Collettivo Teatrale Permakulture – Come riabitare la natura con il teatro
Le necessità di ristabilire un rapporto profondo con la natura ha spinto il Collettivo Teatrale Permakulture alla creazione di ‘Primordial’. Per l’uomo odierno, obliato nel suo essere umano, fatalmente inciso nel tempo e incapace di scriverlo, partecipe di una realtà in cui non si riconosce, anche collocarsi nella natura è spesso un’attività relegata al tempo ristretto di una vacanza e pensarsi natura è al più una bella utopia. Tentando di ricucire questo rapporto l’umano spesso idealizza la natura, come se fosse un già-dato divino, e da lei aspetta redenzione e accoglienza dopo la colpa di averla rinnegata. Come se la natura potesse essere offesa perché l’umano ci si è collocato al di fuori! Tuttavia, se la natura è oggi percepita come altro da noi è perché le condizioni storiche hanno portato l’uomo a tirarsene fuori – dapprima per emanciparsene e poi per dominarla. Il rapporto con la natura è però, al contrario, un affare solo ed esclusivamente umano. Non vi è custodito alcun tesoro nell’ombra dei boschi.

Può essere questa una – e una sola – chiave utile per la lettura di ‘Primordial’, spettacolo presentato dal Collettivo Teatrale Permakulture presso il Bosco Grande a Pavia e inserito entro un più ampio progetto multidisciplinare di Alessandra Schenone dal titolo ‘Radici’, ospite anche dell’Humana Natura Festival a Berbenno (BG). Lo spettacolo è site specific – ossia uno spettacolo collocato in uno spazio preciso – e ciò è fondamentale per la performance, perché il recupero del rapporto umano-natura è condotto per mezzo dell’esplorazione sensoriale dello spazio naturale. Per questa via si tenta di superare la divisione tra umano e natura. Esplorando la natura emergono le profonde differenze tra essa e gli spazi quotidiani abitati dall’uomo contemporaneo, esaltando le peculiarità di un rapporto nuovo. In attesa della performance il bosco è solo bosco, ricco e impenetrabile. La scena stessa è il bosco, e sembra vuota perché sfavillante di vita non umana. Così si manifesta l’assenza, data dalla nostra incapacità di percepire ciò che non riconosciamo. Il bosco diventa poltiglia sensoriale e si riduce a essere considerato solo bosco. Una misera semplificazione che allontana ancora la nostra esperienza da ciò di cui invece il bosco è costituito. È come credere di poter conoscere il mare ignorandone la vita al di sotto e al di sopra della superficie.
Lo spazio è percepito bosco, un bosco che l’umano brama di sentire proprio, dal quale si sente compreso eppure escluso. Il tempo però affina lo sguardo e l’udito ed ecco che il canto di un usignolo colora il fruscio delle foglie, e il fruscio delle foglie disegna pioppi e querce, e i pioppi e le querce quella tana di quella lepre, sotto il biancospino gonfio di bacche e zanzare. Anche il sottobosco odora, adesso. È un fibrillante zampillìo di vite promesse. Tutto si popola di un abitare fatale dal quale l’umano non può che sentirsi, ancora, tagliato fuori. I corpi umani sono di troppo, ma tentano di trovare un punto di contatto. Quale spazio, in questo rigoglio, per noi? Il bosco non è più un vuoto da occupare, ma una scena già gonfia di movimento, di possibili significati. Un bosco così vitale è già teatro? Gli spettatori e le spettatrici iniziano a disporsi di qua e di là: qualcuno si siede, qualcuno si muove con l’esitazione di chi entra in casa altrui.

È a questo punto che i tre performer emergono dall’ombra dei cespugli, passando dall’immobilità al movimento, col busto a terra. Un movimento larvale o frenetico, che avvicina il pubblico e lo chiama e lo interpella nell’atto dell’esplorazione spaziale. Inizia così un faticoso percorso di formazione della coscienza spaziale, che passa per la decostruzione delle abilità date per scontate nell’umana esperienza quotidiana (l’equilibrio, la verticalità, la capacità di utilizzare strumenti, il linguaggio non-verbale) e la ri-acquisizione delle stesse: si impara con fatica a stare a quattro zampe, in piedi, a camminare, a emettere suoni. Esplorando lo spazio è possibile indagare i propri modi di interazione con gli elementi del bosco, dai lombrichi sul suolo ai licheni sulle cortecce.
Non si tratta di possedere lo spazio, ma di abitarlo attraverso l’esperienza sensoriale. L’azione, non la contemplazione muta, riavvicina ora alla natura. Lo spazio, riprendendo l’intuizione del filosofo Lefebvre, diventa spazio percepito: spazio che grazie alle pratiche e all’esperienza diretta diventa – fosse anche per la prima volta – tangibile. Ciò che differenzia l’avere e l’abitare è l’intensità e la qualità del rapporto tra chi ha e chi è posseduto. Si abita uno spazio quando lo si vive tanto intensamente da sentirlo in noi e noi in lui, fatalmente compenetrati. Non si tratta di collocarsi, ma piuttosto di comprendersi ed essere compresi nello spazio. In questi termini l’umano è estremamente vicino alla natura, non diversamente dai pioppi, le lepri, la vita e la morte.

Nell’azione sembra che tutto ciò sia imminente. La verticalità è sopraggiunta, l’equilibrio recuperato e i performer ora camminano, dopo un lungo trascinarsi e gattonare. Un solo gesto decisivo separa la terra e il cielo, ma non arriva mai. Tutto rimane profondamente ancorato alla dimensione terrena. L’essere umano, rifattosi umano dallo stato larvale, si sposta dall’esplorazione sensoriale alla creazione manuale. Per la prima volta, modifica le caratteristiche del bosco per creare in modo consapevole, e incorpora l’esperienza vissuta in un manufatto simbolico, un feticcio. Il feticcio in questo caso è un pupazzo di terra o un corpo, pescato tra i performer o tra gli spettatori e creato insieme a questi ultimi.
Lo spazio è stato vissuto e abitato da tutti i presenti, consumato e manomesso, riproposto in altri termini rispetto a quelli iniziali. Il peculiare spazio della natura è stato consumato e manomesso, ma ha arricchito e configurato a sua volta l’esperienza umana nei suoi termini. Il rapporto profondo tra uomo e natura, rielaborato anche simbolicamente, si è espresso al massimo grado d’intensità. Intanto, mentre l’uomo è rimasto uomo, ancora i pioppi sospirano al vento, le lepri muovono il musetto e le zanzare errano in cerca di sangue. La natura – questa sconosciuta – vive imperturbabile, e l’umano sente palpitare la propria vita in lei, una vita altrimenti mozzata. Se i benefici di un riavvicinamento alla natura riguardano più l’uomo che la natura, abitarla è allora per noi una questione di sopravvivenza.
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