Me and robots – Intervista a Chiara Feriani

Comunque la prova che ci estingueremo presto come umanità è data dal fatto che non ci siamo ancora venuti a trovare dal futuro. Se l’umanità fosse durata ancora molto a lungo saremmo sicuro riusciti nel futuro a tornare indietro nel passato e venirci a trovare oggi x incasinare le cose.

Così mi scrive Chiara Feriani, 3D artist e regista, in una mail successiva alla chiusura della nostra intervista. Il messaggio è una buona sintesi del suo approccio alle cose, scientifico, certo, in qualche modo anche razionale ma – soprattutto – immaginativo. Ho incontrato Chiara al più recente Pentedattilo Film Festival. Lei ha presieduto la giuria per Territorio in movimento (la categoria “storica” del festival), e ha tenuto uno splendido workshop sulla grafica 3D. Da lì, l’interesse a capirne di più. Per Birdmen, Chiara ha acconsentito a una lunga e approfondita intervista.

Buonasera Chiara, grazie per aver accettato lintervista. Cominciamo dal tuo lavoro. Di cosa ti occupi?

Buonasera Demetrio, grazie a Birdmen dell’invito. Mi occupo di effetti visivi per il cinema e pubblicità da più di 15 anni ormai, e di regia pubblicitaria (anche se ho iniziato coi videoclip [sua la regia, con Roberto D’Ippolito, di Cuore d’oceano di Caparezza e Il teatro degli orrori; o la regia di Come ti vorrei di Pierpaolo Capovilla, ndr]). Per “effetti visivi” intendo tutti quegli elementi in un film o pubblicità aggiunti successivamente in computer-grafica. Ho iniziato nella post milanese EDI, che in Italia è ormai la realtà più grossa, e ci son rimasta più di dieci anni, lavorando a tantissimi film italiani e alla maggior parte degli spot pubblicitari italiani. Poi, avendo iniziato a fare regia, mi sono messa in proprio e – dopo un’esperienza all’estero in Canada a lavorare ad un blockbuster americano [Ghost in the shell ndr] – ho aperto la mia società (la BluePillFX) a Milano.

Per quanto riguarda la regia, sono specializzata ovviamente in film con molta post-produzione. Facendo effetti so come girare al meglio scene che richiedono post-produzione: per esempio a volte se si vogliono fare certe cose è meglio girarle “live”, altre volte è meglio ricrearle interamente in computer-grafica. Non so, faccio un esempio: se devi girare una scena con una navicella spaziale vista da fuori, c’è chi, come Nolan, preferisce fare dei modellini e girare tutto dal vero (vedi Interstellar), e chi invece fa tutto in computer-grafica perché è più comodo e hai più controllo, però di contro rischi che risulti tutto più finto. Il regista specializzato in post-produzione ha più strumenti per capire se sia meglio prendere una via piuttosto che un’altra, eccetera. Spesso a livello produttivo le due opzioni si equivalgono, ma è questione di risultato finale…

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Questa inquadratura, ci spiegava Chiara durante il workshop, è stata “realizzata” da lei. Le virgolette sottolineano quanto il lavoro di grafica sia sempre un lavoro di tanti individui.

Qual è la “situazione” della computer-grafica in Italia? 

A livello internazionale il mondo degli effetti è uno dei pochi settori al mondo in cui c’è una crescita di richiesta incredibile e ce ne sarà sempre di più… è uno dei pochi settori in cui la domanda è maggiore dell’offerta, per cui se impari in fretta e hai un po’ di talento, non è difficile riuscire a lavorare nell’industria internazionale. Se sei disposto a muoverti nel mondo, il lavoro non manca propri. In italia c’e’ lavoro, ma ovviamente si fanno cose più limitate (sia a livello di quantità che di figaggine degli effetti). Questo perchè da un lato in generale siamo un po’ fuori dal mercato delle grosse produzioni internazionali, dall’altro a livello locale i soldi investiti nel cinema da noi sono meno e la prima cosa che si taglia sono gli effetti se non ci sono soldi. Spesso la CGI viene chiamata in causa per “correzioni”, di sequenze non girate correttamente sul set; o per adattamenti del contesto storico. In Italia credo non si producano abbastanza film che per natura richiedono molti effetti (tipo i film di fantascienza o film storici etc), si producono per lo più commedie. Ma a Milano esiste tutto il mercato pubblicitario che funziona molto bene ed è molto attivo, e anche in italia comunque c’e’ molta più richiesta rispetto alla quantità di persone che fanno questo lavoro.

Quali sono i tuoi ultimi lavori? Stai lavorando a qualcosa in particolare?

Ultimamente con la mia società abbiamo finito gli effetti di un film italiano interpretato da Castellito e che uscirà a marzo. Quello è un tipico film dove invece di effetti ce n’erano molti perché bisognava ricreare il contesto storico del periodo del fascismo. Oltre a fare spot continuamente, ho un paio di progetti in corso di cui pero’ purtroppo non posso dire quasi nulla perché top secret finché non escono.

