‘Watchmen’ da Alan Moore a Zack Snyder – Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi
Il Messia non viene
Ma perché dovrebbe venire
Non lo so
Guido Ceronetti, senza titolo, 2017Watchmen. Per tutti i fan e i conoscitori dei fumetti e delle logiche dei cinecomics, questa parola, questo titolo, evoca molteplici ricordi, che si dipanano in direzioni diverse. Ancor più di quanto accaduto per le storie dei vari Batman, Superman, Spiderman, quella di Watchmen è stata una narrazione marcatamente crossmediale, che nasce, come sempre accade con i supereroi, a partire dalle strisce di un fumetto fino a diventare recentemente una pluripremiata serie HBO.
Watchmen è innanzitutto quella che adesso si direbbe una graphic novel, scritta da Alan Moore e disegnato da Dave Gibbons, uscita a puntate fra il 1986 e il 1987 in dodici albi editi dalla DC Comics e annoverate fra le più importanti storie a fumetti di sempre, con molteplici riconoscimenti e studi critici nel corso degli anni; dal fumetto è stato tratto un film, uscito nel 2009 per la regia di Zack Snyder, e nel 2021 anche una serie TV, scritta da Damon Lindelof e trasmessa con grande successo su HBO; in parallelo al film di Snyder era stata realizzato anche un motion comic, un cartone che animava le vignette di Gibbons del fumetto originale,e sin dalla fine degli anni ottanta sono stati creati diversi videogiochi ispirati ai personaggi dell’originaria serie a fumetti. Il fumetto del duo Moore-Gibbons e il film di Snyder sono ambientati in un 1985 ucronico e seguono sostanzialmente la stessa trama, che si snoda a partire dall’omicidio di un ex-vigilante soprannominato il Comico; la miniserie di Lindelof si ambienta invece ai giorni nostri, facendo interagire alcuni dei personaggi sopravvissuti della storia originale con nuovi personaggi creati ex novo da Lindelof.

Watchmen non solo è un’opera crossmediale, è anche un’opera “intergenerazionale”, a livello di pubblico e soprattutto a livello di narrazione: sia nel fumetto che nel film che nella serie TV sono frequenti i flashback ed altri richiami di ogni genere al passato. In tutto questo, Watchmen è anche un’ucronia, vale a dire che le vicende che racconta hanno luogo in un mondo in cui non solo il presente, ma anche il passato è diverso da quello che conosciamo: gli Stati Uniti hanno vinto la guerra del Vietnam, nel 1985 Nixon è ancora presidente, al quinto mandato, e non c’è stato nessun Watergate, nel 1993 è invece l’attore Robert Redford a salire alla presidenza degli USA, e mantiene il potere almeno fino al 2019 in cui è ambientata la maggior parte delle vicende della serie di Lindelof. Sicché riassumere in poche righe la trama di Watchmen fumetto/film e serie TV è inevitabilmente semplificatorio.
Partiamo dall’antefatto. Negli anni trenta del XX secolo, un gruppo di vigilanti detto i Minutemen, girando in costume e mantenendo segreta la loro identità, avevano combattuto il crimine negli Stati Uniti. Era un fenomeno dapprima nato spontaneamente, poi questi vigilantes avevano fatto squadra fino a creare un interscambio generazionale quando i più anziani del gruppo avevano iniziato ad essere troppo anziani per continuare a lottare. Inizialmente erano stati accolti come eroi ma in seguito l’opinione pubblica li aveva gradualmente avversati fino a che, nel 1977, il decreto Keene non aveva reso fuori legge i vigilanti mascherati, che dopo il cambio generazionale erano stati ribattezzati Watchmen. Il titolo della graphic novel fa esplicito riferimento al motto di Giovenale quis custodiet ipsos custodies, a sua volta ripreso da Platone: “Chi custodirà i custodi?” – in inglese, “Who will watch the watchmen?”, una frase che nei titoli di testa del film si vede anche incisa su un muro in una delle proteste anti-vigilanti.
