Le cronache dei morti viventi – L’immagine cannibale | Romero 80

Partiamo, innanzitutto, dall’azzeccato titolo italiano di Diary of the dead. Condannato ad una tardiva distribuzione, il film di Romero esce nelle sale solo dopo alla presentazione – due anni dopo – di Survival of the dead – L’isola dei sopravvissuti alla Mostra del Cinema di Venezia, diretta dall’onnivoro Marco Müller.

Le cronache dei morti viventi rappresenta il film di mezzo della seconda trilogia dedicata da Romero al mondo degli zombie. Secondo le cronache del regista, la scelta di un attore di colore come protagonista de La notte dei morti viventi fu del tutto casuale. Allo stesso modo pure l’edificazione di un discorso politico, anche se a influenzare in modo decisivo il controverso finale del film fu l’assassinio di Martin Luther King, appreso alla radio mentre Romero stava viaggiando in automobile alla ricerca di un distributore a cui proporre quanto girato fino a quel momento. Sta di fatto che, dopo un decennio in cui il genere horror venne messo alla berlina dalla sci-fi di impronta paranoide, propensa a rappresentare orrori provenienti da altri mondi e pronti alla colonizzazione, La notte dei morti viventi inverte il percorso e porta al limite estremo la ricetta perfezionata da Psyco e da Peeping Tom – L’occhio che uccide.

I classici Universal avevano mostrato orrori lontani ed esotici attraverso cui costruire una riflessione sui coevi traumi europei ed americani, esorcizzabili per mezzo di un finale che allontanasse il Male dalla società, consentendone il suo rinnovamento. Ma cosa succederebbe se il Male, anziché provenire dall’esterno, fosse allevato proprio dalla società, figliol prodigo delle devianze morali custodite al buio del Bates Motel? A fornire la risposta – o più che altro a porsi l’interrogativo – è stata quella generazione di registi che ha iniziato con il genere del documentario e del porno per poi dar vita, quasi casualmente, al New American Horror.

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Ma torniamo all’illuminante titolo italiano di Diary of the Dead. Il filosofo francese Paul Ricoeur ha riflettuto sui legami di reciprocità tra tempo e racconto, introducendo due fondamentali nozioni: quella di configurazione degli eventi e del tempo e quella della centralità del modello del racconto nelle pratiche di comprensione dell’esperienza vissuta. Ricoeur afferma che, tra l’attività di raccontare una storia e il carattere temporale dell’esperienza umana, c’è una correlazione strutturale. Il tempo diventa umano assumendo una forma narrativa e il carattere narrativo tipico del racconto assume la sua significazione quando diventa un’articolazione dell’esperienza temporale. In tal senso, trasformare l’esperienza viva del tempo mediante il racconto è una costante antropologica umana che ci consente di costruire la nostra identità mediante le storie fittizie o autentiche che raccontiamo.

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Le cronache dei morti viventi porta in scena la storia di un gruppo di studenti di cinema e del loro professore che si recano nella foresta per girare un horror. Venuti a conoscenza dell’epidemia zombie, però, i ragazzi decidono di tornare a casa e di documentare con le proprie videocamere quanto vedono. Oltre a dover affrontare il risveglio dei morti, il gruppo si trova invischiato in un vortice mediale che tutto inghiotte e polverizza. Dal 1968 al 2007, tanto è cambiato in ambito horror e il genere è andato incontro a profonde trasformazioni che lo hanno visto attraversare i circuiti underground e gli ambienti ufficiali. Il film di Romero rappresenta una sintesi tra New American Horror, torture porn post-Abu Ghraib e tecnica del found-footage (ri)lanciata nel 1999 da The Blair Witch Project. Meri esperimenti di marketing o meno, titoli quali [Rec], Paranormal Activity e Le cronache dei morti viventi si sono inseriti nel nuovo ambiente dinamico che ospita e fa esplodere l’intera enciclopedia delle immagini prodotte. Il web, i videogames, i droni radiocomandati, i dispositivi di controllo e le wearable technologies ridiscutono quotidianamente i modelli di produzione e condivisione delle immagini. Questa nuova iconosfera, però, elegge proprio la storia del cinema come solida referenza, innanzitutto su un piano socio-culturale e poi più propriamente linguistico.

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Il first person shot del film di Romero non allude alla classica inquadratura soggettiva che congiunge in un unico punto di vista sguardo del narratore, del personaggio e dello spettatore ma si riferisce all’ibridazione tra l’orizzonte umano e le sue deleghe tecniche. Si tratta, quindi, di un’inquadratura frutto dell’esperienza immediata di un soggetto, che viene, nel contempo, mediata (ed anestetizzata) da dispositivi sempre più piccoli, maneggevoli e interattivi. Tale condizione mette fuori gioco il linguaggio del cinema, per avvicinarsi al flusso di immagini condivise in rete e che non presuppongono più uno sguardo. Ne Le cronache dei morti viventi, gli zombie non sono più concepiti come allegoria del capitalismo più sfrenato e del consumismo ma diventano l’incarnazione dell’ossessione di filmare, montare e condividere immagini in un vortice che spazza ogni referenza.

Le immagini cinematografiche, che il gruppo di ragazzi sta girando in modo tradizionale, vengono cannibalizzate e frantumate nei vari punti di vista delle handycam che inquadrano il fenomeno dei morti viventi e – nonostante il tentativo di documentare quanto sta accadendo e di riconoscersi come umani nel vortice apocalittico – il first person shot anestetizza la modalità percettiva dei fenomeni, rendendo tutti i fruitori incapaci di interpretare ciò che sta accadendo.

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Nel suo pessimismo di fondo, il penultimo film di George Romero non sembra neanche intercettare una possibilità di salvezza nella memoria del cinema come archivio di forme e nella modalità configurativa associata al genere di riferimento ma si limita ad interrogarsi sul gap di testimonianza derivante dalla cannibalizzazione dell’immagine nel nuovo millennio. Nella panacea mediale della contemporaneità, l’immagine-zombie ha importanti ripercussioni anche sugli esseri umani, privandoli della capacità di giudizio, di fronte ad un reale sempre più sfilacciato ed impossibile da interpretare.

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