Anselm – L’arte come spettacolo cinematografico
Intorno alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso due colossi della critica d’arte italiana si sfidavano a colpi di documentari d’arte: Carlo Ludovico Ragghianti e Roberto Longhi avevano un’idea molto diversa su come impiegare il cinema per divulgare la storia dell’arte. Erano gli anni in cui si consumava il dibattito sugli scambi tra cinema e arti figurative, e il documentario d’arte d’autore viveva momenti felici: alla Mostra del Cinema di Venezia del 1948 erano presenti, tra gli altri, il Rubens di Storck/Haesaerts, il Van Gogh di Resnais e il Matisse di Campaux.
Se per Ragghianti, che battezzò i suoi documentari divulgativi storico-artistici con l’espressione “critofilm”, andavano sfruttate tutte le possibilità tecniche, estetiche e creative del cinema, Longhi riteneva che queste fossero distrazioni destinate a trasformare il carattere divulgativo del film in intrattenimento.

Oggi, probabilmente, Longhi si dispererebbe di fronte alla dominante spettacolarizzazione dell’arte operata da cinema e televisione: se l’intento di divulgazione storico-critica è da anni confinato quasi esclusivamente al piccolo schermo attraverso programmi a puntate, il film sull’arte realizzato per il cinema è tutto volto all’esaltazione estetica e spettacolare dell’opera di un artista e anche dell’artista stesso, una celebrazione spesso esagerata del “genio” che punta principalmente a meravigliare lo spettatore. Negli ultimi anni si è assistito al proliferare di questo genere: si pensi alle iniziative di Sky e Nexo Digital, che tra 2023 e 2024 hanno distribuito per esempio, un docufilm su Picasso, uno su Gustav Klimt diretto da Ali Ray e infine quello sull’apprezzatissimo Edward Hopper diretto da Phil Grabsky. L’intento di questi prodotti è quello di mostrare l’arte da una prospettiva che non è quella consueta del museo o della mostra, di potenziare la visione di un’opera pittorica o scultorea, e dunque statica, attraverso il movimento proprio del cinema e dei suoi strumenti narrativi.
Oggi le modalità di fruizione dell’arte sono sempre più orientate verso l’idea dell’opera come esperienza il più possibile coinvolgente, immersiva, dinamica e di conseguenza effimera e irripetibile. Da qui, la generale tendenza del pubblico a preferire la formula della mostra temporanea rispetto al museo, della tecnologia 3D e della realtà aumentata rispetto alla tradizionale visione frontale. Nel campo audiovisivo, ciò si traduce perfettamente nella ricorrente soluzione del “film-evento”, distribuito per circa tre giorni nelle sale, che assicura allo spettatore un’esperienza, appunto, unica.

Il caso più recente, distribuito regolarmente nelle sale, in cui l’arte si fa potenziale luogo di spettacolo cinematografico in tre dimensioni è firmato da un grande autore come Wim Wenders: si tratta di Anselm, sguardo ravvicinato sul lavoro del coetaneo e connazionale pittore Anselm Kiefer, che rappresenta un’altra indovinata tappa nel campo del documentario 3D in seguito al film dedicato a Pina Bausch del 2011.
Il regista accompagna lo spettatore nei labirintici spazi creativi di Kiefer, che dal 1992 hanno sede principalmente a Barjac, nel sud della Francia, in una dismessa fabbrica di seta, ma anche a Croissy, a Horbach e a Buchen. Il racconto è affidato prevalentemente alle immagini, senza l’intervento di spiegazioni fuori campo, con l’eccezione della voce dello stesso Kiefer che, confermando la propria forte vocazione letteraria, sussurra i versi di quel Paul Celan che Wenders indovina essere il cuore pulsante e il riferimento imprescindibile dell’arte di Kiefer. Le riprese silenziose, dominanti nel film, del pittore a lavoro sulle sue opere monumentali e drammatiche, restituiscono il profilo di un artista che, ancora oggi, continua a sporcarsi letteralmente le mani, impegnandosi in prima persona nella realizzazione di tele e sculture, un atteggiamento che raramente si vede nel panorama contemporaneo.

La ricostruzione di alcuni episodi di infanzia e giovinezza, in cui Anton Wenders e Daniel Kiefer interpretano il pittore rispettivamente bambino e ventenne, intervalla con piccole parentesi fictional la narrazione documentaristica. Qualche spezzone televisivo di vecchie interviste interviene qua e là a rivelare le posizioni politiche con cui l’artista faticosamente si difese dalla grande diffidenza che gli riservava la sua Germania, verso la cui tragica memoria storica Kiefer aveva scelto di non voltare le spalle.
Definito spesso per comodità uno dei più iconici esponenti del “Neoespressionismo”, Kiefer è un erudito, un artista profondamente letterario e sofisticato, tra i più rappresentativi del Novecento e al contempo figlio di una sensibilità propria del secolo precedente: la sua opera colpisce l’occhio, ma spesso dal punto di vista intellettuale per lo spettatore non è oggetto di immediata decifrazione. Se dunque in questo incontro tra due diversamente romantici come Kiefer e Wenders il rischio era forse quello di costruire un discorso troppo denso di richiami filosofici e letterari e di riferimenti visionari, il film si risolve invece completamente in una sublime esperienza visiva ed emotiva.

Nonostante, come tutti i più recenti film sull’arte, sia puro spettacolo cinematografico, l’opera di Wenders non è fine a se stessa, ha il vantaggio di una sincerità possibile grazie all’amicizia e complicità intellettuale con lo stesso Kiefer, e della drammatica attualità del lavoro di quest’ultimo. Un’attualità che volendo si coglie anche nel gran fastidio che si prova quando, in una vecchia intervista, lo si sente farfugliare che non voleva dirsi antifascista, ma soprattutto in quei disarmanti paesaggi solcati dai carri armati, in quei giganti palazzi destinati ad essere macerie che contengono e riflettono tutto il dramma del nostro presente.
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