Porcile – Pasolini secondo Balletto Civile e Compagnia Arte e Salute
Dopo Calderòn di Fabio Condemi e Pilade di Giorgina Pi, Porcile è il terzo spettacolo che va in scena nel teatro bolognese all’interno del progetto Come devi immaginarmi, dedicato a Pasolini. I protagonisti di questa rappresentazione sono Arte e Salute e Balletto Civile, due compagnie affermate da tempo nel panorama cittadino e non solo, entrambe caratterizzate dall’impegno per un teatro sociale.

L’associazione Arte e Salute Aps nasce nel 2000 nell’ambito del progetto “Teatro e Salute Mentale” della regione Emilia-Romagna. La compagnia di teatro di prosa, diretta da Nanni Garella, rappresenta uno degli ambiti di lavoro dell’associazione che, attraverso differenti modalità performative come il teatro di figura e il teatro ragazzi, intende migliorare la qualità della vita di persone che soffrono di disturbi mentali. Nel corso degli anni la compagnia ha messo in scena testi della tradizione e contemporanei, vincendo nel 2004 il premio Ubu.
In Porcile gli attori di Arte e Salute si fanno ambasciatori della tragedia di Pasolini e le danno vita con precisione e coinvolgimento.

Nella reinterpretazione dell’opera sono imprescindibili le partiture fisiche e coreografiche messe in atto da Balletto Civile, collettivo nomade di performer, nato nel 2003, che basa la sua ricerca sulle potenzialità espressive del corpo.
Il metodo della compagnia consiste nel giungere a una conoscenza tale della propria corporeità da saper far coabitare il sé e l’altro da sé: i performer non rinunciano alla propria persona, ma tramite la tecnica interpretativa si fanno canali artistici. In Porcile i corpi dei performer si prestano a incarnare la sottomissione contadina e, allo stesso tempo, la rivolta proletaria, le angosce del protagonista Julian e i suoi moti di ribellione verso la famiglia, le brutture di un mondo segnato da totalitarismi e crimini tenuti nascosti.

I ballerini di Balletto Civile compaiono fin dalla prima scena in veste di contadini della proprietà dei Klotz e, con movimenti netti e concitati, si fanno portatori della violenza dell’opera e dell’angoscia che una volta introdotta sulla scena non lascerà mai lo spettatore fino alla conclusione.
I danzatori sono un coro silente presente sulla scena e, al tempo stesso, nella mente di Julian. Gli episodi dialogati infatti si alternano con momenti coreografici dalla forte valenza simbolica.
Ne è un esempio l’uso del fucile, interpretabile come simbolo della violenza che da sempre è parte della famiglia Klotz, chiusa e autoritaria. L’arma dapprima è in mano a Julian, ma Ida, presenza positiva e politicamente impegnata, invita il giovane a lasciarla, coinvolgendolo in una dolce danza. In un successivo momento, però, un servo spinge Julian a usare il fucile per un omicidio che sfocia nel cannibalismo. Il padre stesso lo sprona a tenere l’arma, che il giovane porta con la passività che lo contraddistingue per tutta la vicenda.

La scenografia utilizzata è fissa e tridimensionale: tre vani di porte, più un quarto dietro a quello centrale. La sua neutralità fa sì che una volta animata dai corpi tormentati di attori e ballerini si presenti come luogo desolato e alienante. Anche le luci si fanno correlativo oggettivo dell’azione, mutando d’intensità in base all’agire in scena.
Il coro rinuncia al silenzio e svela la sua voce solo nell’apice della tragedia, per annunciare la morte di Julian. I contadini sono portatori di una verità messa ancora una volta a tacere. Ai genitori di Julian, infatti, non verranno mai svelate apertamente le dinamiche della morte del figlio, essi sanno tutto, ma scelgono la via della convenienza.
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