L’Amleto di Valerio Binasco

Le Fonderie Limone di Moncalieri hanno ospitato per ben tre settimane la più celebre e classica delle pièces shakespeariane. Purtroppo non è prevista ad oggi una tournée, ma abbiamo avuto la fortuna di poter assistere ad una rappresentazione che merita sicuramente qualche riflessione. L’Amleto diretto da Valerio Binasco, produzione del Teatro Stabile di Torino, è una storia nascosta da molti veli: alcuni impenetrabili, altri valicabili per qualche istante, tutti materialmente presenti sul palco a incombere, nascondere o ritrarsi dalla scena, nel dipanarsi di una trama già di per sé stessa ambigua, popolata da spiriti e uomini di cui non si è mai certi. Una trama che a detta dello stesso regista è «una trappola per catturare l’anima».
Una trappola che offre molte suggestioni, procedendo per immagini dal grande potere evocativo;
una su tutte lo schiantarsi al suolo di un cumulo di terra cimiteriale che ospiterà poi Ofelia annegata e che sembra segnare drasticamente il passare del tempo e l’irrilevanza della vita al cospetto di un destino comune e inevitabile.

Lo spazio, dove prevalgono il bianco e il nero, è abitato da pochi oggetti a denotare l’ambientazione quasi fantasmatica. Gran parte dell’azione, come è noto, si svolge nel castello di Elsinore, popolato da uomini e donne febbrili o calcolatori, spesso trattenuti nella loro ira e nel loro dolore.
Al centro di questa febbre, di questo stordimento che ha punte tragiche nel comico e viceversa, troviamo ovviamente Amleto, che con la recitazione energica e instancabile di Gabriele Portoghese, si dimostra l’uomo ambiguo per eccellenza.
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Può piacere o turbare la scelta di collocare questi personaggi in un’epoca non del tutto riconoscibile, a metà strada fra la contemporaneità e un’eleganza più novecentesca, per non dire romantica; e a detta dello stesso Binasco: «Sto per parlare di Amleto come se fosse un’opera romantica, e me ne pentirò di sicuro perché so che non è per niente così»

I costumi potrebbero forse essere anche una chiave di lettura per l’analisi dei personaggi.
Sono infatti i più giovani, ad esclusione di Laerte (il più integrato nello status quo e nei valori della vecchia generazione), a vestire abiti più sobri e contemporanei, rendendo evidente il divario generazionale. E sempre i più giovani risultano le vittime più evidenti delle macchinazioni e della sete di potere: Ofelia è trascinata nel gioco di astuzie del padre Polonio, Claudio sfrutta la vanità di Laerte per uccidere Amleto, che è tradito nella maniera più orrida dalla sua stessa madre. Ma nulla è così chiaro in scena e nessuno sembra venire risparmiato dai sensi di colpa.

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La tragedia dilagante non priva però i personaggi della loro innata carica ironica, caustica e perfino comica. Un’ambivalenza, questa, che è ben stata descritta da Peter Brook, secondo il quale uno dei più grandi meriti di Shakespeare è stato quello di unire nei suoi testi, in tutta la loro complessità, la sacralità della tragedia alla ruvidezza del teatro popolare. Binasco, insieme al suo gruppo di attori, riesce dunque in questo gioco d’equilibrio senza scadere né in una seriosa retorica, né in una piatta faciloneria.
L’impresa riesce soprattutto con i personaggi più minacciosi o disprezzabili: Polonio non è solo un politico ignavo e ambizioso, ma anche un ridicolo paroliere (in questo senso, ottima l’interpretazione di Nicola Pannelli); gli amplessi colpevoli del re e della regina sono accompagnati da una canzonetta che porta Amleto a riderne; la stessa morte diventa un’occasione per le battute del becchino sempliciotto.
Inoltre, volendo essere pignoli, appare sicuramente straniante, ma forse eccessivamente farsesco, l’inizio del duello fra Amleto e Laerte, dal momento che pesano sui loro animi due morti terrificanti; viene da pensare che, potendo finalmente sfogare il loro male, i due si dimentichino di ciò che li circonda. Il duello però come da copione prosegue e con uno stacco netto cambia l’atmosfera, che si fa pesante e mortifera, appestando l’aria fino all’inevitabile epilogo.
Si tratta dunque di una messa in scena attenta e calibrata quella di Binasco, che riesce nel difficile compito di evitare quella retorica e quella seriosità che, invece di rivelare l’elevatissimo contenuto umano del testo, potrebbero inficiarne l’incisività.
Le immagini che si concretizzano sul palco restano efficacemente impresse nella mente dello spettatore, portandosi dietro quel carico di riflessioni e nodi irrisolti che sono proprio il valore di ogni grande classico.
Come direbbe Italo Calvino: «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire», e classici sono da considerarsi anche i grandi testi teatrali ovviamente, che meritano dunque di essere ripresi e rappresentati nei secoli, con il dovere di rispettarne la complessità, il valore e il messaggio. Obiettivo, per questo Amleto, ampiamente raggiunto.

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