“Il costruttore Solness” di Alessandro Serra: una solitaria esibizione

Da Macbeth a Ibsen, passando per i quadri di Hopper, Alessandro Serra mostra una certa versatilità nella scelta dei soggetti da rappresentare. E ognuna di queste scelte, ponderata e frutto di un interesse specifico, è sempre sottoposta a una personalissima rielaborazione e a un riadattamento che assume un sapore inconfondibile: quello della sua regia.

Anche Il Costruttore Solness, non si sottrae all’impronta riconoscibile del vincitore del premio Ubu 2017 allo Spettacolo dell’anno, in scena per la seconda volta al Teatro Fraschini di Pavia. Dopo Macbettu, questa volta Serra si cimenta in un testo su cui agisce solo in misura limitata, tentando quindi un atto di fedeltà nei confronti di Henrick Ibsen, ma sempre a modo suo. Questo modo di fare implica diversi elementi.

Foto-3-Solness-f.-di-Alessandro-Serra

Innanzitutto, l’assoluta preminenza del suono. Lo spettacolo comincia dal suono, prima ancora che dalla vista: il buio è rotto dal ticchettio dei tasti di una macchina da scrivere, che tornerà a suggestionare lo spettatore nei momenti più tesi dello spettacolo. Le scene sono pensate in blocchi, e si susseguono come le cornici in un’ala di museo: i cambi scena, sempre saggiamente misurati e visivamente potenti, sono spesso anticipati dai rumori, rumori graffianti, stridenti, di unghie contro le pareti o di sedie trascinate a fatica. E poi le porte che sbattono, solenni, e che poi si aprono cigolando timide, in un silenzio di fondo che li accoglie e anzi ne amplifica la portata. I suoni di Serra non sono mai casuali: riempiono dei vuoti del linguaggio o traducono un’intenzione, ricostruendo una composizione che ha un ritmo cadenzato ben preciso.

Allo stesso modo, gli attori assecondano questo andamento ondivago, come il diaframma di un’unica essenza organica che si amplia e poi ritorna piatta. Così entrano sempre di corsa sulla scena, per poi rallentare in modo graduale e fermarsi per il consueto scambio di battute. Il perno di questo grande valzer di corpi è lui, il costruttore Solness. Un Orsini sufficientemente cinico ma un po’ affaticato nei rari scossoni emotivi in cui il costruttore vacilla.

Solness è un architetto rinomato e privo di rivali, perlomeno finché quella gioventù, che egli stesso ha formato, non gli suggerisce che è ora di farsi da parte, e che la parentesi di gloria che ha vissuto è stata sufficientemente lunga. Il vecchio costruttore, sopraffatto dal Tempo e dall’idolatria di una bambina fattasi donna, ripercorre le tappe del suo successo.  Tra le fatiche che recupera alla memoria, c’è uno sfortunato evento che lo tormenta: un terribile incendio, tragedia mai dimenticata e la più feconda delle occasioni per un costruttore. Il nero di quella cenere non si lava più. Rimane in ognuna delle case del costruttore, percorre le pareti in cui le famiglie vivono, nessuna esclusa, neanche la sua: in una casa piena zeppa di stanze vuote, trascorre la sua esistenza al fianco di una moglie-ombra, una Renata Palminiello perfetta nella ricerca di una scarna vacuità: Aline, nel suo incedere lento e con lo spirito appassito, incarna ogni giorno quel fuoco maledetto che bruciò ogni cosa. È con questo senso di colpa che vive il protagonista dell’attualissimo testo dell’autore norvegese. Un prezzo talmente alto che Solness ne difende con caparbietà i preziosi frutti. iL-COSTRUTTORE-SOLNESS-Thumb-2È un macigno così pesante da trascinarlo a terra, ancorato al suolo nudo a cui tenta di sottrarsi con costruzioni che svettano e si impongono sulle miserie umane. E quelle torri, quei regni che sfidano il cielo, Solness non li costruisce più, per espiare negli anni quel senso di colpa implacabile. Ebbene, nello spettacolo, questo affannoso tormento si intuisce soltanto. Non ci si aspetta da un adattamento di Ibsen un’esibizione di buoni sentimenti. Nel testo il non detto pervade tutti i dialoghi: è la sensazione di una nube oscura che si vede solo affacciandosi dalla finestra, ma che alla fine giunge inesorabile. Quel senso di ineluttabilità viene recuperato nella scenografia, altra cifra distintiva del lavoro registico di Serra: imponenti monoliti di colore si stagliano sopra gli individui restituendo un senso di oppressione e asfissia, reso poi vivido da una mobilità tecnica che li avvicina e li separa in una specie di gabbia flessibile. Il grigio fumo riempie la scena, è dovunque, sopra e sotto, proprio come una gabbia invalicabile. Da un lato, questo sfondo consente al regista di creare più livelli di narrazione sulla stessa scena: si ha la percezione di essere in luoghi diversi a seconda di come la luce, ora calda, ora agghiacciante, interagisce con le superfici geometriche. In questo modo, rende giustizia ai giochi di colore con cui il regista recupera momenti di grande lirismo: ogni cosa viene illuminata in modo peculiare, perché la luce si riflette da più punti e su superfici che costituiscono un medium per raggiungere altri oggetti, fino a creare coni d’ombra che rapiscono lo sguardo.

Sollness

Eppure, quando gli attori partecipano a questo gioco, rimanendo in ombra o intercettando il fascio decisivo, appaiono distanti, lì nella gabbia di monoliti. Questo “Costruttore” è un esercizio esemplare di tecnica puntuale che viene adoperata per i fini di un’estetica ricercata:in questo senso, Serra riesce a ricostruire una dimensione che rasenta l’onirico, in una sorta di compromesso tra la corporeità della vicenda e il delirio di onnipotenza del suo protagonista, ma smarrisce quel sehnsucht che riempie di senso la vicenda.

E questa vicenda la vediamo accadere oltre, oltre la quarta parete, chiuso tra quei monoliti grigi, in una ampolla di cristallo che esibisce il suo nevischio di volta in volta senza consentirti di sfiorarlo. Anche questo gelido e spietato Ibsen, è diventato un’esibizione con picchi di grande poesia, capace di catturare tutti i sensi, ma è sembrato succedere aldilà dello spettatore, convitato di pietra a cui viene negata la partecipazione. E se non si partecipa non ci si può commuovere, nel senso di muoversi insieme. E anche il movimento suscitato dal suono più intenso rischia di esaurirsi in una incomunicabilità invalicabile.

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