Mi interessa molto il tuo rapporto col genere fantascientifico. Innanzitutto perché è il genere che mi viene in mente pensando alla computer-grafica. A Pentedattilo ne abbiamo parlato un po’. Tra letteratura, cinema, videogioco, serialità. Quale è il tuo libro “preferito” di fantascienza? Stai leggendo qualcosa a riguardo? Cosa pensi del boom di, ad esempio, serie come Black Mirror, che indagano, o tentano di farlo, la “nuova fantascienza”?  

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Dunque: non sono una fan né dei videogiochi né delle serie: entrambi hanno in comune che sono entertainement, intrattenimento, cioè sono pensati e scritti, nella maggior parte dei casi, con lo scopo di tenere lo spettatore più a lungo possibile davanti allo schermo… e io da un lato, purtroppo, non ho molto tempo libero, dall’altro non sono attratta da soggetti legati questo tipo di meccanismi. Per quanto riguarda la fantascienza, sto leggendo proprio ora Uprising robot, un’antologia di racconti di autori vari curata da D. Wilson, che ha i robot – ovviamente – come protagonisti. Molto figo, anche se il “robot” secondo me è un concetto obsoleto, nel senso che io immagino che nel futuro non ci sarà più nulla di analogico, sarà tutto virtuale, non ci sarà più bisogno di muoversi, di spostarsi, di trasportare cose da un posto all’altro, perché non vivremo più nel mondo reale, vivremo tutti in un mondo digitale virtuale perché costa meno, e il corpo sarà solo un fardello da mantenere in vita in qualche modo per mantenere attivi i nostri cervelli. Per questo, per me i robot antropomorfi sono un po’ superati. Uno dei racconti rappresenta l’umanità proprio cosi: tutti “pseudo ibernati” per non invecchiare fisicamente e interconnessi cerebralmente in un mondo virtuale.

Di Black Mirror ho visto un paio di stagioni, ma non mi ha entusiasmato onestamente. Ho trovato la maggior parte degli episodi poco interessanti e scritti non molto bene. La serie Love, death & robots, ha lo stesso problema. La fantascienza di quel tipo (fantascienza che racconta un futuro prossimo) è superinteressante, ci sono mille argomenti potenzialmente superaffascinanti da sviluppare. Ho trovato che quasi tutti gli episodi avevano spunti interessanti ma erano sviluppati poco poi a livello di script.

Libernazione è anche al centro dellultimo romanzo di De Lillo (Zero K), o nella serie Altered Carbon, con conseguente (in diverse maniere) digitalizzazione (pensiamo anche al famoso San Jupitero, di BM). Se non erro anche un vecchio episodio di Fringe ne ha parlato, e persino Il tagliaerbe, film del 92 di Brett Leonard. Sempre guardando al futuro prossimo, ho sempre pensato alla computer-grafica come lunico strumento in grado di dare vita a rappresentazioni non-convenzionali (quindi non antropomorfiche, non terra-centriche, eccetera) di vita alienao altra, come nel romanzo Neanche gli dei di Isaac Asimov. Può essere una sfida? 

Sì, certo che può essere una sfida! Hai perfettamente ragione, quando immaginiamo mondi futuri nella fantascienza usiamo quasi sempre categorie di pensiero limitate all’umanocentrismo. Immaginiamo città, mondi, società in altri pianeti sempre strutturate e costruite come le città umane, anche solo l’idea di immaginare altri pianeti con sopra delle civiltà strutturate come quelle umane è umanocentrico. Spesso gli alieni son rappresentati come esseri antropomorfi o esseri fisici che agiscono secondo categorie di pensiero umane. Invece secondo me per esempio nel futuro non si sposterà più niente, non ci muoveremo più se non con la mente e basta, non ci sarà più niente di fisico, che va da A a B, perché, come ho già detto, spostare le cose fisiche costa di più che mandare onde o muoversi nei mondi virtuali. In questo senso immaginarsi ancora gli alieni come qualcosa di fisico che trasla e si sposta nello spazio mi sembra veramente vecchio. Parlo ad esempio di Arrival [Denis Villeneuve, 2016, ndr] in cui gli alieni sono rappresentati come dei polipi. Ho trovato quel film un po’ anacronistico per essere un film di sci-fi del nostro decennio. Gli alieni secondo me dovrebbero essere rappresentati più come onde o qualcosa legato alla dimensione mentale, manipoleranno la nostra realtà in maniera invisibile, tipo l’oceano di Tarkovskij [Solaris, 1972] o tipo Dkrtzy RRR (di Alan Moore), che è un’equazione matematica! Oppure gli alieni saremmo noi stessi venuti dal futuro che cercheremo di cambiare le cose nel presente, se non ci estingueremo prima.