Dopo il decreto Keene, tra i Watchmen alcuni, come Spettro di Seta II e il Gufo, si erano ritirati, il freddo e solitario Rorschach aveva continuato ad operare al di fuori della legge, mentre il Comico e il superuomo Dottor Manatthan erano diventati degli agenti governativi. Come già detto, è l’omicidio del Comico ad innescare le vicende del fumetto e del film. In un primo momento viene sospettato dell’omicidio e portato in carcere Rorschach, che si libererà senza fatica suscitando una rivolta fra i prigionieri; le indagini portate avanti da Spettro di Seta, da Gufo Notturno e da Rorschach fanno convergere i sospetti su Adrian Veidt detto Ozymandias, l’uomo più ricco e intelligente del mondo che un tempo combatteva il crimine al loro fianco, e che adesso, scampato ad un attentato che poi si scoprirà essere stato costruito ad hoc per sviare ogni sospetto da lui, sta lavorando a misteriosi esperimenti nella sua base in Antartide.

A rendere le cose ancora più complicate, intanto è scoppiata una vera e propria crisi internazionale: Spettro di Seta – che presto scoprirà di essere nata da un rapporto fra la madre, Spettro di Seta I, e il Comico – ha rotto il rapporto sentimentale che la legava al Dottor Manhattan, uno scienziato che un esperimento di fisica subatomica finito male ha trasformato in una sorta di semidio. Sempre più estraniato dalle vicende dell’umanità, Manhattan si autoesilia su Marte. Sin dalla sua apparizione negli anni sessanta, il Dottor Manhattan era stato un essenziale deterrente ad ogni campagna militare, un garante della supremazia americana sugli equilibri del mondo; adesso, essendo gli Stati Uniti rimasti senza protezione, l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan e il presidente Nixon, che nella linea temporale dell’universo di Watchmen è ancora al potere, minaccia una guerra nucleare. Gufo Notturno e Rorschach si dirigono allora in Antartide, dove Veidt ha la sua base segreta; qui Veidt rivela di essere lui l’assassino del Comico, che aveva scoperto il suo piano segreto per salvare la Terra dal conflitto nucleare.
Il piano di Veidt per la salvezza del mondo è il trionfo del machiavellismo e di ogni concezione sacrificale dell’esistenza. La sua intenzione è quella di far cadere su New York City un calamaro gigante dall’aspetto alieno che con la sua onda d’urto ucciderà approssimativamente tre milioni di persone; ma questo è un sacrificio necessario per far unire gli Stati Uniti e la Russia nella lotta contro una comune minaccia aliena inesistente, stornando definitivamente ogni rischio di guerra nucleare fra le due potenze. Gufo Notturno e Rorschach non possono fare niente per impedire la strage di New York; tuttavia il Dottor Manhattan torna da Marte assieme a Spettro di Seta e, viste le rovine della città, i due raggiungono gli altri nella fortezza di Veidt in Antartide.

Preso atto della totale distruzione di New York, i Watchmen adesso riunitisi giungono a un compromesso doloroso ma essenziale: dal momento che i notiziari di tutto il mondo confermano la cessazione delle ostilità fra Stati Uniti e Russia, gli altri vigilanti non diranno nulla sulla reale origine della creatura “aliena”, che alcuni attribuiranno anzi allo stesso Dottor Manhattan. L’unico a non essere d’accordo sull’insabbiamento è Rorschach, che viene polverizzato da Manhattan prima di fare ritorno a Marte. Tuttavia un giornalista si ritrova fra le mani il diario su cui Rorschach ha annotato da anni le sue giornate, le sue idee e i suoi sospetti fino alla partenza per l’Antartide. Il finale del film di Snyder è leggermente diverso a livello di dinamica dei fatti, perché ciò che colpisce New York è una bomba atomica di cui si il Dottor Manhattan prende la colpa al posto di Veidt, ma “ideologicamente” non cambia nulla perché anche nel film i Watchmen decidono di insabbiare le responsabilità di Veidt per mantenere il nuovo status quo raggiunto fra USA e URSS nel fare fronte comune contro lo stesso nemico, Manhattan, che dal canto suo se ne parte per un viaggio intergalattico.
