La casa del sordo – Lo sguardo di Eugenio Barba sulla storia
La grande Storia è storia di avvenimenti selezionati e archiviati. Questa storia offre la parola a chi è stato reputato degno di poter parlare oltre il suo tempo; è la storia a cui gli storici degli Annales si riferivano come histoire evenementielle, la storia degli eventi. C’è anche una grande storia del non archiviato, del dimenticato, dei lenti movimenti tellurici che influenzano la storia di superficie e creano le condizioni per la nascita dei grandi eventi, degli appuntamenti storici. Questa è la storia in cui non parlano i re, non le guerre, non i grandi talenti e nemmeno i successi dei forti; questa storia potrebbe far parlare il silenzio degli sconfitti, la tenerezza dei baci, le feste gonfie di vino, di canti e maschere, i gesti dimenticati, le guerre disattese, le solitudini. Potrebbe far parlare tutti questi soggetti, se avesse parola. Ma è una storia che dice solo se evocata, e in quel momento offre i se e i ma che consentono nuove prospettive sulla grande storia. Così la storia può ancora parlare al presente, e mettere in discussione le narrazioni su cui crede di fondarsi. Se evocati, i fantasmi possono offrire al presente nuovi sguardi sul passato e su ciò che del passato rimane, sondandone le profondità fino a scorgere gli stessi movimenti che lo animano.

La casa del sordo arriva al Teatro Menotti per l’evento sui 60 anni dell’Odin Teatret e per la regia di Eugenio Barba, gettando uno sguardo altèro sull’insieme degli eventi che costituiscono la grande storia, e attraverso la lente offerta dalla vita del leggendario Francisco Goya. Facendo luce sulla figura di Goya, si ha modo di vedere la “buia cornice di morte” – parafrasando lo stesso Barba di Solitudine, mestiere e rivolta1 – che circonda la sua figura, e così intuire ciò che la storia del suo tempo nasconde nel buio, nelle profondità. Gettando lo sguardo su Goya appaiono più nette le ombre che lo circondano e la storia del suo tempo. È in questo contorno buio e profondo che occorre perdersi, per cogliere i segni de La casa del sordo.
Francisco Goya, la cui la leggenda si esprime attraverso una voce distorta, non è mai, fisicamente, in scena. Al suo posto è visibile un ‘Autoritratto’ dalla serie ‘Los Caprichos‘ che, appeso su un telo rosso, guarda di sbieco il pubblico del Teatro Menotti. Il telo rosso è posato su una struttura antropomorfa, buffa e sottilmente inquietante, che se ne sta immobile insieme ad altri quattro suoi simili coperti da teli rossi e viola. In mezzo allo sfavillare di teli compare una donna, che parla con energia del Francisco Goya più intimo e privato, quello fagocitato dalla sua stessa grandezza pubblicamente riconosciuta. La donna è Leocadia Zorrilla, e il suo nome è ricordato per essere stata l’ultima amante di Goya. Il suo fantasma non può dire altro che di Goya, e su di lui allunga un’ombra diversa rispetto ai riflettori che spetterebbero ai grandi uomini della storia. Zorrilla non può dire di sé e dice delle ombre di Goya, il quale dice delle ombre del suo tempo a sua volta.

Zorrilla sposta i quadri, li nasconde, poi ne mostra di nuovi. Entro questo gioco si ottiene un montaggio di immagini, suoni e parole in mezzo ai quali il corpo debole, muto ed essenziale di Goya solo arpeggia al cordofono delle armonie faticose. Al suo fianco siede una suora che intona canti ecclesiastici. Il vecchio ed energico corpo di Zorrilla le chiede aiuto mentre partorisce sei figli fatti di spago – ogni figlio un groviglio – e ne narra le morti con amara ironia: «ci vuole davvero tempo per un figlio». Il settimo figlio viene al mondo, ma fatalmente contro la volontà di Zorrilla. Allo stesso modo il Regno di Spagna partorisce Carlo IV, emblema dell’inadeguatezza dell’ancien régime dinnanzi alle pressioni dell’avvenire storico, che non riesce a comprendere. L’onda lunga della Rivoluzione Francese fa tremare la terra sotto i piedi dell’antica nobiltà.
Arrivano gli anni della Guerra d’indipendenza spagnola; anni di atrocità che Goya rappresenta nella serie ‘I disastri della guerra’. Dopo la guerra e il breve governo napoleonico in Spagna, Ferdinando VII ripristina la monarchia assoluta per isolare la Spagna da eventuali echi rivoluzionari: la donna, che forse ora incarna la storia, sputa con violenza su ogni parola dello slogan ‘Liberté, Egalité, Fraternité’. Al solo sentire queste parole anche la suora si allarma, corre e grida frasi di scongiura contro un diavolo invisibile: Ferdinando VII ripristina la legge dell’Inquisizione spagnola. Zorrilla dichiara il perdono a Ferdinando VII; rovescia la parete-sostegno su cui era appeso l’autoritratto di Goya e ne annuncia la morte, mentre il Goya-Ulrik Skeel sul fondo della scena esegue arpeggi malinconici, incurante del caos che gli si consuma intorno.

La pace serena fa rumore su una scena fin qui copiosa di segni, immagini, parole e suoni. La grande storia ha accettato i quadri di Goya, e dietro vi ha nascosto Goya. La suora copre con i lenzuoli bianchi ogni quadro, ogni cornice, ogni corpo in scena. La storia è stata narrata, ritorta, e giace esanime. Dal fondo del palco si alza il fantasma di Goya, mette il cappello e mostra l’opera ‘I ragazzi scalano un albero’. Il corpo si espone solenne, ma la sua voce debole si trascina dietro parole che hanno la delicata potenza di un epitaffio. Spogliato del peso della sua figura nella storia – della maschera del mito – può finalmente parlare l’essenziale autenticità del corpo. Le parole di Goya vengono e vanno dentro e fuori la storia, dichiarando che «Tutti parlano e nessuno conosce se stesso» e «la vita è un ballo in maschera». Insieme alla suora trascina la donna-narratrice-Zorrilla per tutto il palco, costretta dentro a una camicia di forza che fatica a contenerne la tempra.
La grande storia ha ancora una volta avuto il potere della parola. Eugenio Barba ne ha ridisposto i segni e ne ha trasformato gli echi, giocando con i suoi risuonatori: i suoni, i colori, le immagini, i corpi, le parole. Ricamando con le ombre l’ignoto che si cela dietro i volti noti della storia, allo spettatore si rivela la storia di Goya e del Regno di Spagna; grazie alle evocazioni sceniche, la storia non viene spiegata ma rivelata, come un quadro che finisce per perdersi nel dettaglio che lo costituisce. Chi scrive dirà della piccolezza delle più iconiche figure umane e della miseria dei più grandi regni; ognuno, in cuor suo, saprà dire a sua volta in quale ombra ha riscoperto il suo sguardo.
- E.Barba, Teatro. Solitudine, mestiere e rivolta, Edizioni di Pagina, 2015 ↩︎
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