Gas Station a Sedicicorto Film Festival | Intervista a Olga Torrico

In occasione dell’ultima edizione di Sedicicorto Film Festival (di cui Birdmen Magazine è stato media-partner) tenutasi a Forlì dal 2 all’11 ottobre, è stato presentato il cortometraggio Gas Station, della casertana Olga Torrico. Al suo primo lavoro come regista – e in questo caso, anche protagonista – il corto si è aggiudicato il premio WomanInSet Cortoinloco, nella sezione dedicata alle produzioni e ai filmmaker della regione Emilia-Romagna.

Il film, vincitore un mese prima anche a Venezia del premio SIC@SIC per il miglior contributo tecnico, racconta una storia che ha nel connubio inscindibile fra immagini di repertorio, voce fuoricampo e musiche il suo perno. Olga Torrico interpreta Alice, una ragazza che da tempo si è allontanata dalla strada su cui si era incamminata da bambina, quella della musica, lasciandosi alle spalle sogni e felicità. Ora lavora in una stazione di servizio e proprio lì un incontro casuale con il suo vecchio maestro di musica fa riemergere emozioni dal profondo, che la porteranno a ripensare il suo futuro.

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Olga Torrico e l’attore Carlo Collovà in una scena di Gas Station

Abbiamo avuto modo di parlare a lungo e in profondità con Olga. Ecco che cosa ci ha raccontato.

Come è nata la tua passione per il cinema? Qual è stato il tuo percorso? Dal primo ricordo cinematografico forte che hai avuto, a quello che ti ha portato a intraprendere questo cammino.

Mi sono appassionata al cinema al liceo. Ho sentito che era quello il luogo in cui volevo stare, nel senso più ampio del termine. Banalmente, quando ero ragazzina pensavo che mi sarebbe bastato anche soltanto stare sul set per fare le pulizie e guardare gli altri lavorare, perché provavo una grande meraviglia di fronte a quello che c’era dietro, ne ero affascinata e incuriosita. Vedevo nel cinema il connubio perfetto tra tutte quelle arti che mi appassionavano in quegli anni, come la pittura, la musica, il teatro. Il cinema mi sembrava lo spazio perfetto in cui tutte queste discipline trovavano il modo di coesistere, e soprattutto un luogo in cui si potevano vivere tutte le vite possibili. Per me guardare i film significava anche studiare il lavoro degli attori, perché al liceo facevo teatro. Da una parte tendevo anche a identificarmi nelle storie che i film raccontavano.

Quando ho visto per la prima volta i film della Nouvelle Vague, abituata al cosiddetto “cinema di papà”, a film dalle sceneggiature perfette, bellissimi e ben fatti ma che avevano un linguaggio molto standardizzato, anche a livello autoriale, ho capito che il cinema era un terreno in cui era possibile sperimentare tantissimo. È stato poi in Francia, facendo un Erasmus a Parigi, che ho avuto la fortuna di seguire dei corsi sul cinema, ed è lì che ho preso la decisione di iscrivermi a una magistrale in Cinema a Bologna.

Poi sono finita su un set, facendo un tirocinio con Elenfant Film, e ho scoperto la magia del lavoro, della troupe: una magia pazzesca. Ho iniziato a lavorare in distribuzione e in produzione e con il tempo, insieme ad Adam Selo, il presidente di Elenfant Film, abbiamo fondato la casa di produzione Sayonara Film. Insieme a Elenfant, che è formata da un gruppo di persone meravigliose, abbiamo realizzato una serie antologica, “13.11”, composta da sei cortometraggi girati in sei Paesi d’ Europa. Avevamo un budget limitato, per cui durante quell’esperienza ho scoperto una modalità di produzione molto istintiva, tipica di molte realtà indipendenti, che mi ha insegnato tantissime cose. E che mi ha dato la spinta e il desiderio di realizzare dei progetti miei.

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Un frame della serie indipendente girata in Europa con Elenfant Film

Collegandomi a quello che hai detto poco fa del cinema d’autore, della Nouvelle Vague, di Godard, volevo chiederti: quali sono le tue influenze oggi? Che cinema ti piace vedere, o studiare?

Negli ultimi anni e nell’ultimo periodo in cui sono stata impegnata con Gas Station, mi sono appassionata al cinema dei fratelli Dardenne, di Kechiche. Per Gas Station i riferimenti principali individuati con la DOP Eleonora Contessi sono stati in particolare Rosetta e La vita di Adele. Mi piace il cinema sardo, in particolare quello di Piredda, Angius e Mereu, e apprezzo moltissimo Alice Rohrwacher come autrice. Non prediligo un filone in particolare. Rimpiango tantissimo quei giorni in cui ero all’università e potevo davvero fare incetta di film, fermarmi a guardare tutta la filmografia di un regista, o concentrarmi su un genere. Oggi vivo in effetti una fruizione un po’ più casuale: vai al cinema, vai nei festival e poi arriva un film che ti folgora, che ti lascia qualcosa.

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Prima mi parlavi un po’ della tua istintività: come ti approcci al lavoro, il fatto che lasci arrivare l’idea a te. Come definiresti il tuo stile? Ci sono dei concetti, delle sensazioni che senti siano delle caratteristiche fondamentali della tua personalità artistica come regista? Ci sono delle idee, dei capisaldi della tua visione?

