Fantozzi: una tragedia – «Ridi» lei, se riesce
Partiamo subito da una constatazione banale, eppure necessaria: che l’immaginario di Fantozzi, personaggio creato su carta da Paolo Villaggio nel 1971 e trasposto su schermo per la prima volta da Luciano Salce quattro anni dopo, abbia decisamente più componenti tragiche che comiche è evidente a qualsiasi tipo di spettatore, tanto che spesso il pubblico è diviso tra chi non può assolutamente resistere nel piegarsi dal ridere di fronte alle sfortune del ragionier Ugo (io personalmente sono tra questi) e chi invece semplicemente trova insopportabilmente penosa la rappresentazione del disagio umano che lo circonda. È quindi una cifra stilistica evidente quella dell’essere radicalmente diviso – come spesso lo sono i letti del ragioniere e della moglie Pina – tra il tragico palese e il comico risultante, il tutto armonizzato attraverso le esagerazioni linguistiche iperboliche che hanno reso l’opera di Villaggio, in un modo o nell’altro, un pilastro dell’immaginario italiano.

Risulta quindi quasi tautologico quel sottotitolo – Una tragedia – che, accompagnando il titolo dell’ultima fatica teatrale di Davide Livermore, in scena al Teatro Nazionale di Genova dal 30 gennaio, sembra voler suggerire qualcosa di più profondo, da ricercarsi nel passaggio di Fantozzi dalla carta e dallo schermo alla scena teatrale, attraverso il corpo di un mimetico e filologico Gianni Fantoni. La tragedia come categoria drammaturgica, quindi, ovvero percorso di trasformazione che ha al centro un eroe dal destino segnato, che abita una sorte necessaria e inespugnabile, condannato a privarsi del sé perché il Fato abbia il suo corso. Così l’impianto dello spettacolo – monumentale, con le sue due ore e mezza – organizza quadri “classici” dell’epica fantozziana tessendo più fili, arrivando però spesso ad intrecciare nodi ingarbugliati dal difficile discioglimento.

Eppure l’impianto di base è solidissimo: la scelta di iniziare dal Fantozzi letterario – oltre un milione di copie vendute col primo romanzo e una prosa sperimentale degna del miglior Celati – garantisce uno sguardo quantomeno laterale rispetto a quanto si è abituati dagli ormai più che familiari primi film, inoltre Gianni Fantoni è garanzia di totale aderenza al personaggio, specialmente grazie ad una mimesi vocale e gestuale da lasciare sconcertati; il vastissimo repertorio fantozziano permette poi combinazioni narrative infinite, tali da poter costruire virtualmente percorsi ricchissimi anche malleando quelle situazioni così riconoscibili da chiedere a gran voce di essere riraccontate in modo diverso. Purtroppo però la direzione presa è stata decisamente differente e, al netto di alcuni indiscutibili momenti di ottima resa scenica, l’interezza dello spettacolo stenta a trovare una solidità discorsiva netta, arrivando addirittura ad inquinare l’immaginario di partenza con inserti di inopportuna contingenza, talmente distanti dall’ethos fantozziano da rompere irrimediabilmente il ritmo drammaturgico, sia questo nella direzione del comico o del tragico.

Certo, si diceva, Fantozzi: una tragedia presenta alcuni momenti di estrema luminosità scenica, che dimostrano quanto il mondo del ragionier Ugo possa riempire con felice armonia lo spazio del teatro: si rimane infatti piacevolmente sorpresi da come una sequenza quale la partita di biliardo di Catellani venga ricostruita e trasformata in modo da materializzare il comico di ogni suo singolo elemento e, su tutto, si stenta a trattenersi durante il crescendo strepitoso – merito di un Fantoni in stato di grazia – della scena dei canali hot di mezzanotte, persino migliore della sua controparte cinematografica. Con ciò, va sottolineata la riuscita trasformazione tutta teatrale del mondo del ragioniere in un incubo popolato da figure coerentemente mostruose, esagerate al punto da ricordare maschere grottesche di pasoliniana memoria, con un potenziale dissacrante decisamente palpabile.

Purtroppo però questo potenziale viene il più delle volte diluito e disinnescato da momenti di totale non pertinenza drammaturgica, capaci di far perdere persino il filo del tragico che tenta di sottendere l’andamento antologico delle scene. Si tratta di elementi di ridondanza – come le “note a piè di pagina”, fastidiose sia nel rompere la continuità (il mondo di Fantozzi non va spiegato, ma intuito ed respirato) che nell'”accento” con cui si presentano – e di elementi di totale contingenza, fuori luogo e fuori posto quando non palesemente irrispettosi: c’è infatti un limite tra il dissacrante – che nell’immaginario fantozziano è endemico – e il dispregiativo che, purtroppo, lo spettacolo di Livermore arriva a toccare specialmente nel suo finale, con un monologo che fraintende e schernisce senza appello quella generazione che subisce il male italiano che Villaggio aveva così lucidamente e profeticamente rappresentato.

Volendo riassumere, Fantozzi: una tragedia porta con sé il bene e il male dell’andare a vedere lo spettacolo di una tribute band, capace di far rivivere ai fan un’esperienza collettiva altrimenti irripetibile – con battute mandate a memoria e recitate in coro da tutta la sala – e regalando l’illusione mimetica, sul palco di un teatro, della presenza autentica e corporea di chi non è più – ancora, merito di un Fantoni commovente -, eppure lasciando quell’amaro in bocca tipico di ogni greatest hits d’accumulo («però la scena della caccia non l’hanno fatta…», citando una mia reazione a fine spettacolo), con tanto di mancanza di una vera e propria tenuta drammaturgica definitiva e definita: perché, purtroppo, a voler portare in scena così tanti livelli di dispiegazione del mondo fantozziano, quello che resta è che nessuno si dà come realmente risolto o solidamente sufficiente, con una commistione di ruoli, piani, racconti e filoni che fanno dissolvere la continuità, considerando che a teatro non si ha il lusso del modello nobile della Commedia all’Italiana di cui Salce si era nutrito per i primi due film (ci sarebbe quella dell’Arte, ma ahimè non qui).

A fronte dell’ambizione dello spettacolo – Fantoni ci lavorava da un decennio prima di trovare il potenziale realizzativo di Livermore e del Nazionale – ci si chiede quindi se il tutto non richiedesse uno sforzo meditativo maggiore nel momento in cui il progetto stava trovando la sua materializzazione definitiva, con una cura verso la profondità che facesse ricredere sulle scelte superficiali che ne hanno rotto la tenuta complessiva. Si spera che le tante repliche – dopo Genova lo spettacolo sarà a Bologna, Avezzano e Milano – possano far riflettere al meglio sulle criticità dell’insieme e portare a una rifinitura maggiore del testo. Nel frattempo a noi restano sempre i romanzi e i film, mica poco!
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.