La miniserie di Lindelof, un esempio perfetto per quell’idea di complex TV che negli ultimi anni tanto è invalsa, ha come antefatto proprio il racconto fatto dalla graphic novel e dal film – scegliendo però, contrariamente a Snyder, l’apparizione del calamaro gigante come evento catastrofico che ha permesso la pace nel mondo – ed è ambientata ai nostri giorni, nel 2019 in cui è uscita. A fare da sfondo alle vicende narrate non è più la guerra fredda con le sue paranoie bensì gli scontri fra polizia, neri e suprematisti bianchi nella provincia americana; la serie è ambientata principalmente nella zona di Tulsa, Oklahoma, dove i poliziotti sono costretti a mascherarsi e, in alcuni casi, a travestirsi come vigilanti dopo che la Settima Cavalleria, una sorta di Ku Klux Klan giunto in possesso del diario di Rorschach, ha fatto strage di quasi tutti gli agenti presenti sul territorio; nelle vicende non tarderanno ad essere coinvolti anche un anziano Adrian Veidt (Jeremy Irons), Spettro di Seta II, ancora agente governativo, e il Dottor Manhattan, che da anni ha segretamente abbandonato Marte per vivere con l’aspetto di un uomo sulla Terra. Quando la serie arrivò al suo ultimo episodio, il New York Times decretò che “il grande risultato raggiunto da Watchmen sta nell’aver mostrato come i neri hanno plasmato la storia degli Stati Uniti”; d’altro canto, alcuni spettatori hanno mostrato sdegno nei confronti delle tematiche politiche della serie, e soprattutto del sottotesto che vedeva Rorschach essere idolatrato da anarcoidi suprematisti bianchi. A queste lamentele si rivolse un editoriale di Vox, sancendo semplicemente che “Watchmen ha sempre avuto contenuti politici, l’adattamento dell’HBO li ha semplicemente resi impossibili da ignorare”.

In tutte le sue forme, Watchmen offre spunti molto interessanti su una molteplicità di tematiche: la decostruzione della figura dell’”eroe” e del supereroe; il rapporto con le autorità e le forze dell’ordine; le riflessioni sulla “ragion di Stato”; la guerra fredda e le sue implicazioni sociali; il ruolo dei giornali e dei mezzi di comunicazione di massa; le sacche di razzismo negli Stati Uniti d’America; il bisogno di un simbolo trascendente; la pertinenza e la permanenza della figura archetipica del capro espiatorio nei disegni politici mondiali degli ultimi decenni; il platonismo intrinseco della concezione della politica ormai invalsa a livello internazionale; la Realpolitik; la fine o forse il definitivo avvento del Sogno Americano – queste sono solo alcune delle questioni a cui Watchmen si rivolge, nelle sue tre varianti fumettistica, cinematografica e seriale. Una tale complessità tematica, una simile ambizione descrittiva, nemmeno la trilogia di Nolan sul Cavaliere Oscuro la sfiorava.
A fronte di una simile proliferazione di personaggi e di temi, non sarebbe sbagliato dire che Watchmen è stata una delle poche narrazioni che, nel Novecento, hanno avuto un’ambizione autenticamente omerica, rifondando da zero un intero immaginario riletto in una prospettiva al tempo stesso critica ed epica. Si può arrivare ad affermare, senza grossi timori, che Watchmen rappresenta anche uno dei casi più interessanti di metaletterarietà, almeno nella seconda metà del secolo. A dirla tutta, con Watchmen è l’intero Novecento ad essere messo, e a mettersi, in una problematizzazione e in un’autocritica che assume una forma narrativa: uscito a pochi anni dal crollo del Muro di Berlino che secondo Hobsbawm avrebbe portato anzitempo alla fine il “secolo breve”, la graphic novel di Alan Moore e David Gibbons è uno dei casi in cui l’autocoscienza di un intero secolo ha raggiunto i picchi – e adesso la miniserie di Lindelof ha operato un’interessante attualizzazione, delle tematiche e delle intuizioni del fumetto. Forse può sorprende sentire parlare così di una graphic novel che bene o male parla pur sempre di superumani che si sentono dèi, ma addirittura il Time ha annoverato il Watchmen di Moore e Gibbonsfra i cento “romanzi” più importanti del Novecento.