È difficile definirli perché, avendo fatto un solo corto, sono anch’io alla scoperta, alla ricerca della mia voce. Però nel lavoro che ho fatto su Gas Station ho cercato di isolare quella voce. È un legame molto istintivo tra quello che stai facendo concretamente mentre lavori al film, che può essere una scelta di inquadrature, una scelta di montaggio, una scelta di una musica, e quello che senti. È un legame molto emotivo; non è una scelta troppo mentale, cerco di sentire qualcosa di vero e di autentico. Immagino che questo dipenda molto anche dal tipo di lavoro che stai facendo. Gas Station è un corto molto intimo, personale, quindi questo tipo di sincerità era un’esigenza, era qualcosa che volevo vivere e provare in prima persona e che volevo trasmettere, volevo che non fosse in alcun modo artificiale.

Nel cercare la mia voce, voglio cercare un’autenticità innanzitutto e soprattutto un’essenzialità. Credo che ogni storia abbia un suo modo di essere raccontata, ma quello che mi preme maggiormente è che il mezzo sia a servizio di una storia, di un luogo, di un personaggio, delle sue emozioni. Preferisco una cosa brutta ma pregna a una cosa bella ma vuota. La cosa più difficile è riuscire a raccontare un mondo senza dire una parola, e soprattutto senza spiegare nulla.

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Un’immagine dal backstage di Gas Station

Hai detto che stai scoprendo la tua voce interiore, stai scoprendo te stessa. Questa è stata la tua prima esperienza, la tua prima volta come regista. Cosa hai provato nella tua prima volta a Venezia?

È stato abbastanza travolgente. Avevo tantissima gioia e allo stesso tempo tanta paura, faceva paura, perché è difficile crederci in quel momento, di essere lì, in quelle sale dove hai visto altri film bellissimi. È stato molto emozionante, nel momento in cui in sala si sono spente le luci mi sono commossa. Forse perchè ho sempre lavorato senza immaginare un momento come quello, ero molto dedicata a quello che facevo e non avevo mai pensato “al domani”.

Sayonara Film, al cui interno opera anche il team di Elenfant Distribution (composto da Adam Selo, Alessia Pischedda, Chiara Lista), punta sempre a fare uscire i corti in sala, attraverso il circuito del festival, ma non solo. Anche io lavoro in distribuzione, ma per il mio corto mi affido a loro e ho scelto di non lavorare alla distribuzione. Ma ci tengo a dire che avere al mio fianco la produzione e la distribuzione di Sayonara è stato preziosissimo, perchè mi ha permesso anche di coinvolgere dei bravissimi professionisti come Corrado Iuvara al montaggio e Riccardo Rossi al sound design.

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Olga Torrico con il premio SIC@SIC a Venezia

Hai parlato prima del fatto che il vostro obiettivo, con Sayonara Film, è quello di fare arrivare nelle sale i corti, e quindi ti chiedo: hai già in programma di portare Gas Station in qualche festival? So che sarà su Rai Cinema Channel, giusto?

Sì, sarà su Rai Cinema Channel a breve. Sono molto contenta, stanno arrivando bellissimi e inattesi riscontri. A novembre abbiamo un’agenda di festival molto ricca. A Bologna il corto sarà in concorso a Visioni Italiane, a Ce l’ho Corto, mentre a dicembre sarà al Bogoshorts, ed è già stato in Spagna, in Messico e in altri festival italiani tra cui il Linea d’Ombra, il Fano Film Festival, e anche l’Orvieto Cinema Fest, dove ha vinto il Best National Short e il premio AIR3.

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Olga Torrico con il socio Adam Selo

Mi hai parlato di una nuova sceneggiatura a cui stai lavorando. Ti chiedo quindi: quali sono i tuoi progetti nell’immediato futuro? Puoi farci sapere qualcosa?

Vorrei realizzare un cortometraggio attraverso il quale uscire un po’ dalla dimensione che ho sperimentato in Gas Station, in cui ho anche recitato. Vorrei infatti avere la possibilità di lavorare più approfonditamente con altri attori. Ho scritto una sceneggiatura per un corto, ma non vorrei dire troppo, mi sembra presuntuoso parlare di qualcosa che ancora non c’è e che sta ancora prendendo forma. Posso dire però che si tratta di una storia a cui penso da tanti anni, e che è un po’ come un tarlo per me. Mi riporta alla mia famiglia, ma non solo, mi riporta al mio paese, dove ci sono le mie radici; è un cortometraggio che vorrei realizzare quindi in Campania, a Caserta, dove sono nata. Mi piacerebbe tornare nel mio paesino per realizzare questo corto, perché è una storia molto vicina alla terra e alla mia terra.

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Una delle immagini utilizzate in Gas Station prese dall’archivio personale della regista

Ultima domanda: dove ti vedi tra dieci anni? Hai un sogno, hai degli obiettivi a lungo termine con Sayonara Film?

Mi piacerebbe avere la possibilità di proseguire lungo questo cammino, esplorare e ricercare la mia voce, come ho detto all’inizio. Mi piacerebbe avere modo di dare vita a quelle storie che ti perseguitano, che ti accompagnano e che hai necessità di esprimere. Mi piacerebbe molto, tra dieci anni, avere avuto modo di realizzare altri cortometraggi e magari un lungometraggio. Spero che Sayonara Film tra dieci anni possa aver prodotto dei film significativi, e che possa continuare a dare la possibilità ad autori e autrici di realizzare film nuovi, moderni, in grado di lasciare un segno.


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