Il Don Giovanni di Arturo Cirillo – Schizzi e suggestioni di un adattamento
Dichiara subito i propri intenti Arturo Cirillo nel suo adattamento del Don Giovanni: non una trasposizione, non una copia, nemmeno una riduzione “a partire da”, ma una collisione di immaginari ricondotti al loro contorno, silhouette dense della significazione narrativa che abitano. Tutto, dal testo in rima alle musiche di Mozart, porta sul palco a respirare l’atmosfera che permane il Don Giovanni, permettendo alla scena di comporsi in piena libertà drammaturgica, di farsi patchwork visivo, uditivo e dinamico di una vicenda che rimane sulla superficie del proscenio. Prodotto da Marche Teatro, Teatro di Napoli, Teatro Nazionale di Genova e ERT, Don Giovanni concentra la rappresentazione sui personaggi e sulla loro efficacia, diventando illustrazione del testo più che sua esplosione od espansione, rendendo interpreti e scenografie i punti focali della tenuta dello spettacolo, in un’economia espressiva che restituisce ampio spazio alla macchina scenica.

All’inizio straniante, la scelta di preservare la scansione in rima dei dialoghi – fittissimi, a ritmare azione e racconto – si pone come primo livello di adattamento e di costruzione scenica: l’impianto è quindi dichiaratamente poetico, anti-naturalistico e perciò volutamente “smagliato” nella rappresentazione. Questo rende lo sguardo dello spettatore pronto ad accogliere gli elementi scenici nella possibilità di rimare tra loro, di farsi rifrazione l’uno con l’altro: così i ruoli differenti che vestono lo stesso interprete entrano in risonanza e conducono un discorso unitario attraverso il loro alternarsi sul palco, rappresentando di riflesso la medesima sfida morale per Don Giovanni. Allo stesso tempo, l’inserimento della componente musicale – svuotata della dimensione operistica – si armonizza con l’intento complessivo dell’efficacia scenica, punteggiando le sequenze e addensando i momenti iconici dello spettacolo.

Proprio la dimensione sonora, tratta da Mozart, è eseguita (su registrazione) dall’Orchestra Topica attraverso l’arrangiamento di Mario Autore che è anch’esso eco non mimetica della partitura originale, volutamente non pulita e non maestosa, asciugata alla sua solidità identitaria e niente più. Così le sequenze musicali, private dall’impianto operistico, mantengono la loro connessione mnemonica nell’immaginario collettivo del pubblico anche quando conservano solo il ricordo dell’originale mozartiano. Non sempre l’efficacia è omogenea – per esempio, Madamina, il catalogo è questo funziona benissimo, mentre resta più debole Don Giovanni, a cenar teco m’invitasti – ma il tutto rientra nell’impianto drammaturgico pensato da Cirillo, fatto di pennellate volutamente sfocate, aperte alla contaminazione.

In tutto questo, come si è detto, la solidità dello spettacolo sceglie di poggiare su due elementi naturalmente portanti: le performance attoriali e il meccanismo scenografico, intrecciati nel restituire una planarità all’azione, con una recitazione misuratamente sopra le righe – il Don Giovanni di Cirillo è quasi uno Jack Sparrow, mentre lo Sganarello di Giacomo Vigentini è un esilarante catalogo di comicità slapstick – e una scenografia (a cura di Dario Gessati) fatta di passaggi segreti, scale che si muovono e notevoli scelte luministiche. La regia di Cirillo conduce abilmente lo sguardo dello spettatore lungo la stratificazione degli spazi del palco, sfruttando una profondità naturalmente data dall’impianto scenografico e puntando sulle direttrici gestuali degli attori.

È infatti la peculiare gestualità esplicitamente scelta nel condurre l’andamento drammaturgico che evidenzia l’accento rappresentativo con cui Cirillo ha cucito gli elementi eterogenei del suo Don Giovanni: movimenti ampi, caricaturali, macchiettistici eppure perfettamente funzionali all’efficacia dell’azione. Nell’agire, i personaggi del Don Giovanni richiamano la spontaneità di uno spettacolo di burattini, attraverso pose e immagini corporee legate all’iconografia delle illustrazioni settecentesche. Quasi figurine di carta litografate, i personaggi sul palco hanno il dinamismo dell’inchiostro e una potente iconicità garantita dai magnifici costumi di Gianluca Falaschi.

In un tessuto drammaturgico che alterna sequenze esilaranti a momenti di profondità attentamente misurata – Don Giovanni che si appropria de «l’Orrore» di conradiana memoria vale tutto lo spettacolo – il Don Giovanni di Arturo Cirillo permette al pubblico di respirare ciò che in Molière, in Da Ponte e in Mozart è lo strato iconico di un dramma irriducibile e irrisolvibile, sempre strabiliante nel suo negare con violenza l’altrimenti troppo semplice risoluzione etica, in una plateale affermazione del sé di fronte alla (risibile) coscienza popolare. In scena al Teatro Ivo Chiesa di Genova fino al 19 gennaio, lo spettacolo continua la tournée fino a marzo.
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