Goodfellas — L’immagine stimolo
Prima ancora che la storia prenda forma, Goodfellas sembra già suggerirci con quali occhi andrebbe guardato: i titoli di testa, bianchi e asciutti, sfrecciano su uno sfondo nero con la stessa frizione sonora delle automobili che attraversano la notte. È un’apertura che lancia il film in avanti, come se fosse già in corsa e lo spettatore dovesse cercare di stargli appresso. In quell’iniziale lampo grafico-sonoro Martin Scorsese stabilisce già il ritmo interno del suo racconto, quell’accelerazione che diventerà la grammatica dell’intero film. Poi, come un contrappunto inevitabile, l’immagine di due fari che tagliano il buio, un’automobile al cui interno siedono tre loschi individui di cui ancora non sappiamo nulla. Dal bagagliaio provengono dei rumori: i tre si fermano, lo aprono, rivelano il corpo insanguinato di un uomo e lo finiscono a colpi di coltello da cucina e di pistola.
L’immagine in questione, però, non è soltanto quella di un corpo martoriato: è il cuore stesso della visione scorsesiana, la promessa di un mondo il cui movimento è costituito dall’aggressività e dalla violenza. È in questo interstizio, tra i titoli di testa e la fine della prima sequenza, che si forma l’immagine-matrice del film.

Goodfellas è un romanzo di formazione sotto forma di flusso, un’opera il cui racconto non pulsa tanto nelle grandi svolte narrative quanto nella fittissima trama di frammenti che Scorsese dissemina lungo tutto il film. Non è solo questione di sviluppo narrativo, insomma, ma di dettagli e aneddoti. Ogni gesto apparentemente insignificante – il modo in cui si affetta l’aglio, la ritualità con cui si distribuiscono le mance, la disposizione degli oggetti su un tavolo, il passaggio quasi coreografico dei personaggi attraverso uno spazio – è un segno che rivela il funzionamento interno dell’universo mafioso. Sono dettagli che, accumulandosi, generano un’immersività quasi vertiginosa: la percezione dello spettatore è continuamente sollecitata, trascinata dentro la densità delle superfici.

Parallelamente, gli aneddoti che punteggiano il racconto – ricordi, piccoli episodi, digressioni apparentemente marginali – ingrandiscono tratti essenziali dei personaggi e del contesto, svelando attraverso il particolare la logica profonda del sistema criminale. La ferocia imprevedibile di Tommy (Joe Pesci), la fascinazione adolescenziale di Henry (Ray Liotta), l’ambivalenza domestica di Karen (Lorraine Bracco): tutto passa attraverso frammenti che sembrano casuali ma che, in realtà, rivelano l’intero organismo narrativo. In questo senso Goodfellas appare come un caso esemplare della tendenza individuata dallo studioso e critico cinematografico Adrian Martin: l’universo scorsesiano si costruisce attraverso un accumulo febbrile di particolari che definiscono comportamenti, gerarchie e rituali più di qualsiasi grande snodo di trama. Il film trasforma la somma dei suoi micro-eventi in un meccanismo rivelatore: ogni aneddoto illumina una struttura di potere, ogni dettaglio diventa un tassello percettivo, ogni frammento concorre a creare la totalità morale del racconto. Stile e narrazione funzionano come un flusso di segni che, messi insieme, costituiscono la verità sensoriale del film.
La dimensione stilistica di Goodfellas definisce un’intera genealogia del cinema moderno, un barocco cinematografico in cui l’immagine non si limita a sostenere il racconto, ma lo spinge oltre, lo satura, lo immerge in un surplus percettivo. C’è una pressione interna, un impulso che deforma la linearità per trasformarla in energia. Il film è attraversato da una sovrabbondanza di movimenti di macchina – carrellate, steadycam, dolly – che irrompono come scariche elettriche; freeze frame che squarciano il tempo; un montaggio aggressivo che lavora sull’accumulo, sull’impatto percettivo delle immagini, organizzando la storia come una serie di blocchi narrativi brevi e intensi.

L’universo di Goodfellas è una sorta di palcoscenico fatto di spazi in cui l’identità viene continuamente esibita: la postura, i vestiti, le mance, la porta sul retro del Copacabana che si apre come un sipario. È la forma naturale di un universo che vive di eccessi, di teatrini, di ostentazioni, di continue performance di potere. Lo stesso processo esploderà poi nella titanica epopea di Casinò, dove la logica dell’accumulo – spinta alle sue estreme conseguenze – troverà compimento nel collasso di un intero sistema (la dissoluzione dell’età d’oro criminale di Las Vegas e la sua rinascita sotto una logica aziendalista e standardizzata), o in The Wolf of Wall Street, dove la medesima febbrilità figurativo-formale si traduce nella parabola degenerativa del capitalismo finanziario tra gli anni Ottanta e Novanta.
Goodfellas, allora, appare come il prototipo di un modo di sentire e vedere il mondo che oggi è entrato a far parte della nostra esperienza quotidiana. Il lavoro di Scorsese non si limita infatti a rappresentare l’esperienza di un personaggio, quella di Henry Hill, ma ne riproduce la percezione. Il film non è tanto il ritratto di un personaggio, quanto la costruzione cinematografica della sua mente, del suo modo di attraversare il mondo, della velocità con cui assorbe ed espelle stimoli, informazioni, emozioni. In altre parole, si tratta di un dispositivo sensoriale prima ancora che narrativo, un’opera che immerge lo spettatore in un flusso di immagini che oggi riconosciamo immediatamente perché è diventato la forma stessa della nostra quotidianità.

