Elio e Gallione ci mostrano il nostro lato “Grigio”

«Libertà è partecipazione». Se qualche temerario si volesse cimentare nell’ardua impresa di selezionare, all’interno dell’immenso patrimonio di sentenze argute, immediate e profondamente sovversive regalatoci da Giorgio Gaber in quasi cinquant’anni di onorata carriera come cantautore e uomo di spettacolo, quale sia l’aforisma che più di tutti ha segnato l’immaginario collettivo italiano, forse finirebbe per indicare come vincitrice proprio la celebre conclusione del ritornello de La libertà. Un verso senza dubbio memorabile. Un verso che spinge l’ascoltatore, mai mantenuto all’interno della propria comfort-zone dalle parole dell’inventore del Teatro canzone, verso scomode riflessioni sulle responsabilità che implica l’ingombrante condizione di animale sociale. Per essere liberi non basta sognare, non è sufficiente soddisfare i propri bisogni personali – siano essi di natura fisiologica, intellettuale o spirituale – e non ci si può limitare a ignorare le regole imposte dalla società in cui si vive. Per essere davvero liberi occorre prendersi rischi, sporcarsi le mani, spendersi completamente. Con gli altri. Per gli altri.

Secondo questa concezione, la scelta compiuta dal regista Giorgio Gallione e dallo storico leader delle Storie Tese, Elio, di proporre al pubblico italiano, nel 2019, un riadattamento del monologo teatrale Il Grigio, scritto da Gaber e Sandro Luporini nel 1988 e rappresentato per la prima volta proprio a Genova esattamente trent’anni fa, equivale a un deciso esercizio di libertà. Teatralmente parlando, infatti, riportare sul palco Gaber significa compiere un atto di meravigliosa incoscienza, rischiare al massimo grado, con lo scopo di donare a chi siede in platea uno specchio per la propria coscienza. Questo perché il Signor G non è solamente un grande intrattenitore, pensatore e divo della nostra storia recente. Non è solo un vivido ricordo negli occhi e nelle orecchie degli spettatori che si presenteranno in sala. È anche, come giustamente lo definisce Gallione, una maschera del teatro italiano contemporaneo, scolpita nella nostra memoria condivisa e nel nostro immaginario collettivo, con tutti i suoi tic, le sue timide esagerazioni e la sua profonda voce affascinante e affabile, sagace ed empatica.

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Va detto che Gallione si era già gettato in questa follia in passato, ottenendo sempre risultati sorprendenti. Forse è perciò che ha stabilito di alzare ulteriormente il tiro. La differenza, e il conseguente scarto nel coefficiente di difficoltà, fra l’ultima produzione e le precedenti sta nella personalità scelta per lasciarsi trasfigurare dalla maschera del Signor G. Infatti, se avevamo già visto il regista genovese dirigere showmen e star del piccolo e grande schermo, quali Claudio Bisio e Neri Marcorè, nei loro tentativi di indossare i panni e calzare la voce di Gaber, questa volta l’interprete era Elio: non un attore, non un intrattenitore, bensì un’altra maschera. Certo, tra Elio e il Signor G ci sono dei punti di contatto innegabili: la scomoda sincerità, la pungente ironia, l’intelligenza comica tanto acuta da rasentare l’ingenuità. Ma nei modi e nelle forme espressive i due tipi sono molto distanti fra loro. L’uno esagerato e spesso sconveniente, l’altro quasi sempre composto e introspettivo. Insomma, il tasso di rischio di arrivare alla caricatura o alla scimmiottatura del Signor G, di apporre una maschera su un’altra maschera, producendo un effetto grottesco e disastroso, era quanto mai elevato.

Ma, fortunatamente, paure e dubbi vengono spazzati via già alla prima canzone, Io come persona, mirabilmente interpretata da Belisari, che dismette con una scioltezza inaspettata i panni di Elio per abbandonarsi da subito al Signor G, seduto sugli scalini per accedere al palco, ancor prima di entrare in scena. Da lì in avanti, la naturalezza artistica della rockstar milanese, la regia minimalista e incisiva, e la perfetta organicità con cui all’interno del monologo vengono inseriti capolavori e classici del Gaber cantautore, come L’odore, I mostri che abbiamo dentro e L’uomo che perde i pezzi, accompagnano chi assiste nel cuore della storia. La storia di un uomo appena trasferito in campagna, con la convinzione di poter allontanare, in questo modo, lo stress della frenetica città e di un passato fatto di rapporti logori e relazioni umane – con l’ex moglie, con l’amante, con il figlio – ormai difficili da risollevare.

Il protagonista, che in un primo momento s’illude di poter trovare una propria dimensione più umana e tranquilla nel nuovo contesto, si accorge che a disturbare la propria quiete, oltre ai ricordi dolorosi e ai ragionamenti confusi sulla propria condizione corrente, c’è una sgradita presenza che si aggira fra le nuove mura domestiche. Un topo, Il Grigio. Per liberarsi dall’ospite indesiderato, l’uomo ricorre a metodi e tattiche con un grado crescente di complessità e ingegnosità. Sarà solo alla fine, quando ormai la casa che avrebbe dovuto essere per lui una nuova culla, un piccolo paradiso, si sarà trasformata in una gigantesca trappola, che il protagonista si renderà conto di aver proiettato sul roditore tutte le sua ansie e di non differire molto dall’animale nell’istinto famelico, irrazionale e parassita.

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Il Signor G, grazie alla sensibilità di Gallione e alle straordinaria abilità vocali ed interpretative di Elio, dunque, ci offre un Moby Dick contemporaneo, dove un Achab capitano della sua vita alla deriva, non riesce neppure ad arrivare all’agognato scontro finale con la sua Balena Bianca, col suo Topo Grigio. Lo fa, condendo il testo con tutte quelle sottili e insidiose paranoie che oggi, forse ancor più di trent’anni fa, occupano gli angoli bui del nostro io: la paura della solitudine, l’apparente impossibilità di stabilire rapporti sinceri e duraturi con gli altri, la sensazione di non esistere davvero.

Dover dire così apertamente a ascoltatori e spettatori ciò che temono intimamente di sentirsi dire, non è il più semplice dei lavori per un comunicatore. Tuttavia, è stata la principale occupazione di Giorgio Gaber per tutta la sua lunghissima parabola artistica, e il pubblico non gli ha mai voltato le spalle, anzi. Grazie all’ironia, alla dedizione totale e al suo genio, il cantautore milanese ha sempre ricoperto il ruolo di un dottore che, beffandosi delle malattie che affliggono lui e tutti i suoi pazienti, curi tutto con una grassa risata. Magari un po’ amara. Ma pur sempre rinvigorente. Gallione e Elio sono riusciti ad ottenere lo stesso effetto sul pubblico che ha assistito a Il Grigio al Teatro Modena di Genova. Rischiando, sporcandosi le mani e spendendosi senza risparmio, sono riusciti a ritrovare quella via direttissima di comunicazione che univa il Signor G alle persone che lo guardavano. Sono riusciti a far partecipare chi assisteva al dramma, tanto attuale, del Grigio, per poi liberarlo da quei pesi sullo stomaco grazie alla forza della comicità. Come a dimostrare che a volte basta partecipare intensamente, per sentirsi liberi fino in fondo.

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