Bridgerton 3 – Prima Parte: Quando il lieto fine precede la favola
Con un improvviso schiocco di dita, il 16 maggio l’universo di Bridgerton si risveglia dal suo sonno di bellezza: gli ingranaggi della favola regency tornano a girare senza alcun polveroso attrito ed ogni dinamica riprende serenamente il suo corso, come se non ci fosse stato alcun arresto. Ritroviamo infatti i protagonisti di sempre con le loro rispettive controparti amorose, che siano amori realizzati o cotte profonde, ed anche, sia per l’iconico mondo stesso che per i suoi eccentrici abitanti, gli stessi valori costitutivi, ossia l’imprescindibile grazia e la passionalità imperante.
Si era già intuita la traiettoria del lancio del metaforico bouquet: partendo da Daphne e il Duca di Hastings, dopo i permalosi innamorati della seconda stagione tra Kate ed Anthony, era chiaro fosse finalmente il turno di Penelope Featherington e Colin Bridgerton, che da sempre si tormentano entro il difficile perimetro della friendzone senza venirne a capo (fino ad adesso almeno!). Lei, scrittrice del Whistledown, il giornale di gossip che soggioga a suon di scoop l’intera aristocrazia inglese; lui, il terzo e più timido dei fratelli Bridgerton, di ritorno dal Grand Tour europeo.

Mentre i due “amici” si ingarbugliano in impacciati giochi di seduzione, altre due trame si srotolano parallele e sono quelle di Benedict, l’eterno scapolo libertino, e Francesca Bridgerton, al suo debutto in società. L’esigenza impetuosa che tutto muove è sempre l’amore ed in questo caso esso si declina con due modalità quasi speculari: se Benedict è infatti propenso alle avventure ed alle sperimentazioni, nonché mosso da curiosità erotiche molto spesso controverse, Francesca, pacata e inesperta, ha desiderio di affiancarsi ad un uomo il cui unico requisito è quello di non ostacolare la sua dedizione per il pianoforte e la musica classica.
È evidente che a sovraintendere la scintillante stravaganza di Bridgerton, c’è sempre una minuziosa geometria, riscontrabile non solo nel dettaglio estetico-fotografico, ma anche ad esempio nel ritagliare il giusto time-span per ciascun sviluppo di trama, con una chiara gerarchia di focus per ogni stagione. Subito infatti risulta lampante a chi spettano i riflettori, e a chi, invece, le luci di contorno. Non c’è spazio per tergiversare, la trama si muove come un unico corpus orientato all’esigenza fondativa del format: un lieto fine gradito, tanto al pubblico quanto ai protagonisti. Questa finalizzazione al bello rende Bridgerton una delle serie comfort più popolari degli ultimi anni.

Fa parte dell’incasellamento proporzionato ormai anche la quota inconfondibile dedicata all’inclusività. Dopo il color-blind casting, la body positivity e gli accenni queer, viene integrato finalmente anche l’aspetto della disabilità. Già dal trailer infatti possiamo spottare una ragazza avvalersi del linguaggio dei segni per poter comunicare con la madre. L’unico prodotto a marchio Bridgerton che offre uno spaccato elegantemente distaccato dalle meccaniche “soft” del format, ed anche, perché no, più problematico e introspettivo, è La Regina Carlotta, lo spin-off originale Shondaland che prescinde dalla penna di Julia Quinn, autrice dell’intera collana di romanzi.
Date le solite premesse, il risultato non cambia: Bridgerton 3 sarà un successo. La serie è già strategicamente spaccata in due metà da quattro episodi ciascuna. I primi in uscita per l’appunto il 16 maggio e i restanti il 13 giugno, giusto per lasciar sulle spine ancora un po’ gli appassionati della saga, diventati ormai più avidi di pettegolezzi dei lettori di Lady Whistledown.
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