MaXXXine – Mia Goth eroina dei nostri sogni indicibili
È l’altra faccia di Hollywood quella che Maxine vuole lasciarsi alle spalle per entrare nello showbiz vero, pur partendo dal genere, dall’horror che domina il decennio in cui questo film si colloca: i patinati e reazionari anni ’80. Ti West apre MaXXXine, terzo capitolo della trilogia X, con un provino, un breve monologo che richiama quello di Pearl, più prova attoriale che confessione nella backstory dell’anziana omicida dell primo capitolo della trilogia, sempre interpretata da Mia Goth.

Maxine Minx è decisa a voler realizzare il sogno di diventare un’attrice, porre fine alla sua carriera nella pornografia e dimenticare l’incubo vissuto in Texas che continua a perseguitarla. Ti West prosegue così la sua ricerca nel genere dell’horror chiudendo il cerchio (ma, secondo il regista, non è del tutto esclusa l’ipotesi di un quarto capitolo) che mostra l’ascesa dell’eroina hardcore da corpo del porno underground degli anni ’70 a corpo mediatico degli schermi degli anni ’80.

Siamo nel 1985: Reagan fa la sua campagna contro l’America della dissolutezza e della droga mentre dilaga il cosiddetto “panico del satanismo”, si chiede all’industria discografica di porre un’etichetta sui contenuti espliciti e il serial killer conosciuto come The Night Stalker miete le sue vittime. Nel frattempo, il cinema di genere conosce uno dei suoi periodi più aurei. È un momento storico già portato sullo schermo da West con The house of the Devil (2009), forse ancora oggi un po’ dimenticato nella sua filmografia, dove gioca con i cliché dell’horror anni ‘70 e ‘80 e la materializzazione fobie collettive, su tutti quella di un culto di Satana dilagante.
Maxine ottiene la parte ma qualcosa intorno a lei comincia a sgretolarsi: un violento assassino sta uccidendo le persone che le stanno attorno, vittime che si confondono con il caso del momento del killer che si scoprirà essere Richard Ramirez, uno dei più mediatici casi di assassini seriali degli Stati Uniti. Ti West inserisce la nostra eroina nella Storia del suo Paese e soprattutto della storia del cinema con sequenze che si svolgono in veri e propri set hollywoodiani, si attraversano generi e capolavori senza tempo (Maxine si arresta di fronte alla casa dove fu girato Psycho per l’assoluta somiglianza alla fattoria di X). Ma anche noi spettatori, insieme a lei, siamo costantemente titillati dalle citazioni, dai rimandi, dalle somiglianze che, più o meno in maniera esibita, il film ci sottopone.

In un momento in cui il new horror cerca a tutti i costi di mostrare un’autonomia autoriale, spesso goffamente, Ti West omaggia, mescola, scopiazza e con MaXXXine mette a punto una trilogia riuscita, divertente, contemporanea e teorica, ribadendo il potere di un discorso politico del genere. Se X è di pancia, viscerale e seducente, Pearl è cerebrale, già iconico e ovviamente mélò, MaXXXine è perciò la perfetta sintesi di questi due sentimenti.

Da un lato l’azione, lo slasher, lo splatter – fa urlare di piacere la scena in cui la protagonista evira a colpi di tacco un malintenzionato – dall’altro il discorso sul genere, sulle dinamiche spietate di Hollywood, sul cinema ossessionato da sé stesso e dall’impossibilità di replicare (?). La regista di Puritan II (interpretata da Elizabeth Debicki), il film che porterà Maxine alla ribalta, sottolinea alla ragazza la reticenza di Hollywood nei confronti di chi vuole sovvertire lo status quo, ma soprattutto ribadisce l’obiettivo del suo film: «Mostrare come dietro ai colori vividi del Technicolor degli anni ’50 le cose erano marce come lo sono ora». Ti West, in questa sua figura vicaria, svela l’operazione del film precedente ma più di tutto evidenzia l’auto fagocitarsi del cinema che vive di un mito impossibile e talvolta falso.

Ecco allora perché la funzione della citazione, in MaXXXine e in tutta questa trilogia reiterata ed esibita, non si pone solamente in senso ludico e nostalgico, ma arriva ad assumere un’accezione piuttosto funerea. È un’operazione tassidermica (la collinetta di Psycho fa da faro!) che però butta via lo splendore auratico e ci restituisce l’interminabile autorigenerazione del cinema sulle ceneri di sé stesso.

Per il piacere di chi legge, avvertiamo che seguono spoiler importanti:
La risoluzione del caso, lo svelamento dell’enigma e il volto dell’assassino, confermano questa tesi. MaXXXine è un Hardcore rovesciato, un omaggio senza dubbio al grande film di Paul Schrader, ma è la versione di lei, della puttana, della peccatrice, uno sguardo di meraviglia verso il vecchio che muore e da questo genera linfa per il nuovo. Maxine diventa mito nel momento in cui uccide il killer misterioso.
«Oh my god… that’s my father!».
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