Rebecca – Lo spettro di Hitchcock nell’opera di Ben Wheatley

Rebecca Hitchcock Wheatley

Sognai l’altra notte che ritornavo a Manderley”: c’è un che di profetico nell’incipit del nuovo adattamento di Rebecca firmato per Netflix da Ben Wheatley. Già, perché proprio come la giovane protagonista senza nome, il pubblico viene ora investito da una macchina del tempo che lo trasporta in un passato più o meno remoto. È un passato fatto di pagine divorate e minuti spesi a bocca aperta dinnanzi a un classico del cinema che ha trasformato le parole di Daphne du Maurier in un thriller sfumato di rosa. Lo spettatore torna quindi a Manderley, lasciandosi nuovamente ammaliare dal fantasma di Rebecca. Lo fa privo di aspettative, pur sapendo che il paragone con l’opera di Alfred Hitchcock è una certezza che ha solo bisogno di tempo per farsi largo dal buio della mente. 

Rebecca Hitchcock Wheatley

Ben Wheatley non vuole essere Hitchcock, o meglio, fa di tutto per aggrapparsi a una propria visione della storia, allontanando quelle mani affusolate che lo incastrano al concetto di “remake”. Conscio di non poter competere con il maestro del brivido, il regista di High Rise dona alla propria storia quel gusto di erotismo che in Hitchcock era solo accennato a causa del Codice Hays, colorando il proprio film di una fotografia accesa, enfatizzante il gioco tra luce e ombra, mistero e innocenza, passato che ritorna e futuro che sfuma. Il desiderio di allontanarsi dall’ombra del rifacimento hitchcockiano, virando verso le acque calme della trasposizione letteraria, spinge Wheatley a concepire un’opera in cui il romanzo rosa insegue e viene inseguito da quello thriller, il tutto incastonato in una visione concettuale e cromatica che sebbene si discosti dall’opera di Hitchcock, ricorda più da vicino quella di Baz Luhrmann (il che, parlando di thriller, non è propriamente un bene). 

Duplicando quanto compiuto dalla sua protagonista, per quanto Wheatley tenti dunque di allontanarsi dal fantasma ingombrante del regista inglese, è proprio nelle divergenze tra la sua versione e quella di Hitchcock che è possibile ritrovare sprazzi del suo peculiare stile autoriale. Se lo sguardo di Hitchcock verteva sui meandri più psicologici dell’animo umano, estraendo dal buio della mente la radice del perturbante e della paura ancestrale, quello di Wheatley è un cinema più fisico, sostenuto da una cinepresa che si fa sentire, anticipando nei movimenti i propri personaggi, e comunicando sentimenti attraverso i loro corpi e singoli gesti. È uno sguardo più denotativo, che si spoglia di meccanismi simbolici per colpire con immagini dirette (cosa già dimostrata nel suo disturbante High Rise) l’occhio dello spettatore.

Nessun pugno a colpire in pieno volto il proprio pubblico, questa volta, ma leggere carezze di mani che lo invitano a seguire le vicende dei coniugi de Winter tra corridoi ampi e allo stesso tempo soffocanti, occhi che scrutano, menti che lavorano, e piedi che corrono veloci. La stessa macchina da presa di Wheatley si ancora agli organi sensoriali dei protagonisti sulla scena, mentre quella di Hitchcock non era altro che un ulteriore strumento di un meccanismo psicologico attraverso cui rendere visibile (e quindi reale) l’universo buio e interiore dei propri personaggi. Un viaggio della mente, quest’ultimo, guidato da un contrasto perfettamente calibrato di luce e ombra a cura di George Barnes che nella Rebecca targata 2020 lascia spazio a una galleria di inquadrature che si elevano a pinacoteca cinematografica, dove nell’arco di due ore si passa dalle tonalità rinascimentali, a quelle caravaggesche, fino a esplodere in rimandi espressionisti.

Interessante anche la concezione spaziale entro la quale Wheatley fa muovere la propria cinepresa: se in Free Fire le pallottole volavano lungo una linea orizzontale segnata dai corpi di uomini e donne che si nascondono dietro le portiere di macchine parcheggiate, nell’opera precedente – High Rise – la strutturazione sociale veniva scandita dai piani di un grattacielo. In Rebecca a dominare è invece un movimento circolare  fatto di macchine che sfrecciano in curva, sonnambuli che girovagano per casa e corrimano che affiancano ampie scale a chiocciola.