Scorsese non ci chiede di giustificare, comprendere o condannare Henry Hill, ci invita piuttosto ad abitare la sua modalità sensoriale. L’empatia che ne deriva nasce dal ritmo del racconto, dal suo sguardo, dalla densità delle immagini, dal modo in cui la macchina da presa si lega al corpo dei personaggi. L’identificazione non passa quindi per l’intimità psicologica, ma per l’adesione al punto di vista sensoriale: l’occhio della cinepresa vibra con Henry, scivola con lui nei corridoi del Copacabana, percepisce l’attrazione dei colori e i contrappunti dolci-aggressivi del pop-rock sonoro. Ogni elemento formale invade le scene, diventando un’estensione dei suoi stati interni.
Il racconto avanza per impulsi ritmici, accelera o rallenta in sincronia con il livello di attivazione emotiva del protagonista. Le ellissi improvvise, i cambi di ritmo, le associazioni mnestiche costruiscono una percezione del tempo non lineare. L’intera struttura del film sembra dunque nascere da un principio che oggi ci appare familiare: la coscienza come flusso di stimoli continui, una timeline interna in cui ogni emozione è immediata, breve, intensa e subito sostituita da un’altra. È una forma di montaggio che ricorda il dominio del videoclip, dei feed social, del cortocircuito percettivo che caratterizza la cultura visuale del XXI secolo.

Se la componente figurativo-formale modella lo sguardo di Henry, la colonna sonora ne modella la sensibilità. Dal doo-wop degli anni Cinquanta al punk degli anni Ottanta, il commento musicale funziona come tessuto connettivo tra momenti narrativi e condizioni interiori. Il piano-sequenza al Copacabana, accompagnato da Then He Kissed Me delle The Crystals, segue Henry e Karen attraverso le cucine del locale fino al loro emergere in sala, in una sovrapposizione audiovisiva che produce stimolazioni continue.
Nel mondo di Goodfellas il comportamento dei personaggi è sempre performativo: ogni gesto sembra studiato per essere visto. Henry Hill vive nella dimensione narcisistica, spettacolare, esibizionista di un’identità continuamente in posa. E il film riproduce proprio questo incessante mettersi in scena.

Continuando a seguire questa chiave interpretativa, si può pensare all’ultima parte del film – quella del declino del protagonista – non tanto come alla sua degenerazione morale, ma come un collasso sensoriale. Cocaina, paranoia, frenesia del traffico di droga: tutto si disintegra quando il flusso percettivo diventa troppo veloce, quando il sistema che regola la produzione e il consumo di stimoli (musicali, visivi, corporei) salta definitivamente. Nella celebre sequenza del “venerdì di follia”, Henry si sveglia presto e inizia a elencare in voice-over tutto ciò che deve fare: cucinare il sugo, ritirare armi, consegnare la cocaina, evitare la sorveglianza dell’elicottero. Il segmento è costruito su un montaggio rapidissimo e quasi sincopato: jump-cut improvvisi, movimenti di macchina scattosi, zoom nervosi, brani musicali che cambiano continuamente, suoni che si sovrappongono. Il ritmo diventa vorticoso fino al momento dell’arresto da parte della DEA. Henry crolla perché il flusso che lo ha sostenuto fino a quel momento implode su sé stesso.

Goodfellas non è dunque costruito come un film “su” Henry Hill, ma come il film “di” Henry Hill: una macchina percettiva che riproduce la struttura della sua coscienza. Ed è proprio in questa forma immersiva, sensoriale, percettiva che risiede la sua incredibile modernità. È un film che racconta un’epoca passata, ma lo fa con gli occhi, il ritmo e la densità emotiva del nostro presente. Scorsese rappresenta gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta come uno scroll ossessivo di immagini, un flusso dal quale risulta piuttosto difficile non lasciarsi trascinare.
Oggi, in un mondo dominato da feed, timeline, reel e da ritmi destabilizzanti e identità spettacolarizzate, Goodfellas, più che apparire come un classico del gangster movie, assomiglia ad un’analisi inconscia della nostra dipendenza dalle immagini.
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