Tanto la graphic novel di Moore e Gibbons, quanto la più recente e pluripremiata miniserie di Lindelof hanno saputo incarnare al meglio lo Zeitgeist del periodo della loro uscita, le paranoie, le ansie sociali e le aporie dell’immaginario stesso di quegli anni, rispettivamente gli anni ottanta di Reagan e Terminator e la fine degli anni duemiladieci che ci siamo appena lasciati alle spalle. Più o meno equidistante dai due, a prescindere dagli eventuali commenti caustici di Alan Moore che si è sempre opposto agli adattamenti cinematografici delle sue opere, il film di Snyder ha saputo trattare fedelmente e intelligentemente le tematiche e le dinamiche della graphic novel, trasponendole in un’efficace forma cinematografica tanto cupa quanto scanzonata. Ad affiancare Snyder in questo primo e ad oggi unico adattamento per il grande schermo di Watchmen un notevole cast quantomai azzeccato che vede Patrick Wilson nei panni di Gufo Notturno, un memorabile Jackie Earle Haley nelle vesti di Rorschach, Carla Gugino come Spettro di Seta, Jeffrey Dean Morgan: nel ruolo del Comico, Matthew Goode a interpretare Adrian Veidt aka Ozymandias e Billy Crudup, sotto una tuta di motion capture, a prestare il volto al personaggio più memorabile del film e di tutto il franchise di Watchmen, il già citato Dottor Manhattan.

La stratificazione narrativa e la tentacolare coralità della graphic novel di Moore e Gibbons vengono ottimizzate all’interno e ai fini di una narrazione cinematografica, ma Snyder ha avuto un certo coraggio e una certa ambizione a tenere il film aperto a numerosi flashback e a diversi piani temporali e narrativi, con un equilibrio e una ritmica dello storytelling che anche la versione uscita nelle sale ha saputo reggere bene, a differenza dei successivi esiti di Zack Snyder con il cosiddetto Snyderverse della DC, Man of Steel, Batman v Superman e Justice League, che solo nella director’s cut hanno trovato la loro giusta forma. Uno dei maggiori punti di forza del film di Snyder è la cura del look e la forza della fotografia di Larry Fong, ma altrettanto memorabili sono i dialoghi tra i protagonisti, brevi, taglienti e dotati di un’icasticità veramente omerica. Una delle battute più incisive tra quelle attribuite al Comico viene pronunciata dal personaggio in un flashback che mostra i Watchmen, poco prima della legge Keene, intervenire a fermare con la violenza una manifestazione giovanile. Il Comico uccide per puro sadismo un ultimo manifestante che, dopo la fuga degli altri, si era attardato a scrivere un messaggio di protesta su un muro. Il gesto gratuito sciocca Gufo Notturno II, che si chiede ad alta voce: “che fine ha fatto il Sogno Americano?”. La risposta del Comico è ancora più caustico: “si è avverato. È questo il Sogno Americano”.
Questo scambio di battute tra il Comico e Gufo Notturno II, e in generale l’attitudine esistenziale che il Comico, similmente al Joker, sintetizza in poche parole la visione dell’America che Watchmen trasmette: un’America perennemente sospesa nell’infinita dialettica tra la ricerca della sicurezza e la ricerca della libertà, in cui, nell’antefatto, i vigilantes si scoprono parte del problema che combattono, la distanza tra politica e popolazione è estrema, e nessuna comunità regge sotto il peso del tipico individualismo americano, che un gruppo di supereroi non può che incarnare appieno. La riflessione innescata da David Gibbons e Alan Moore e portata avanti a modo loro prima da Zack Snyder e poi da Damien Linedlof trova echi interessanti anche in riflessioni di filosofi e intellettuali coevi circa l’America e l’essenza della sua Realpolitik. “Soltanto nella Dichiarazione di Indipendenza americana si nomina the pursuit of Happiness in quanto uno dei ‘diritti inalienabili’ dell’uomo”, ricordava lo scrittore e saggista Roberto Calasso ne L’innominabile attuale, il suo saggio sul contemporaneo, “e questo viene spesso ricordato come una grazia dei Padri Fondatori rispetto ai più ardici costituenti europei. Ma a quella parola incantata fa ricorso anche un altro testo, che può essere considerato la Dichiarazione di Indipendenza del terrorismo: il Catechismo del rivoluzionario, redatto da Nečaev. Dove, all’articolo 22, si legge: ‘La Società non si prefigge altro scopo che la liberazione completa del popolo e la sua felicità’”.

