L’evidenza del limite e l’assoluzione: Baby 2

Approdata lo scorso autunno sulla piattaforma Netflix, Baby si configura come un unicum della serialità italiana, tanto per le intenzioni quanto per gli esiti. I 6 episodi che compongono la prima stagione vanno anzitutto intesi come il notevole sforzo creativo di un team giovanissimo composto dal giovane regista Andrea De Sica (ora affiancato da Letizia Lamartire) e dal gruppo under 25 degli sceneggiatori e ideatori noti come GRAMS*. Questi, sostenuti dalla casa produttrice Fabula Pictures, in lungo e in largo hanno tentato di offrire qualcosa di nuovo al panorama seriale italiano. Pur essendo ricca delle migliori intenzioni, e pur guardando alla necessità di questa considerazione preliminare, i limiti della seconda stagione di Baby non possono essere in alcun modo circoscritti e sminuiti. Del resto, già con la prima stagione avevamo tentato di mitigare le critiche, sospendendo in ultimo il giudizio sui primi 6 episodi (link all’articolo qui).

Con la visione della seconda stagione di Baby, dunque, non possiamo esimerci da considerazioni severe. Tornata lo scorso 18 ottobre su Netflix e ispirata al noto fatto di cronaca della prostituzione minorile di alcune ragazze del Parioli, la serie italiana può senza dubbio contare su di un cast la cui interpretazione generale dei ruoli si fa appena più credibile, e di una scrittura – anche questa – appena più consapevole di quella dello scorso anno, con il giovane collettivo di sceneggiatori GRAMS* che recupera e integra il discreto lavoro condotto in precedenza nel ricreare una certa aderenza rispetto al linguaggio dei giovani. Eppure, le troppo facili artificiosità di alcuni dialoghi e l’innaturalezza nella gestione dei rapporti sono sempre dietro l’angolo, specie quando al picco parossistico emotivo segue il suo contraltare immediato – anche fosse nella medesima scena.

Ma al di là di simili considerazioni, lo snodo fondamentale è forse da considerarsi un altro. Con la seconda stagione, Baby si scrolla finalmente di dosso la giustificazione addotta da Andrea De Sica, secondo la quale l’inconsistenza del plot della prima stagione sarebbe dovuta ad un più cogente approfondimento dei personaggi. Ma c’è stato? La serie si lancia dunque in campo aperto nell’operazione di intrecciamento e irrobustimento dei suoi esili fili narrativi. L’esito? Un tessuto dalla consistenza indubbiamente meno esigua, ma comunque rabberciato e informe.

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Proviamo ad offrire un esempio. Le discutibili scelte narrative si muovono ora nell’elaborazione di un’ampia struttura reticolare condita di una quantità notevole di sottotrame, di cui spesso pure si perde traccia, che in ultimo confinano le vicende legate al personaggio di Ludovica (Alice Pagani) in una zona decentrata e ad un ruolo comprimario. Se da un lato possiamo sostenere che la ricerca d’una qualche forma di maturità della ragazza si possa almeno reperire nel suo bisogno di sopperire all’assenza di una figura paterna, che la fa quindi intrecciare alla figura del nuovo docente di Storia e Filosofia, Tommaso Regoli (Thomas Trabacchi); dall’altro, tuttavia, non v’è traccia di alcun innesto narrativo che smuova la stessa dal pantano in cui è rimasta confinata a conclusione della prima stagione. Ludovica è impotente, non riesce a generare empatia, affetto e interesse per ragioni che esulino dalla propria bellezza. Non è poi d’aiuto – come detto poc’anzi – il decentramento del suo ruolo a causa dell’intervento di sottotrame spicciole, spesso al limite del caricaturale. È il caso dell’inutile relazione che coinvolge il fastidiosissimo Niccolò (Lorenzo Zurzolo) con la professoressa di atletica Monica (Claudia Pandolfi), il cui percorso intercetta una stroncatura imprevista dopo appena tre episodi; ancora, è il caso dell’inatteso approfondimento di Brando (Mirko Trovato), che recupera il filone LGBT prima esclusivo di Fabio (Brando Pacitto), per affiancare quest’ultimo in una relazione il cui potenziale si esaurisce nella frettolosità della sua enunciazione. Dove collocare, poi, il ritorno del personaggio di Camilla (Chabeli Sastre Gonzalez), che infila appena qualche intervento col quale neppure giustifica la sua presenza, sottraendo spazi d’approfondimento ben più necessari a una serie dal formato già contenutissimo?

Insomma, tante, troppe sbavature per una stagione che aveva il dovere di stabilire una rotta, riuscendovi solo in parte con l’indirizzamento della sua protagonista, Chiara (Benedetta Porcaroli), verso la presa di coscienza di un’alterità dentro di sé, della coesistenza d’un doppio che lei non può reprimere, e a cui lo stesso Damiano (Riccardo Mandolini) deve rispondere.

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Siamo ancora di fronte all’evidenza dei limiti di una scrittura che, come e più della prima stagione, abusa dell’ellissi, con cui i vari segmenti narrativi vengono tra loro coniugati in maniera sempre raffazzonata. Ma oltre a tutt’una generale fragilità d’impianto, con il supplemento di ulteriori 6 puntate alla precarietà delle prime, potremmo e forse dovremmo chiederci qual sia, allora, il senso dell’operazione.

Perché se in precedenza non eravamo in grado di individuare con precisione il pubblico a cui la serie intende rivolgersi, quindi il suo genere d’appartenenza, potremmo ora sostenere che l’evento di cronaca che ha battezzato Baby altri non sia che una fonte da cui attingere saltuariamente, e che la sua veste sia in definitiva quella del teen drama. Ed è appunto proprio attraverso l’appartenenza al genere che la serie può richiedere quasi esplicitamente allo spettatore di fruire della visione (anche lasciandosi andare a un deficit di attenzione), assolvendola dai cliché e dalle  incongruenze.

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Con ciò, quindi, forse dovremmo raccattare tutto con le pinze, prendere per buono che gli adulti siano persino in grado più dei loro figli di perseguire tutte le scelte sbagliate, che un ragazzino possa registrare il video di un rapporto sessuale all’interno di un locale in teoria blindatissimo – senza peraltro dimenticare il coinvolgimento di un grosso politico –, che nell’istituto scolastico privato del Collodi i pariolini bellocci e protervi non abbiamo di meglio da fare se non bullizzare la vittima omosessuale di turno, e che un investigatore privato possa essere raggirato da un minorenne pure in grado di accedere segretamente al suo database privo di qualsivoglia chiave d’accesso…

E tuttavia Baby è Baby, la si liquida in binge watching perché, del resto, è l’unico prodotto seriale “del genere” partorito in Italia – come abbiamo detto in capo alla recensione. Non sarà mai effervescente ed euforica come Élite, schizofrenica e magistralmente diretta come la novella Euphoria dell’eminentissimo HBO, ma al prossimo giro – perché ci sarà – saremo nuovamente lì pronti a divorarla, ne metteremo in luce i limiti manifesti e poi ancora l’assolveremo dai suoi peccati capitali. E per qualche strana ragione andrà bene così.

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