Gli effetti visivi sono proprio il modo con cui e il “luogo” dove può essere creato e quindi rappresentato tutto questo. Immaginandomi gli effetti visivi nel futuro fra tipo 100 anni, saranno un’industria che invece che creare “effetti visivi”, creerà “affetti visivi” nel senso che mentre ora è un’industria che si limita a manipolare immagini nei prodotti visivi di cui usufruiscono le persone, nel futuro diventerà un’industria che produce effetti nella vita stessa delle persone, manipolandone prima di tutto gli affetti. come ora siamo “analogici”, quindi per stare bene un paio d’ore ci guardiamo un prodotto visivo, fra 100 anni saremo “digitali” veramente, e per stare bene un paio d’ore basterà far partire qualcosa nel microchip del nostro cervello, e intervenire direttamente nella nostra mente e quindi nella nostra vita. Un po’ come il concetto dello smartphone ora, siamo superanalogici ancora. Fra un po’ per guardare tutte le cose che ora vediamo in uno schermo che teniamo in mano e sono contenute in un video, basterà schiacciare un bottone che attiverà qualcosa in un microchip innestato nel nostro cervello, e queste immagini saranno mischiate con la nostra vita vera.

Amy-Adams-in-Arrival-2016

Che trip. Per tornare all’adesso, mi parleresti in generale del tuo rapporto col cinema. Vai spesso? Preferisci lo streaming? Autore prediletto? Film?

Di cinema ero cosi appassionata che il lavoro che mi ero trovata mentre studiavo all’università era quello di proiezionista. Perché volevo vedermi i film ma non potevo pagarmi il biglietto tutte le sere al cinema, allora mi son chiesta: come faccio ad entrare al cinema gratis tutte le sere? Era l’epoca della pellicola, non c’erano ancora internet, lo streaming, i dvd, eccetera. Per vedere un film o andavi al cinema o ti affittavi le videocassette. Cosi per tutti gli anni durante l’università mi mantenevo gli studi lavorando in un cinema d’essai della città come proiezionista. Era piccolo ma aveva la programmazione più all’avanguardia della città, dove ho visto film che nemmeno ora riuscirei a trovare. Il proprietario era un insegnante di matematica cinefilo che gestiva il cinema per passione, aveva una gran cultura cinematografica, era un incredibile appassionato e questo si rispecchiava nella scelta della programmazione, che non badava agli incassi, ma a mostrare belle cose. La cabina di proiezione era esattamente come quella di Fight club, luci soffuse, pareti piene di poster di film, amici che passavano a trovarmi, li dentro ci ho preparato tutti i miei esami universitari.

Per me il cinema è un luogo sacro. Non sono però una integralista, che ritiene che i film vanno visti solo in sala, integralista della visione perfetta. Perciò non “rifiuto” lo streaming. Penso che la cosa più importante in un film sia la scrittura. Se un film ha poco da dire o è scritto male, può avere la fotografia più bella del mondo, l’immagine più definita della terra, o la scenografia, o il montaggio, o la color, o i vfx migliori del mondo: lascerà sempre il tempo che trova. Spesso si da troppa importanza a come viene confezionato il film e alle cose di contorno.

Cosa bisogna fare per lavorare nella computer grafica? So che vieni da un corso di laurea in Antropologia.

Sì, io mi son laureata in Antropologia, ma dopo un master alla scuola superiore di Sant’Anna a Pisa, in cui c’erano esponenti dell’Onu, Fao, etc, mi sono resa conto che quel mondo non mi piaceva (quello della cooperazione allo sviluppo), perché c’erano troppe persone interessate a prendersi uno stipendio e occupare poltrone piuttosto che fare veramente qualcosa per aiutare i paesi in via di sviluppo. Per cui ho cambiato rotta e ho fatto un master a Roma di 6 mesi di computer-grafica il cui stage poi mi ha portato a Milano in EDI, la società di post-produzione più grossa in Italia, dove mi hanno assunto dopo mi sembra un paio di mesi di stage.

In generale per lavorare nella computergrafica bisogna fare un corso di 3D o un corso di Nuke, o tutti e due, a seconda di quale specializzazione si vuole prendere (ce ne sono tanti ormai in Italia, tra Milano, Roma e Treviso [Big Rock]), perché imparare da soli da zero è molto difficile, e il corso/master ti aiuta anche a crearti una rete di contatti di lavoro. Poi bisogna avere fortuna di fare uno stage in buon posto, e se hai ancora più fortuna (come è successo a me) farti assumere dopo lo stage. In generale comunque si impara tantissimo lavorando “sul campo” cioè facendo pratica nelle aziende che fanno post-produzione. Ci son buoni corsi a Londra, e addirittura in Canada, che in questo momento è la patria degli effetti visivi, nella società dove lavoravo io (MPC), ti pagano per seguire un corso di 3 mesi di compositing da loro, con la condizione che poi resti a lavorare da loro per almeno un anno.

In generale comunque per fare questo mestiere bisogna avere una buona sensibilità visiva, e gusto estetico. Poi in base alla specializzazione che uno sceglie, ci son competenze specifiche richieste, tipo se vuoi fare 3D di un certo tipo, gli FX, meglio se sai qualcosa di scripting e programmazion. Se vuoi specializzarti in animazione invece, devi avere senso del tempo, saper disegnare, avere già nozioni di animazione tradizionale ed essere portato per quello (perché l’animazione, per quanto studi, è una delle poche cose che secondo me non si imparano, o ce l’hai nel sangue o niente) e ovviamente essere fatti per stare ore davanti al computer…

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