Send Help – Si può sopravvivere al capitalismo?
C’è una forza oscura che, da sempre, pare infestare il cinema di Sam Raimi. Una presenza ingombrante che, alla maniera della steadycam dell’esordio The Evil Dead, attraversa il suo stile e la sua poetica. A volte palesandosi nel soprannaturale puro, altre rimanendo più ambigua e sottotraccia. È proprio da questa forza sotterranea che regola il mondo, i suoi rapporti di potere e le dinamiche sociali dentro cui, spesso, i suoi personaggi si muovono come pedine, che prende le mosse anche l’ultima fatica del regista: Send Help. Un survival movie intriso di umorismo dark che segna il ritorno di Raimi a un cinema graffiante, feroce e ben radicato nella contemporaneità.

A 17 anni da Drag Me To Hell – da un horror, cioè, che prima ancora dello spunto demoniaco partiva dalla crisi dei mutui per imbastire una storia dominata da egoismo e arrivismo – Raimi torna a guardare al suo presente per tracciare il quadro desolato di un capitalismo fuori controllo. Gli anni sono cambiati, ma le dinamiche di potere sembrano, di fatto, essere sempre le stesse, solo più estremizzate. Nella parabola di Linda (una perfetta Rachel McAdams), lavoratrice instancabile ma invisa a un nuovo presidente (Dylan O’Brien) che le preferisce colleghi mediocri (ma maschi), solo per poi ritrovarsi con lei, esperta survivalista, in un’isola deserta e con i rapporti di forza invertiti, c’è infatti la stessa, cinica visione del mondo del regista di Soldi sporchi.
Perché Send Help, al di là della sua facciata da commedia di lotta tra i sessi infarcita di umorismo nero, sequenze slapstick e squarci horror, è soprattutto, per Raimi, l’occasione per (ri)mettere in scena un’umanità in balia di forze sempre uguali a se stesse e impossibili da controllare.

Dopo un decennio fatto di blockbuster e film su commissione più o meno riusciti, in cui il regista annacquava il suo stile e la sua poetica, fino quasi a perdersi dentro logiche produttive impersonali e omologanti, Send Help rappresenta così una sorta di ritorno alle origini. Quelle di un cinema nuovamente in prima linea nel raccontare un mondo senza eroi. Un cinema dove l’orrore nasce dalle azioni (egoiste, meschine, amorali) dei suoi protagonisti e il potere non si estingue mai ma passa solo di mano. Tramutando le vittime in carnefici capaci di sfruttare le stesse regole di quel mondo “civile” che le aveva relegate alla subalternità.

Quella che ne esce è così una satira sfrontata e graffiante sullo stato delle cose. Un apologo morale nelle forme e nei modi di un film fieramente di serie b. Dove a dominare sono la commistione tra i generi e uno stile che pare ritrovare la forza delle origini. È qui, tra un montaggio frenetico e carrelli impazziti, mostruosi animali in CGI e sequenze allucinate, che il regista ritrova la propria visione. Una visione che non si adagia mai su facili identificazioni ma prende (e fa prendere) posizioni decisamente scomode. Portando lo spettatore dritto verso un finale inevitabile e senza speranza.
Nemmeno la Natura, nemmeno la fine temporanea del capitalismo, sembra dirci Raimi, può salvarci da esso. Almeno non finché la filosofia dell’homo homini lupus resta radicata in noi. Non finché esisterà una vittima sempre disposta ad adattarvisi.
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