L’eredità di Psycho – 65 anni del capolavoro di Hitchcock
Sono passati 65 anni dal 16 giugno 1960, quando le sale americane ospitarono per la prima volta Psycho di Alfred Hitchcock. E chiunque – poco importa se appassionato del genere o meno – oggi conosce il film, o almeno ha ben presente il suono dei violini taglienti e l’espressione di Janet Leigh che urla nella doccia. Hitchcock, già maestro della suspense e reduce dal grande successo di Intrigo Internazionale, aveva deciso a sue spese di varcare i confini dell’horror con una trama profondamente psicologica, e stava lasciando un’impronta indelebile nella storia del cinema.
Tra tutte le incredibili scelte stilistiche, il vero successo di Psycho sta nel modo di nascondere i colpi di scena: il più importante proprio nella sua struttura, che fuorvia lo spettatore portandolo a credere per i primi 45 minuti che Marion Crane (Janet Leigh) sia la protagonista, per poi lasciarla morire. A tal proposito, per preservare l’ingenuità dello spettatore, Hitchcock ideò una strategia promozionale senza precedenti, prima acquistando i diritti del libro di Robert Bloch a cui si ispira la trama, poi creando dei trailer asciuttissimi e vietando l’ingresso in sala una volta iniziata la proiezione. Quasi assurdo pensarci ora, nell’epoca in cui i trailer sono anticipazioni e i film vengono consegnati alla stampa in anteprima.

La doccia, il prima e il dopo
La morte di Marion nella doccia – che sicuramente oggi non è uno spoiler per nessuno – non è solo uno snodo fondamentale per la trama del film, ma rappresenta uno dei più alti momenti di maestria di Hitchcock. Attraverso il montaggio visivo e sonoro – complice il compositore Bernard Herrmann – il regista riesce a far percepire la violenza dell’assassinio pur non mostrando mai il coltello venire a contatto con il corpo. È quasi inspiegabile la tridimensionalità data dalla successione rapida dei suoni e delle immagini, ma d’altra parte Hitchcock era già noto per questo suo talento: basti pensare che a lui si deve l’effetto vertigo, la combinazione di uno zoom in avanti e una carrellata indietro, in grado di ricreare la sensazione della vertigine.

Nonostante sembri già di essere all’ultimo gradino di un climax, la scena della doccia è solo l’inizio della seconda parte del film, quella in cui il racconto prende una direzione diversa. Se prima la trama si concentra su Marion in fuga dopo aver rubato 40.000 dollari, ora il protagonista è Norman Bates, il proprietario del motel che ha ospitato Marion nella sua ultima notte. È qui che il thriller diventa psicologico, quando comincia a svelare poco a poco tutta la duplicità Norman (Anthony Perkins), un uomo innocente e colpevole, diviso tra la propria identità e quella della madre. In questo, Psycho ha il merito e la capacità di introdurre in tempi di censura temi complessi come la dissociazione o la repressione sessuale, e Norman Bates diventa uno dei personaggi più interessanti e inquietanti della storia del cinema.
Quello che resta
Dal punto di vista visivo, Psycho è un capolavoro di minimalismo. Il bianco e nero – inizialmente scelto da Hitchcock per motivi economici perché si trattava di un’autoproduzione – è funzionale a creare un senso di claustrofobia che riflette la mente del protagonista. Così come le inquadrature con pochi dettagli fondamentali (l’occhio di Bates che guarda attraverso lo spioncino, i soldi sul comodino, il primissimo piano di Marion che conferma la sua morte, per dirne alcune), contribuiscono perfettamente alla costruzione della tensione, e noi ne subiamo il fascino e l’inquietudine.

Nonostante le critiche iniziali non fossero delle migliori, a 65 anni dalla sua uscita Psycho continua ad essere un punto di riferimento per cineasti e appassionati di qualsiasi genere, vantando di aver ispirato registi, compositori e direttori della fotografia. Allo stesso modo è impossibile misurare il suo impatto sulla cultura popolare: la scena della doccia è stata parodiata in tantissimi film e serie tv, i protagonisti sono stati citati in testi di canzoni e titoli di album, l’architettura gotica della casa di Norman Bates ha ispirato il design di altri set cinematografici e fotografici. In altre parole, Psycho non è e non è mai stato solo un film, ma un fenomeno culturale senza tempo.
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