorio e alla colonna sonora originale di Iosonouncane. Il film uscirà nelle sale il 31 ottobre.
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