Attraverso la notte dell’identità – Il primo romanzo di William Sloane
Sin dall’inizio della letteratura occidentale tutto è stato un lungo corpo a corpo con il principio di identità. È così già in Omero, quando al proliferarsi degli eroi in guerra sotto le mura di Troia si sostituisce la multiformità solitaria di un personaggio come Ulisse. È con quell’“io sono Nessuno” urlato dal re di Itaca contro Polifemo e contro la morte che, per la prima di infinite volte, in letteratura si incrina il concetto stesso di io, flirtando con il suo annichilimento. Tra le tante tappe di questa transumanza, Edipo, Penteo, il Lucio di Apuleio, Don Chisciotte, Amleto, Don Giovanni e il Casanova, Gregor Samsa, il narratore omniassorbente di Proust, lo Zeno sveviano, Leopold Bloom di Joyce, l’Innomable di Beckett, il concetto di scrittore – e lo stesso profilo letterario – di Maurice Blanchot.

Senza potersi chiaramente annoverare in un canone così alto, l’ottimo romanzo “post-pulp” di William Sloane Attraverso la notte, pubblicato per la prima volta nel 1937 e adesso edito in Italia da Adelphi, si colloca pure in una posizione di straordinario rilievo nella problematizzazione in chiave narrativa di quella morsa che è il principium individuationis. La storia si colloca ai confini del genere del mystery, ma con profondità insperate, e prende le mosse dalla misteriosa fine di un professore universitario, luminare in astrologia, trovato morto a seguito di un incomprensibile esperimento scientifico da due suoi ex-studenti in visita alla vecchia università: Bark, che svolge le funzioni del narratore della storia, e Jerry, che pensa bene di innamorarsi e sposarsi con la non meno misteriosa vedova del professor LeNormand, Selena, algida, intelligentissima e apparentemente priva di passato.
È senza dubbio il personaggio di Selena uno degli elementi meglio riusciti di tutto il libro, la caratterizzazione di un personaggio femminile mai banale nel fondere assieme seduzione ed estraneità. Tutto in lei allude efficacemente a una natura aliena, dall’incapacità di comprendere lo scandalo provocato dalle sue seconde nozze a poche settimane dalla tragica fine del marito professore – “‘Be’ di solito si aspetta un po’ di più’. Non si diede per vinta. ‘Sì, lo so. Ma per quale ragione?’” – fino alla grandiosa sensazione di ineluttabilità e determinazione che accompagna i paragrafi finali del racconto di Bark.
Una penna come quella di William Sloane era quantomeno attrezzata a una cavalcata tra i generi: come autore ha scritto solo un altro romanzo, The Edge of Running Water, anch’esso di prossima pubblicazione per Adelphi, ma Sloane ha avuto una carriera pluridecennale come editor collaborando con numerose case editrici americane e, per un lustro, possedendone anche una sua. “Ignorando le convenzioni dei generi, i romanzi di Sloane risultano opere letterarie a tutti tondo”, scrive Stephen King nella sua introduzione. “Sloane possiede anche un’allusività gradevolmente colta che pochi scrittori Pulp dell’epoca sarebbero riusciti a eguagliare – come dimostra una delle più belle battute di Attraverso la notte: “gli italiani saranno anche capaci di vivere serenamente sulle pendici di Vesuvio, ma io non sono una persona di quel tipo”.

Ad Attraverso la notte non mancarono lettori illustri: a cominciare da Carl Gustav Jung, che Sloane ebbe modo di conoscere di persona nel 1937, e che riteneva che l’idea al centro del plot twist al termine del libro, quella di una “mente itinerante” tra i corpi e le dimensioni, fosse l’involontaria ma precisa tradizione di uno dei concetti-cardine della teoria junghiano, quello di anima come archetipo astratto, sovrapersonale e quasi soprannaturale dell’inconscio. Attraverso la notte dimostra con una densità rara quanto lo sfondo davanti a cui si muove la narrativa di genere è colmo di archetipi e di echi plurisecolari: anche quando la storia arriva a sfiorare i misteri insondabili dello spazio profondo.
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