Il cacciatore – L’altra faccia dell’orrore
Rivedendo Il cacciatore (The Deer Hunter) con sempre maggiore frequenza e naturalezza il pensiero è andato ad Apocalypse Now. I due film escono a ridosso di poco tempo l’uno dall’altro: il primo nel 1978, il secondo appena un anno dopo. Entrambi trattano della guerra in Vietnam, ma non sono propriamente due film sulla guerra del Vietnam. Entrambi, infatti, trattano i devastanti effetti psicologici prodotti dalla guerra: che può essere quella combattuta dagli Stati Uniti nel Sud-Est asiatico come qualsiasi altra combattuta nel mondo.
L’opera di Coppola proviene dal noto racconto lungo Cuore di tenebra di Joseph Conrad – situato originariamente attorno al fiume Congo – che viene traslato in Vietnam per comodità narrativa e per maggiore attinenza con la storia americana. Cimino, invece, tratta propriamente del Vietnam, ma non è quello il cuore del film: il Vietnam è, semplicemente, l’abisso dell’animo umano e la perdizione più cupa e bestiale in cui l’uomo può smarrirsi e non ritrovarsi mai più.
La storia de Il cacciatore è nota e, diegeticamente, anche molto semplice da riassumere. Un gruppo di tre amici, appartenenti a una comunità russo-americana situata in un paese immerso tra le montagne del New Jersey, deve partire per la guerra del Vietnam. La brutalità di quella guerra distruggerà le loro vite: c’è chi torna, chi torna mutilato e chi non torna affatto. In quella piccola comunità tutto è come prima e le cose non cambiano mai davvero, ma coloro che partono, al contrario, vedranno la loro vita cambiare fin troppo. Sono costretti a guardare negli occhi l’abisso e, da quel momento, non possono più veramente tornare indietro.

Mike (Robert De Niro) è quello che più riesce a lottare e che cerca di salvare con sé i suoi compagni: il fragile Steven e Nick (Christopher Walken). Steven torna a casa senza gambe, mentre Nick si perde nei meandri del Vietnam, ipnotizzato da un dolore da cui non riesce più ad emanciparsi e devastato da uno dei “giochi” più crudeli inventati dall’uomo: la roulette russa. Nick – un Christopher Walken superlativo che si è guadagnato l’Oscar con una prova attoriale ipnotica – è andato talmente a fondo dell’orrore che ci è rimasto dentro e continua a praticarlo come forma di auto-distruzione progressiva e totalizzante dentro una spirale di morte prima morale che fisica.
Finiamo così di vedere i 182 minuti del film – per nulla pesanti o ridondanti – e veramente capiamo quanto siamo stati testimoni di uno dei film più potenti mai fatti sull’orrore della guerra e su quanto la guerra sia quel Male assoluto che strappa inspiegabilmente le persone dalla propria vita tranquilla e felice, per deturparla e distruggerla da cima a fondo, e poi restituirla in forma di brandello irricostituibile.
Proprio questo senso di estirpazione forzosa e forzata, di ingiustizia della chiamata alle armi, Cimino ce la fa comprendere benissimo. Spende infatti cinquanta lunghi minuti per mostrarci, senza fretta, le dinamiche di questa piccola comunità che vive serenamente e chiede molto poco alla vita. Un duro e usurante lavoro in fabbrica, l’andare a bere un bicchiere e divertirsi al bar con gli amici, andare a caccia di cervi con gli stessi amici, lavorare di nuovo, festeggiare in occasioni religiose insieme alle proprie famiglie e fidanzate, e così via daccapo. Conducendo una vita piuttosto povera e modesta, spesso faticosa, con pochissimi beni di consumo, accontentandosi di poco ed essendone felici, con un senso dell’amicizia molto alto e fraterno. Questo vuole dirci il regista.

E la domanda che ci si pone è: perché tutto questo deve essere stravolto e sradicato dalla volontà di alcuni potenti che, mai sazi di potere, muovono una guerra contro un altro territorio – che, tra l’altro, in questo caso è situato dall’altra parte del mondo? Ovviamente la domanda è retorica: un senso, a questo dilemma che attanaglia anche la nostra contemporaneità, non lo si riesce a trovare.
Quindi, subito dopo l’idillio inziale, troviamo già Mike, Nick e Steven catturati in Vietnam e torturati dagli aguzzini. Qui s’inserisce una delle scene più famose della storia del cinema: quella del gioco disumanizzante e infernale della roulette russa. Il punto da cui Steven e soprattutto Nick non tornano più indietro.
Poi Mike torna nel suo New Jersey – che, nel frattempo, non è cambiato di una virgola – trova nella dolce Linda (Meryl Streep) il conforto dell’amore, ma il suo pensiero corre a Nick, di cui non si hanno notizie, smarrito nei labirinti vietnamiti.
Per quel fortissimo senso dell’amicizia di cui si parlava sopra, Mike è disposto a tornare all’inferno a cercare Nick. Lo scenario vietnamita, con i suoi fiumi spettrali e le atmosfere da guerriglia, sono quanto di più sepolcrale ci possa essere: lì, infatti, si trova il cadavere vivente di Nick, veterano della roulette russa, che proprio davanti allo storico amico spara l’ultimo colpo. Almeno la sua salma, però, torna tra i suoi alberi del New Jersey, vicina all’affetto di quella comunità che tanto ama e si tiene stretta i suoi membri. Sembra una magra consolazione, ma in qualche modo rappresenta un tentativo di ridare pace al suo corpo e alla sua anima.

Più volte abbiamo ripetuto il termine “orrore”, che è parola chiave di Apocalypse Now: la verità finale sulla pazzia e sull’oblio in cui è sprofondato il generale Kurtz. Lo stesso orrore c’è ne Il cacciatore, ma con la prospettiva ribaltata e, quindi, ancora più umana e dolorosa. In questo caso, infatti, l’orrore non colpisce il generale che si trova in una posizione di potere, ma tutti i singoli soldati che sono stati coinvolti e condotti in quell’inferno che si chiama Vietnam, eppure poteva chiamarsi in tanti altri modi.
Se in Apocalypse Now, in qualità di spettatori, facciamo esperienza dell’orrore di cui è capace l’essere umano in una forma più distaccata perché coinvolge un personaggio che affascina ma con cui è difficile entrare veramente in empatia, nel caso de Il cacciatore quell’orrore lo percepiamo profondamente e totalmente, lo sentiamo prudere anche sulla nostra pelle e, infine ci sentiamo dei privilegiati, proprio perché abbiamo la fortuna di guardarlo e non di viverlo.
Eppure, alla fine, dentro al silenzio e al dolore di commemorazione per il funerale di Nick, sembra che ci possa essere una nuova vita e un tempo in cui si possa di certo non dimenticare, ma almeno in qualche modo riuscire ad andare avanti. La sequenza finale ci lascia quella luce di speranza per Mike e Linda: un lumicino di futuro. Tuttavia, non tutti abbiamo la forza e l’apatia di Mike. E quindi, come un montante traumatizzante, tornano inesorabili la rabbia e l’impotenza per le vite falciate da quell’inferno di cui siamo stati anche noi, in parte, testimoni.
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“Tuttavia, non tutti abbiamo la forza e l’apatia di Mike.” bella recensione, questa frase finale mi sorprende e mi sembra contraddire tutto il resto. Apatia dopo tutto quello che ha fatto?