Il perfetto equilibrio di Watchmen tra utopia e distopia traduce con grande efficacia, prima nel linguaggio fumettistico e poi nel linguaggio audiovisivo, tutte le ambiguità alla base dei grandi ideali americani, e in modo particolare ne è portavoce privilegiato il Comico, vittima sacrificale dell’incipit del film che con la sua assenza pure permea tutto il prosieguo della linea principale della narrazione. Brutale rivisitazione carnevalesca di una sorta di Captain America grasso e screanzato, il Comico rappresenta l’America stessa in tutto ciò che ha di reazionario, di coercitivo, di esorcistico, di nichilista nel senso proprio e violento del termine. Se dopo le leggi Keene accetta di continuare ad operare come vigilante registrato nell’apposita lista del governo – l’unico altro Watchmen a condividere questa scelta è l’etereo Manhattan – è solo perché la sua figura istituzionale di superpoliziotto al servizio dell’ordine gli permette di continuare ad agire in una paradossale posizione di superiorità rispetto alla legge civile; da questo punto di vista, il Comico è l’opposto di Rorschach, che pure sarà uno dei pochi a piangerne sinceramente la morte. Come anche il Comico si riallacci a una lunga tradizione archetipica nell’immaginario e nel soprattutto nel teatro occidentale che trova nel fool shakesperiano la sua più ordinata rappresentazione è un aspetto del personaggio che affronteremo indirettamente approfondendo il Joker di Todd Phillips. Da non sottovalutare neanche il fatto che, a quanto affermato dallo stesso Alan Moore, l’ispirazione originaria per il personaggio deriva dalla figura storica dell’ex-agente dell’FBI G. Gordon Liddy, uno dei più sinistri personaggi legati allo scandalo del Watergate.
“All’orizzonte delle letterature occidentali moderne incombe il superuomo; la particolare figura che assume, l’orrore o il desiderio d’emulazione che ispira consentono di individuare certi contenuti legati allo spirito di potenza e di illimitata ricerca proprio dell’Occidente”, scriveva in Uscite dal mondo Elémire Zolla, che alla figura del superuomo dedicò un’importante serie di studi universitari nella seconda metà degli anni settanta. Il superuomo, agli occhi il grande studioso delle religioni e delle tradizioni antiche, incarna “una figura per certi aspetti opposta al santo cristiano, che si configurano, per esaltarlo o temerlo, coloro che in Occidente sentano verso l’ordine cristiano odio o spazientita superiorità o emulazione o indifferenza e che non riescano tuttavia a eliminare il bisogno di una figura ideale, distinta dalla massa dei citoyens o degli ‘unanimi’ fratelli”. Più succintamente Bertolt Brecht faceva dire al suo Galileo, in un dialogo con Andrea Sarti, Unglücklich das Land, das Helden nötig hat – “Beata la terra che non ha bisogno di eroi”. Watchmen sembra sposare questa visione, ma, dall’altro lato, non ha uno spirito unicamente decostruttivo: degli eroi e dei supereroi racconta anche il fascino, la seduzione, l’iconicità, l’ipnoticità. È proprio per la sua capacità di sposare le contraddizioni che Watchmen supera di molte spanne gran parte della narrazione supereroistica, tutta ancorata nel binomio del bene e del male, e si colloca tra le grandi opere narrative del Novecento, e di questo ancor più frastagliato inizio millennio.
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