Questa ossessione per le linee di Whitley si riverbera anche nelle riprese delle proprie protagoniste, incarnate da Kristin Scott Thomas e Lily James. Lo sguardo della sibillina e mefisteofelica Mrs. Danvers è immortalato da riprese frontali, segno della sua incapacità di modificare il punto di vista di una donna prigioniera dei suoi ideali e dei ricordi del passato, fino a offuscarle la via verso il futuro. Al contrario, la figura di Lily James  è spesso immortalata in inquadrature fortemente angolate: basso, in su, di lato, il suo sguardo è quello di chi scopre la vita, ma allo stesso tempo ne viene investita in pieno, scrutando, indagando, qualcosa che le è interdetto alla vista e quindi alla comprensione. 

Rebecca Hitchcock spettro Wheatley

Se tutto nella cornice cinematografica di Wheatley ha un significato preciso, anche una singola goccia d’acqua non è casuale. Regna costante la pioggia nel mondo della signora de Winter. È un temporale che insorge all’improvviso, che coglie, bagnandole, i capelli. Un riflesso speculare di quello specchio d’acqua che ha tolto la vita alla sua nemesi spettrale, Rebecca, e che ora riveste il corpo della giovane, come una sottile patina di un ricordo che non vuole scomparire. È qui che (ri)vive il ricordo mnemonico opprimente di Rebecca: in vestiti, oggetti sfiorati, gocce di pioggia, azioni del passato, capelli tra le spazzole. Nessuna immagine, dipinto (come già accadeva in Hitchcock) a darle un viso,  un corpo con cui confrontarsi e renderla così viva, reale. Nasce e muore come uno spettro, Rebecca, un fantasma che aleggia tra i ricordi, le parole e gli sguardi di chi ha incrociato il suo, rivestendo le pareti e gli specchi di una casa che ricorda alla giovane seconda moglie chi dovrebbe essere, ma non è.

Rebecca Hitchcock Wheatley

Se quello costruito da Wheatley è dunque un ponte in discreto equilibrio tra romanticismo, thriller, fisicità ed entità extra-corporee, nella pratica il film risente di un desiderio di distaccamento dall’opera di Hitchcock che lo spinge a calcare la mano su quei punti non trattati dal suo predecessore, depotenziando così la propria visione e identità artistica. A risentirne è soprattutto la seconda parte, più da Harmony che da Wheatley stesso.

In questo gioco precario, tra il plauso e la stroncatura, nemmeno gli attori sembrano in grado di fornire una visione netta, capace di segnare definitivamente la strada da intraprendere. Lily James cade vittima di certe smorfie reiterate alquanto stancanti, sebbene il suo talento le permetta comunque di rimanere in parte rendendo credibile la sua Mrs. de Winter. Misterioso quanto basta anche Armie Hammer, il quale risponde in maniera impeccabile all’idea del personaggio immaginata da Wheatley. Per quanto si provi a evitarlo, scatta inevitabile il confronto con il precedente interprete di Maxim, quel Laurence Olivier che solo a scrivere il suo nome trasuda talento, gettando il povero Hammer al centro di una sfida da cui a uscirne sconfitto è ovviamente lui.

C’è un’aura lugubre, mefistofelica, nel signor de Winter di Olivier che in Hammer va perdendosi. Certo, l’attore di Chiamami col tuo nome  riesce a incarnare il carattere ambivalente di un uomo amorevole e romantico, allo stesso tempo minaccioso e propenso agli scoppi d’ira. Eppure nei suoi occhi non brucia alcuna fiamma pronta a incendiare con la sua rabbia il mondo circostante; intimorisce ma non fa paura il suo Maxim, almeno non quanto quello di Olivier.
Discorso a parte merita Kristin Scott Thomas. La sua signora Denvers non ha nulla da invidiare a quella  di Judith Anderson. Nessuna voglia di emulazione, ma interiorizzazione, destrutturazione e creazione ex-novo di un personaggio divenuto mito. È nelle buone maniere che la signora Denvers di Kristin Scott Thomas brulica la propria timorosa ira di vendetta, in quello sguardo austero che cela l’arma con cui accoltellare alle spalle la giovane protagonista.

Nel complesso l’opera di Wheatley è un film che vive sul “quasi”. È “quasi” perfetta, “quasi” entusiasmante e “quasi” impeccabilmente interpretata. Che sia lo spettro di Hitchcock ad aleggiare in ogni inquadratura, o il desiderio di segnare un confine netto tra romanzo e gli altri adattamenti suoi precedenti, la Rebecca di Wheatley su Netflix non è riuscita a prendere il volo, rimanendo a scrutare l’orizzonte sul ciglio della scogliera. 

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