Come gli uccelli – Abitare la Storia, dissolvere il conflitto
Di fronte all’eccezionale attualità e urgenza di Come gli uccelli, testo di Wajdi Mouawad che attraverso un’epica familiare di stampo tradizionalmente letterario mette in forma tutte le ferite più aperte e dolorose di conflitti più grandi della stessa Storia, è facile fermarsi lì, al contenuto pedagogico, all’autopsia attenta e precisa di una situazione – quella palestinese – che ha radici profondissime che la drammaturgia di Mouawad affronta con estrema perizia, veicolandola nelle vicende di una famiglia radicata in tre continenti. Ma questo farebbe un cattivo servizio alla messa in scena che Mulino di Amleto ha proposto di Come gli uccelli, in scena al Teatro Nazionale di Genova fino al 14 gennaio, poi al Fontana di Milano dal 30 fino al 4 febbraio: il testo di Mouawad è infatti reso vivo, tangibile, fatto immagine scenica a un tempo concreta e inafferrabile attraverso uno spettacolo dalla portata grandissima (175 minuti inarrestabili) e dall’attentissima costruzione.

Il lavoro sul testo è innanzitutto elaborato attraverso una punteggiatura ritmica eccezionale, capace di tenere viva una vicenda che si racconta su piani temporali sovrapposti e soprattutto si sostanzializza attraverso un mosaico di lingue che plasmano la complessità e la ricchezza in cui si radica un conflitto familiare che è su più dimensioni figlio di un conflitto culturale dalle radici profonde: la bravura di Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi (quest’ultimo regista dello spettacolo), che hanno curato l’adattamento, è quella di rendere i personaggi non semplici tasselli narrativi, ma veri e propri condensatori del valore drammaturgico in un circuito di trasformazione scenica che si sposta a seconda di chi è al centro dello sguardo spettatoriale. Niente e nessuno in Come gli uccelli è posto in secondo piano e persino i ruoli non protagonisti diventano occasione per porre efficacissime rime sceniche attraverso quei corpi attoriali che danno volto a più di un personaggio in piani temporali differenti.

Tutto questo è accompagnato dalla capacità di Lorenzi di lavorare sullo spazio scenico come se lavorasse direttamente sull’immagine che vi prende forma: si resta infatti inevitabilmente meravigliati da come possano avvenire sul palco delle vere e proprie dissolvenze incrociate, con sovrapposizioni plastiche e narrative capaci di scandire l’alternarsi dei piani temporali attraverso cui si snoda la vicenda, accostando e rispecchiando situazioni, contesti e vite in un tessuto di senso che tenta continuamente di nutrirsi della Storia per la storia, strappando frammenti di testimonianza che diventano l’abito che veste la profondità e la trasformazione dei personaggi, costantemente in divenire. Eppure l’immagine scenica resta solidamente teatrale, corporale e fisica, multiforme e radicalmente sensibile: il peso dell’enorme blocco che segna la scenografia, il fumo acre delle sigarette, l’esplosione delle voci incontenibili, tutto tocca inevitabilmente e radicalmente il corpo spettatoriale rompendo ogni possibile distacco, rendendo il tutto ferocemente tangibile.

In quasi tre ore di spettacolo si è chiamati in causa a mettersi in gioco come sguardo attivo, sguardo che traduce e confronta – con le lingue del testo giustapposte sulla scena -, che abita e interpreta, che prende parte, posizione e posto. Si è presenti in ogni tempo e in ogni dimensione, dal ricordo al flashback, in una puntualità presente che rende indecidibile una gerarchia dei piani di realtà, ponendo tutto l’esistente del testo come inevitabilmente concreto, effettivo e tangibile, tanto che l’intervallo tra i due tempi è percepibile come una rottura anch’essa parte dell’efficacia drammaturgica: un violento ripristino del reale al di là dello scenico che porta ulteriormente ad amalgamare i piani abitati dal pubblico. Il tutto reso possibile, chiaramente, da prove attoriali estremamente calate nel naturale persino quando evocano senza mostrare, in cortocircuiti di aspettative che non rompono mai la tenuta del rappresentato; ogni interprete restituisce una prova di eccezionale abitazione del tessuto testuale, interiorizzando la polifonia linguistica e trasportandola attraverso il proprio peculiare timbro scenico.

Ben più di un testo dall’intento pedagogico o pacifista, quindi; decisamente oltre dal porsi come commento sull’attualità storica o per conciliare posizioni superficiali. Come gli uccelli è un’autentica presa in carico del testo di Mouawad attraverso cui si tenta di plasmare la radice del conflitto, dando corpo, voce e azione a quell’intraducibilità di fondo che è alla base di ogni istinto nazionalista, che porta a raccontarsi come risultato non dell’incontro con l’altro, ma della sopravvivenza allo scontro. Si consiglia infine qui, prima o dopo lo spettacolo, la lettura parallela de L’identità culturale non esiste di François Jullien, quasi una guida agli interstizi della drammaturgia e una chiave per tradurne il portato al di fuori del palco.
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