Abbas by Abbas – Ritratto mosso | Biografilm 2020

La nostra recensione di “Abbas by Abbas”, di Kamy Pakdel, tra i 41 titoli selezionati alla 16ª edizione di Biografilm Festival, di cui Birdmen Magazine è media partner Clicca qui per scoprire come vedere tutti i film del Festival in streaming gratuito su MyMovies (fino al 15 giugno). Un’occasione unica, da non perdere!


Il fotografo franco iraniano Abbas Attar è scomparso nel 2018, sconfitto dalla malattia. Aveva 74 anni. Meno di una settima prima del transito, si concludevano le riprese di un documentario organizzato in pochi mesi e girato in appena 10 giorni. Il film, già visto in rarissime occasioni in Francia, inizia il suo percorso internazionale stasera, al Biografilm 2020, nella sezione Art & Music.

Abbas è stato fra gli osservatori più acuti e sensibili della storia recente, attivo con la sua macchina fotografica dagli anni ’70, incluso fra le icone più note della Magnum Photos, la società che riunisce i più importanti fotografi al mondo. Testimone del suo tempo, inseguì per decenni gli eventi più crudi e aspri, innamorato dell’uomo e del suo destino, incuriosito dalle sue ispirazioni e dai suoi culti. Kamy Pakdel, amico del fotografo e direttore artistico per molte edizioni delle sue raccolte, tenta candidamente una fra le prove più dure del cinema documentario: raccontare un narratore.

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Un mediometraggio che è un susseguirsi di capitoli, aree tematiche individuate dallo stesso Abbas in cui confluiscono più di quarant’anni di lavoro. Una suddivisione frutto di un compromesso distratto ma sincero, l’incontro di una volontà psicoscopica, in ossequiosa ammirazione dell’uomo dietro l’obiettivo, con l’urgenza pragmatica di chi ha cognizione della morte e terrore dell’oblio. Il risultato è un testamento abbozzato, l’invito ad un’eredità che si scoprirà altrove, il tentativo di scalfire la corazza di un professionista radicale. Pakdel cattura le ultime parole di un’ombra, correlandole a continui e necessari rimandi all’opera. Un’oscillazione indispensabile per il soggetto, fra i contrasti in bianco e nero delle foto e le tinte tenui e inconsistenti di un ritratto frettoloso ma vibrante di uomo che vorrebbe scomparire nel suo lavoro, nella storia che ha raccontato. Un mosso intenzionale, creativo, direbbero i fotografi.

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Abbas, affiancato dal regista Kamy Pakdel, in una scena del film.

Si gira (quasi) tutto fra gli uffici della Magnum Agency a Parigi e l’appartamento di Abbas, con il fotografo sempre intento a mostrare lo scatto preferito e il regista pronto a sollecitarne la partecipazione. La franchezza della struttura non scade nell’asettico, complice una fotografia intimistica di Laurent Chalet (La Marche de l’empereur, 2004), anche se tocca allo spettatore intuire le emozioni dietro le stampe fotografiche. Abbas sceglie dieci temi (violenza, fanatismo, umiliazione, dolore, caos, ironica derisione, spiritualità, bellezza, tristezza e vita privata) a cui dedica un giorno di ripresa ciascuno, e su cui tesse una summa della sua esperienza senza mai abbandonarsi all’aneddotico. Si può senza sbagliare interpretare ognuno di quei temi come un differente sguardo dello stesso occhio.

Indiscusso interprete della Rivoluzione Iraniana, di cui fu protagonista anche nelle vesti di sostenitore e, poi, di disilluso, Abbas calcò la prima linea fino all’inizio del nuovo secolo, documentando guerre in Biafra, Ulster, Bangladesh e Balcani, e molti altri teatri di orrore e sofferenza. Rifiutando il voyeurismo sulle scene più crude, si concentrò soprattutto sugli aspetti sociali, come testimoniano il suo lavoro sull’apartheid in Sud Africa, e il continuo interesse verso la spiritualità dei popoli con cui veniva in contatto. Ne sono esempio gli ultimi lavori sul buddismo, e l’acuta e profetica preoccupazione sull’inasprirsi del radicalismo islamico, già a cavallo fra gli ’80 e i ’90.

Ogni sua foto è la sospensione di una situazione altrimenti perduta, tassello di un ritratto disincantato e coerente del genere umano. Abbas by Abbas, a tutti gli effetti un film a quattro mani, è l’ennesimo tentativo, come in fotografia, di stabilire il dialogo e la relazione fra due soggetti separati da un obiettivo. Il cinema, d’altronde, non è che una serie di fotografie in movimento.

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