A qualcuno piace caldo – Sfida e gioco en travesti
«Beh, nessuno è perfetto». Bastano poche parole per creare il finale perfetto e, oggi, sono passati 65 anni da quando Billy Wilder l’ha dimostrato con A qualcuno piace caldo (Some Like It Hot, 1959). Perché cominciare dalla fine? Nessuno sarà perfetto, come dice il miliardario spendaccione Osgood, ma il film si avvicina molto a un personale concetto di perfezione: attraverso un intreccio (nel vero senso della parola) divertente ma non ridicolo e arguto ma non cinico, con gli anni è stato in grado di creare una vera e propria iconografia, grazie anche alla coppia Lemmon-Curtis e, ovviamente, Marilyn Monroe, in uno dei ruoli che l’ha incastonata tra le stelle.

Tuttavia, non bastano degli interpreti noti a garantire il successo: la salda sceneggiatura di Billy Wilder combina gli avvenimenti di cronaca e della storia del paese con la satira sulla società dello spettacolo tipica di tutta la sua filmografia, fino a porre degli spunti di riflessione che si proiettano sulla modernità. Il contesto storico della crisi del 1929, il proibizionismo e il mondo degli speakeasy (ovvero, i locali che vendevano bevande alcoliche illegalmente) rappresentavano ancora una grande ferita nella storia americana anche dopo trent’anni esatti.
A qualcuno piace caldo è sì una commedia degli equivoci che ricorre spesso all’assurdità dello slapstick, ma parte da una situazione iniziale tutt’altro che comica: i due protagonisti Joe e Jerry (Jack Lemmon e Tony Curtis) sono infatti due musicisti che si ritrovano loro malgrado testimoni della strage di San Valentino, avvenuta a Chicago nel 1929. Il materiale filmico mostrato nelle prime e nelle ultime scene afferisce più al noir o addirittura al gangster movie, da sempre due tra i generi che hanno più attratto il pubblico per il loro racconto del proibito.

Il brivido del proibito aleggia per tutta la sceneggiatura, fino all’unica opportunità che Joe e Jerry hanno per salvarsi: infiltrarsi in un’orchestra jazz completamente al femminile in abiti da donna, dove conoscono la seducente Sugar Kane (il personaggio di Monroe, il cui nome è un gioco di parole traducibile come Zucchero Candito). Tuttavia, se il tema del proibito e della scorrettezza della società garantisce a questo film gran parte della sua popolarità (ricordiamo che nel contesto della Hollywood classica, A qualcuno piace caldo è stato uno dei primi film a far vacillare il rigidissimo codice Hays, che regolava la censura e la “moralità” dei soggetti trattati), quello del travestimento è il perno su cui ruota tutta l’opera.
Il travestimento nel cinema di Wilder è un’ossessione non solo per il regista stesso, ma anche per la critica. A dare la visione più interessante è stato Guido Fink, che inserisce lo stile e la poetica del regista austriaco nel contesto molto più ampio dei registi ebrei a Hollywood: secondo l’autore, «è un mondo, quello di Wilder, particolarmente fluido e instabile, dominato dalle leggi del Doppio» e proprio Joe e Jerry che diventano Josephine e Daphne ne rappresentano l’esempio più evidente.

Travestirsi implica l’utilizzo di maschere, trucco, parrucco – come già si era visto in Viale del tramonto (Sunset Boulevard, 1958) – e protesi di vari tipi, mettendo in atto una vera e propria trasformazione: se, prima del loro ingresso nella band, i due sono dubbiosi sulla riuscita della loro nuova mise, una volta entrati (anzi, entrate) nella parte la loro identità non viene mai messa in dubbio. Josephine e Daphne sono semplicemente considerate due donne non particolarmente attraenti, ma mai due uomini travestiti.
Il travestimento quindi avviene sia sul piano diegetico (anche in maniera doppia e sovrapposta: Tony Curtis non solo finge di essere donna, ma finge anche di essere il ricco ereditiere di una famosa compagnia di petrolio per entrare nelle grazie di Sugar) che su quello extradiegetico, con la stessa trama che si trasforma davanti ai nostri occhi dal gangster movie alla commedia fino quasi al musical, con le celeberrime esibizioni di Marilyn che ancora oggi permeano l’immaginario collettivo.

Se, però, in un primo momento questo espediente appare solo come un pretesto comico, in un secondo momento esso offre una nuova prospettiva sul concetto dell’identità, del doppio e del gender, nel quale si è ritrovata in tempi successivi gran parte della comunità LGBTQ+. Definire A qualcuno piace caldo come un film queer è una forzatura, ma è sicuramente queer-coded o, comunque, contiene degli elementi che rimandano a un sottotesto queer: Lemmon e Curtis sono truccati pesantemente, giocano con la propria voce e assumono atteggiamenti esageratamente femminei per sembrare più credibili, in un’epoca in cui i confini dei ruoli di genere erano ancora pesantemente marcati.
Molti di questi elementi, qui anticipati inconsapevolmente dalla penna di Wilder, ritornano nella cultura drag, dove l’esagerazione dei tratti appartenenti al genere opposto diventa parte integrante della performance stessa, intesa non solo come atto performativo (legato quindi ad azioni ripetitive e inconsce, come sostiene Judith Butler), ma anche come atto intrattenitivo (ricordiamo che l’arte del drag ha sempre fatto parte del teatro, dal greco all’elisabettiano, e a suo tempo si integra nella ballroom scene a fianco di uomini gay e persone transgender nere e latino-americane).

Ovviamente, A qualcuno piace caldo è ancora troppo affine con la cultura bianca e borghese degli anni ‘50 per essere paragonato alla realtà che ci racconta Paris Is Burning (Jennie Livingston, 1990), ma non si può negare che ancora oggi appaia come un delizioso esperimento camp, tra i più arguti che Wilder abbia potuto realizzare. D’altronde, come sostiene anche Ed Sikov, citato a sua volta da Paola Cristalli: «[…] affermare che ‘nessuno è perfetto’ non chiami in causa la sessualità gay significa derubare il pubblico omosessuale di uno dei pochi, preziosi momenti di partecipazione culturale mainstream che esso possa legittimamente rivendicare. E questo non è giusto».
Ritorniamo quindi a quella battuta finale che ha fatto la storia. Nessuno è perfetto e Osgood vorrà sposare Daphne/Jerry anche se è un uomo, e in questo il film raggiunge il suo piccolo grado di perfezione: il racconto assurdo di Wilder trascende le epoche e le generazioni, parlando non solo solo al grande pubblico, ma soprattutto rappresentando quello delle minoranze.
Bibliografia:
- Guido Fink, Non solo Woody Allen. La tradizione ebraica nel cinema americano, Venezia, Marsilio, 2001;
- Paola Cristalli, Commedia americana in cento film, Recco, Le mani, 2007;
- Ed Sikov, On Sunset Boulevard. The Life and Times of Billy Wilder, New York, Hyperion Books, 2008;
- Judith Butler, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, trad. di Sergia Adamo, Roma-Bari, Laterza, 2013;
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