Non si uccidono così anche i cavalli? Un’opera cinica ma non fino in fondo

Il Teatro Nazionale di Genova ha ospitato, dal 17 al 20 ottobre, l’ultimo lavoro di Giancarlo Fares, che già si era cimentato nella direzione di uno spettacolo centrato sulla danza con Le Bal di Jean-Claude Penchenat. Non si uccidono così anche i cavalli? è un’opera teatrale derivata dall’omonimo romanzo, poi sceneggiatura, di Horace McCoy. Se il testo originale era ambientato negli anni ’30 e sfruttava il contesto della Grande Depressione e delle crudeli maratone di ballo – a cui partecipavano sia giovani in cerca di successo, sia poveri senza speranza e pronti a tutto per guadagnare un modesto premio– la pièce è invece ambientata in Italia in un’epoca non precisata e in un luogo che ha tutte le caratteristiche per essere assimilato ad uno show televisivo degli anni 2000.

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Il concept alla base rimane identico: giovani coppie, di ballerini e non, dovranno resistere sulla pista per giorni e giorni concedendosi solo una pausa di dieci minuti ogni due ore. È facile già intravedere come un simile scenario posa tramutarsi in una metafora della vita frenetica, delle ingiustizie sociali – per cui arrivano ad essere considerati premi anche il vitto, l’alloggio, o l’assistenza sanitaria- e del senso di sconfitta che permea la società in momenti di crisi e sconforto. Il problema, nel caso di questa versione, è forse dato dal fatto che tale metafora è più esplicita e detta ad alta voce di quanto sarebbe necessario al mezzo teatrale, di per se stesso metafora e specchio deformante dell’esistenza.

C’è da fare invece un plauso al comparto tecnico: la scenografia, le musiche, i  costumi e il corpo di ballo sono coerenti fra loro e funzionano perfettamente nel dipingere un panorama a metà fra lo sfavillio dello show e la superficialità dell’apparenza, che è l’unica a contare.

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Chi abbia letto il romanzo non troverà però il cinismo che lo contraddistingue: è interessante che i presentatore si appelli al pubblico, che diviene così giudice e carnefice delle vittime dello show business per decidere chi possa restare o debba essere eliminato;  questo strumento, però, non viene utilizzato abbastanza e non si costruisce una sottile escalation di crudeltà e sadismo che avrebbe potuto chiamare in causa direttamente lo spettatore, fino a farlo sentire scomodo nel suo nuovo e inaspettato ruolo.

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Un’altra differenza dal romanzo è la creazione di due piani d’azione: da una parte lo spettacolo patinato, dall’altra le riflessioni, i rimorsi e la tragedia interiore non solo  della protagonista Gloria e degli altri partecipanti,  ma anche del presentatore Rocky, un uomo sconfitto disposto a tutto per continuare a intrattenere, ma profondamente convinto della vacuità dell’esistenza e di ogni vittoria. Quello che avrebbe potuto essere un punto a favore della versione teatrale, offrendo un approccio ambivalente e sfumato alla materia, non è però sfruttata appieno; i monologhi di Gloria e Rocky, rivolti direttamente al pubblico, non sempre riescono difatti ad essere ficcanti e suggestivi come vorrebbero, e finiscono per non distanziarsi in maniera utile dal livello più caotico dello show e della gara in corso. Anche la parte più intima della rappresentazione, atta a rivelare l’interiorità degli sfidanti, è assegnata spesso a sequenze fisiche che però solo in alcuni casi riescono a toccare lo spettatore con un cambio di registro nettamente staccato dal resto dell’opera, mentre appaiono a volte più l’occasione per un virtuosismo.

Se dunque alcune immagini rimangono impresse, una su tutte l’assolo danzato di disperazione luttuosa di una giovane che ha appena visto collassare il suo compagno per la fatica, si resta in ultimo con un senso di incompletezza, come se non si fossero toccate le vette del lirismo o le bassezze del cinismo, ma ci si fosse accontentati di sfumature più moderate e meno difficili da digerire.
Non si uccidono così anche i cavalli? intrattiene certamente e può anche far riflettere, ma data la forza spietata dell’idea di base, può parere alla fine un’occasione non del tutto sfruttata.

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