Dentro il Paradiso di Michele Masneri
Paradiso è il titolo del secondo romanzo del giornalista Michele Masneri, qui fabbricatore, come diceva William Blake, “di un Paradiso, la cui materia / è la nostra miseria”. Se il suo esordio nel romanzo, Addio, Monti, era edito da minimumfax, questo secondo esperimento di narrativa esce per i tipi della Adelphi, un editore quantomai parco sulla narrativa italiana contemporanea, presso il quale Masneri aveva già pubblicato, oltre quindici anni fa, Steve Jobs non abita più qui, raffinato reportage giornalistico sulla Silicon Valley. Tratteggiato da la Repubblica come l’incarnazione di un sublime “rifiuto del contemporaneo”, Paradiso è in realtà sospeso tra un richiamo ai classici della prosa italiana del Novecento – a Ennio Flaiano e ad Alberto Arbasino in primis, e il secondo non per nulla è stato un mentore di gioventù per Masneri – e una reprise, rara nel panorama letterario dell’Italia contemporanea, di una ricerca di un futuro del narrare interna al romanzo stesso. Lo stile narrativo adottato da Masneri è una testimonianza del crescente e sorprendentemente fertile flirt tra giornalismo e narrativa letteraria, una pratica che in Arbasino vide uno dei suoi anticipatori e che è stata definitivamente sdoganata come uno dei trademark della letteratura del XXI secolo principalmente da Emmanuel Carrère.

Paradiso di Masneri è un romanzo-mondo, su un mondo però soffocante, circoscritto, autoreferenziale, lacustre. Protagonista è Federico Desideri, giovane giornalista, carico della precarietà, della retorica e delle illusioni di cui ormai è vittima un intero settore, che viene spedito da Milano a Roma per realizzare un’intervista allo sfuggente Mario Maresca, regista premio Oscar con America Latrina, un film ambientato a Roma e incentrato tutto su un “memorabile, fascinoso cialtrone” americano ormai da decenni sedotto dal fascino della città eterna. Una volta in città Federico non trova da nessuna parte il regista con cui pure gli avevano garantito un appuntamento, ma si imbatte presto in una ridda di personaggi tanto decadenti quanto iconici, in un mondo strepitosamente cialtronesco in cui si alternano vecchie amanti di Antonioni convinte che tutto il cinema italiano le rubi le idee di film, un ambasciatore che accumula prodotti di discount, un ginecologo a riposo che alleva galline ornamentali, nobili decaduti di ogni ordine e grado, rampanti attivisti di ogni sorta e misura. In questa grottesca _theoria di volti e di chiacchiericci, la figura a cui Federico Desideri più si lega è Barry Volpicelli, a detta di tutti l’ispiratore di America Latrina per cui il giornalista aveva osato la catabasi da Milano a Roma. Suadente psicopompo in un mondo di fantasmi, carismatica vecchia gloria che si salva dallo sfacelo degli altri per il suo essere ormai totalmente privo di illusioni, l’incontro con Barry riscatta pienamente l’occasione sfumata di intervista con Mario Maresca agli occhi di Federico, che si lascia via via sempre più coinvolgere in questo demi monde romano.

In un’ottica di contaminazione di linguaggio Paradiso spiccherebbe per il suo approccio sfiziosamente meta-, in cui la potenziale mise en abyme rappresentata da America Latrina, il film sulle cui tracce Desideri va e resta a Roma, presto si trasforma in una intelligente rarefazione. A rileggere la descrizione che del film si dava nelle prime pagine del romanzo, verrebbe da dire che il protagonista lo ha vissuto quel film, ne ha conosciuto la materia umana di partenza: “Federico ha un lieve sussulto. Maresca è il regista calabrese di America Latrina, il film vincitore del premio Oscar, ‘una grottesca e graffiante descrizione della Capitale e della sua decadenza’ (così i critici) attraverso i vagabondaggi del protagonista, uno stralunato gentiluomo sovrappeso che si aggira per Roma su una Rolls Royce sfasciata targata Los Angeles, continuando a evocare nostalgicamente la California… insomma, un misto tra il marziano di Flaiano e l’americano di Sordi”. Se pure non sarebbe avventato leggere in Mario Maresca un riferimento allo stesso Paolo Sorrentino, è difficile non trovare, nella descrizione di America Latrina e del suo ispiratore Barry Volpicelli, echi de La Grande Bellezza e di un proto o post-Jep Gambardella. Non per nulla al film di Sorrentino vincitore dell’Oscar Masneri aveva dedicato a suo tempo un articolo elogiativo e anche un curioso omaggio-ibrido in cui l’accostava a uno scritto minore di Emile Zola. Presente non meno dell’immaginario di Sorrentino è il ricordo di Fellini, omaggiato sin dall’esergo in cui si cita una riflessione di Gore Vidal nel film Roma del 1972: “Roma è una città morta e rinata talmente tante volte, dove nessuno fa caso se anche voi siete vivi o morti. Quale posto migliore per aspettare di vedere se tutto finisce, oppure no?”.

Il grande pregio di Paradiso – di questo Paradiso che in realtà è un Purgatorio, come ha riconosciuto lo stesso Masneri a Salerno Letteratura – è la pastosità della prosa, sfuggente e scivolosa come la materia di cui tratta. Paradiso fa luce ancora una volta, e proprio nel decimo anniversario dall’Oscar a La Grande Bellezza, sull’enigmatico legame tra Roma e il cinema, tra la città delle eterne rovine e “l’arte di evocare i fantasmi” così descritta da Derrida, tra il centro inquietante di tutte le ricchezze e di tutte le criticità d’Italia, e la più tecnicamente composita ma anche la più biecamente industriale delle arti. Le pagine di Masneri non meno che le scene di Sorrentino – o prima ancora gli affreschi antitetici di Fellini e Antonioni, i bozzetti di Flaiano non meno delle descrizioni di un Moravia, le pagine di autori tedeschi momentaneamente o definitivamente espatriati come Bernhard o la Bachmann, e tornando indietro nei secoli fino alla letteratura classica latina nei suoi tratti più fescennini o satireschi – vengono lentamente a creare un’equazione tra il cinema e Roma: un’equazione nel cui uguale il sogno e l’incubo sconfinano.
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