The New Pope – Una seconda stagione che spazia tra sogno e realtà

I fan di Papa Lenny Belardo e di Paolo Sorrentino avranno aspettato con curiosità il seguito di The Young Pope, dall’evocativo titolo The New Pope, che da qualche mese è approdato su SKY e Now Tv:  le aspettative non saranno deluse. Il contesto è sempre lo stesso: Sorrentino sfrutta il Vaticano – baluardo di santità – colmandolo di un contenuto improprio, riversandoci cioè al suo interno l’intero mondo con la sua imperfetta e poetica umanità, fatta di peccati, ricatti e lotte per il potere, ma anche sentimentalismo, amore e speranza.

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Un primo elemento di surrealismo si trova già in questo: un ambiente considerato sacro, può essere adibito a simulacro dell’umanità, quell’umanità declinata anche – ma non solo – nei suoi aspetti più beceri e amorali? Questo primo contrasto genera già di per sé interesse e discussione portandoci ad un altro interrogativo: è appropriato parlare di blasfemia? Ciò che fa il regista, dopotutto, è utilizzare una cornice narrativa, un pretesto – per quanto assurdo – per mettere in scena l’uomo; e cosa sono i cardinali se non uomini? Quello che viene messo in discussione non è pertanto il sacro, quanto piuttosto l’umano, e umanissimi sono i protagonisti di questa seconda stagione.

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Un nuovo Papa deve essere eletto, nella vana attesa che l’idolatrato Pio XIII (Jude Law) si risvegli dal coma. Il pontificato viene offerto a Sir Brannox (un fantastico John Malkovich), vanitoso lord inglese, dolce e malinconico dal passato misterioso e inconfessabile, che custodisce un segreto che ci accompagnerà per tutte le nove puntate. Sir Brannox, matita agli occhi e abito elegante con riflessi viola, viene presentato in primis attraverso la sua abitazione, un’enorme e nobiliare tenuta inglese che si fa specchio del personaggio: barocca e ricercata, di classe ma desolata, ricca di grandi spazi colmi di arredi, ma vuota di persone, metafora della solitudine in cui versa il personaggio. Gli unici abitanti oltre a Brannox sono i genitori e la fedele servitù.

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Come nella prima stagione, il rapporto problematico genitori/figli ritorna investendo il nuovo protagonista, che costituisce a tutti gli effetti un doppio di Papa Lenny Belardo: se questi infatti è giovane, vigoroso e volitivo, Brannox tende a ripiegarsi su sé stesso, in un costante processo di introspezione. La sua fragilità sarà colmata dall’aiuto dei personaggi già presenti nella prima stagione, il Cardinal Voiello (Silvio Orlando), altro grandissimo protagonista, portavoce di concretezza a cui sono affidate brillanti gag comiche, Sofia Dubois (Cécile De France), affascinante addetta stampa, il cardinal Gutierrez (Javier Càmara) e il cardinal Assente (un fantastico Maurizio Lombardi).

Se nella prima stagione Lenny Belardo era protagonista indiscusso, ogni ruolo qui viene ridimensionato e, nonostante la concentrazione maggiore sia su Brannox, anche agli altri personaggi viene dato ampio spazio, venendo così a formarsi un armonico quadro corale, in cui ad ognuno è fornita una caratterizzazione efficace ed incisiva (come allo spettrale cardinale Essence, due sole comparse, ma molto penetranti).

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La dimensione è sempre in bilico tra realtà e sogno surrealista: gli attentati del fondamentalismo islamico, le lotte femministe, l’idolatria sono elementi di attualità che il regista riprende e fa entrare nel suo universo creativo: dei cammei che non approfondisce, ma che vanno a costituire delle storie minori parallele e autoconclusive, contribuendo, assieme alle frequenti digressioni, a creare una trama centrifuga che rende l’intero svolgimento molto lento, senza però che ciò si configuri come un difetto. La bassa densità narrativa  è piuttosto una scelta registica consapevolissima che va a costituire il punto di forza di ogni singolo episodio: Sorrentino concentra la sua abilità creando scene evocative e descrittive, colme di parallelismi e simbologie a richiamare metafore esplicite, volte a suscitare paragoni ad effetto nobilitante (come quelle che vedono accostati i personaggi alle sculture e alle opere d’arte) o puramente estetico.

Ed è proprio estetica la parola chiave che descrive uno dei tanti punti di forza della serie, ma che è anche una costante nei lavori del regista: la fotografia. Sorrentino punta come sempre alla costruzione di scene equilibrate ed esteticamente perfette, dove le scelte di composizione hanno come fondamenta simmetrie e parallelismi. Il piacere visivo che scaturisce dal rigore compositivo dei singoli fotogrammi ci avvolge e ci proietta in una dimensione contemplativa e quasi estatica, conciliata dalle frequenti pause, e fortemente aiutata da una colonna sonora tra le più azzeccate, che mixa raffinati pezzi dance – uno su tutti, l’ipnotica sigla affidata ad un brano di Sofi Tukker, Good Time Girl – brani più introspettivi e malinconici e musica italiana di qualità, come la meravigliosa canzone degli Afterhours Voglio una pelle splendida o L’orchestrina di Paolo Conte, che torna a colorare alcuni dei finali con simpatici inserti.

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Surrealismo e lirismo dunque caratterizzano questa seconda stagione, ponendosi in perfetta linea con la prima, soddisfacendo (se non superando) le aspettative dei fan, a cui non resta altro che godersi le puntate sprofondando nell’ipnosi delle luci psichedeliche, del lirismo e dei ritmi morbidi di questo riuscitissimo e complesso prodotto d’autore.

 

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