Lontano lontano, il film di Gianni Di Gregorio – Un viaggio nella vecchiaia

La decisione da parte della produzione di ritardare la data di uscita del film dopo il suo successo al 37° Torino Film Festival si potrebbe dire “profetica”, amaramente profetica. Le circostanze hanno voluto che Lontano lontano, il film di Gianni Di Gregorio fosse distribuito nella sale cinematografiche italiane proprio il giorno prima dell’arrivo del Covid-19 in Italia, quel 20 febbraio dopo cui un intero paese e un’intera generazione hanno sofferto danni sanitari e umanitari difficilmente rimarginabili. Dunque il film, adesso disponibile su RaiPlay, rivisto dopo quattro lunghi mesi dalla sua prima fugace apparizione in sala, sembra possedere degli addenda, dei nuovi contesti, sociale e umano extra-cinematografico, totalmente nuovi, fragili e in subbuglio, dove la vitalità dei tre protagonisti pensionati (il Professore, Giorgetto e Attilio) potrebbe configurarsi come una risposta di speranza a sopravvivere e rimanere.

Ma Lontano Lontano, ovviamente, non nasce con queste aspirazioni, né vuol essere un film politico (nonostante ci sia, sempre e inevitabilmente, uno sguardo alla polis); semmai è presente una critica ironica e leggera verso una pratica diffusa – e luogo comune, quasi mito da bar – nella schiera dei pensionati italiani: fuggire verso i paradisi fiscali, all’estero, destinazione e fissazione, oltreché narrativa, per il conseguimento di una presunto benessere economico. Una pratica che Gianni di Gregorio non si inventa di sana pianta, ma che, con un paio di semplici ricerche, si constata ben radicata, come dimostra l’articolo di Francesca Barbieri sul Sole 24 Ore pubblicato casualmente poco dopo la fine della lavorazione del film, secondo cui i pensionati attratti dal «Buen Retiro» sono qualche migliaio, tra cui 1.914 solo in Portogallo. Non a caso le Azzorre, regione autonoma del Portogallo, sono la meta stabilita per un viaggio senza ritorno dal Professore (Gianni di Gregorio) e i suoi due compagni di avventure, un aggiustatore di mobili e oggetti d’antiquariato ed ex viaggiatore sfrenato giunto al capolinea (Ennio Fantastichini, alla sua ultima comparsa sul grande schermo), e uno scansafatiche pieno di debiti e conti da saldare (Giorgio Colangeli), tutti consumati dalla vita di quartiere, tra una cartaccia buttata per terra e il rimprovero di un passante, un goccio di vino e un gratta e vinci.

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Abu e Attilio (Ennio Fantastichini) in una scena del film.

Tuttavia molto presto il programma di viaggio, messo a punto con i suggerimenti di un professore di economia amante del «grappino» (Roberto Herlitzka), s’incaglia nei fondali della burocrazia ministeriale, finisce nel fumo di qualche grigliata e l’entusiasmo di partire si spegne di fronte all’attaccamento verso la famiglia, le strade di Trastevere o davanti ad una bella signora seduta al bancone del solito bar. [Spoiler] Il viaggio fisico diventa un viaggio mentale, l’attesa del momento giusto che non arriva mai; e si risolve, dopo numerose titubanze, in un gesto generoso e solidale nei confronti di un giovane migrante, desideroso di raggiungere il fratello in Canada.

La vecchiaia, in Lontano lontano, significa passare il testimone, comprese le velleità di arricchirsi e di rivoluzionare la propria vita, significa restare, paradossalmente, in movimento tra le strade di una Roma che si fa palcoscenico di una commedia dagli scambi di battuta repentini e coinvolgenti, dalle riflessioni squinternate del trio allo stesso tempo intraprendente e fannullone. I tre protagonisti, rispetto alle quattro frizzanti vecchiette di Pranzo di Ferragosto (2008), non tentano di ringiovanire né di essere immortali, e nemmeno di corrompere la realtà che li circonda con qualche banconota e corteggiamenti fuori luogo. [Spoiler] Giorgetto accetta il ragazzo migrante in casa sua senza paura, come un fatto inevitabile; Attilio si riconcilia con la figlia (Daphne Scoccia); il Professore si versa un altro calice di vino (bevanda preferita fin dal film d’esordio). Il loro viaggio si conclude al di fuori della metropoli, su uno spiazzo sterrato – in contrapposizione alle piazze di Roma inquadrate dall’alto – a mangiare cocomeri. Si ferma, quindi, in un luogo di nessuno, senza luci a neon dei bar trasteverini o le folle dei mercati rionali.

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I tre protagonisti in una scena del film.

Gianni Di Gregorio, insieme allo sceneggiatore Marco Pettenello e la collaborazione di Emanuele Kraushaar e Simone Riccardini, nella sua semplicità e genuinità riesce ancora una volta a raccontare una storia (suggerita a detta dello stesso regista da Matteo Garrone) fatta di sentimenti elementari e delle paure ad essi connessi con uno stile leggero e posato, mai patetico e mai goffo nelle battute, grazie anche alla complicità e alla bravura dei tre attori protagonisti che sembrano, in certi momenti d’improvvisazione, interpretare loro stessi. Si ripetono le caratteristiche del cinema del regista romano: una scrittura spiazzante sempre sul punto di ribaltare i suoi presupposti grazie a dialoghi divertenti e serrati, un sistema di personaggi basato su coordinate antropologiche primarie e una Roma rimpicciolita a quartiere e periferia, a teatrino in cui la commedia, prima di politica e morale, fa da padrona.

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