Deflorian/Tagliarini: il racconto di “Quasi niente”

Dopo il successo della prima coproduzione del 2017, Cinèma Imaginaire, la Triennale Teatro dell’Arte ospita il consolidato duo Deflorian/Tagliarini. Il nuovo progetto è dichiaratamente un omaggio ad Antonioni e al deserto in cui si svolge la ricerca di senso di una quotidianità arida. Protagonista è la Giuliana di Deserto rosso, la “selvatica vestita elegante” catturata in tre momenti distinti, in tre donne la cui relazione sulla scena è ambigua, le interazioni sfuggenti. Solo lentamente si intravede il punto di connessione profondo che le unisce, una volta che a turno si sono confessate su una vecchia poltrona malridotta. Il turno dura sempre troppo poco. Troppe le parole non dette, i pronostici, i rimpianti. E sono tutte Giuliana, dichiaratamente. Spudoratamente Giuliana, fragile e annoiata sulla sua poltrona di velluto. Accanto, disposti asimmetricamente rispetto al centro della scena, elementi la cui materialità viene associata, nel corso dello spettacolo, a trascorsi, ricordi sepolti, presenti monchi. Il legno è lo stesso del mobilio delle case lasciate vuote dai genitori, il velluto comunica l’inerzia di un’esistenza ovattata, la plastica rompe gli indugi quando le sedie vengono lanciate in raptus di energia vitale. Tutti i colori si situano in una gamma di tonalità spente, timidamente grigiastre e sabbiose.QUASI-NIENTE_ph-Claudia-Pajewski_LR-6492

C’è tempo affinché il luogo della confessione diventi familiare. Il sipario è aperto e la farsa è già cominciata: gli attori, subito in scena sebbene celati da un fondale di stoffa trasparente, hanno già preso parte al rituale della scena. La canzonetta leggera che si spande dalla radio è lì solo per riempire un silenzio pesante. Finché una frase tagliente come una falce interrompe la suggestione: “Io non ce la faccio”. Così si presenta Giuliana, senza alcuna didascalia chiara e introduttiva à la Cocteau. Giuliana con le parole che le muoiono in bocca. Giuliana che non sa che dire, o forse non sa come dire, non sa come raccontarsi. Del resto la quarta parete è da subito scomparsa e il pubblico diventa il suo interlocutore privilegiato, in una sovrapposizione dei nostri e dei loro occhi, tutti egualmente sconosciuti, a guardarla lì spogliata di tutto. Il personaggio, come impostato da Deflorian, parla di sé con una sorta di terzo occhio che la guarda da fuori nella sua globalità: il tono semi-divulgativo è reso credibile da un romanaccio sporco che rende tutto vividamente reale. La ratio del gioco si svela solo lentamente, quando comincia l’alternanza esistenziale sulla poltroncina. Di donna in donna, la tensione isterica cresce e fa da contraltare a una routine scandita ora da fallaci rituali salutisti, ora da mantra al ribasso sull’impotenza. Le emozioni si espandono con un andamento ondivago che spazia dalle vette dei buoni propositi all’abisso della morte in vita, eppure non si crea quell’effetto da nausea da finali molteplici. La cifra stilistica dello spettacolo è invece la calma serafica che si dipana su ogni pensiero e azione, corredando ogni preoccupazione di un patetismo umoristico. Con movimenti placidi e vocalità calde, tutte le Giuliane non fanno che ridicolizzarsi, per difendersi da una sola consapevolezza, la più importante: “si sta drammatici dentro la vita”.

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E stanno, stanno i corpi degli attori in scena. Entrano per darsi il cambio in tempi dilatati, in un moto perpetuo rallentato. Entrano e stanno immobili ad aspettare il proprio turno. Intanto fanno da pubblico a loro volta, indispensabili e invisibili guardano gli altri da fuori e si guardano da fuori, sobri, composti, annoiati. In questo immaginare e immaginarsi, Me, Giuliana, Io, Lei, e poi forse anche lui, due volte lui. Lui con il suo lavoro e le sue reverenze, con i giorni tutti uguali e i picnic della domenica. Ecco, questa sensazione di scorrere a un ritmo lento, le ballate calde e dolci cantate a cappella, lo stare abbandonati senza alcuna tensione, restituiscono una peculiare cifra stilistica dello spettacolo, immergendolo in una sorta di fluido vischioso che rallenta il dolore.  

Tuttavia, è proprio questo fluido che rende il meccanismo di passaggio faticoso: le interazioni tra i corpi sono ben architettate ma macchinose. Idealmente c’è un filo rosso evidente a legarli, e la scrittura si sforza di accentuare i rimandi al film, a volte incomprensibili, nel tentativo di mantenere un’organicità di fondo; di fatto il passaggio tra una storia e l’altra è ogni volta un taglio netto: ognuno dei cinque si presenta come tipo umano nevrotico e pensieroso, ma ognuno abita la propria personalissima gabbia di turbamenti. E questa alternanza avviene con un ritmo identico a sé stesso che ripercorre le direzioni emotive intraprese dai personaggi fin dal loro esordio in scena, senza mutamenti, senza variazioni di forma o sostanza. La scelta si comprende sotto il profilo stilistico: gli individui in questione si annoiano a dare la vita così per com’è, e niente succede nelle loro vite trascorse in attesa del sonno. E da questo punto di vista il grande merito della drammaturgia è alleggerire, seppure in modo tagliente, la fatica di vivere, è il parlarne con divertito distacco e con una verità disarmante che colpisce dritta alla coscienza. Ma non al cuore.

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Manca il dramma, in Quasi niente, perché letteralmente non accade quasi niente. È una storia senza trama, confessano gli autori. Sono cinque storie anzi, il cui unico intreccio è la disfatta, e la rassegnata consapevolezza che non si guarisce mai, se non in quei brevissimi moti di vita in cui i corpi degli attori si accendono e senza sosta si agitano fino allo sfinimento: per la prima volta qualcosa non si limita a succedere solo in testa. La danza frenetica che uno degli attori fa con la poltrona delle confessioni, simile al giro vorticoso di un derviscio, fa venire i brividi. Per tutto il resto dello spettacolo, però, si parla di disagio esistenziale: la malattia, quel filo rosso che li unisce tutti, viene spiegata, e anche se con parole efficaci e pesanti, non sembra capace di destare gli spiriti addormentati. E forse non ne ha l’ambizione. Forse vuole essere solo un lampo di luce nella “raffinata commedia” che ci raccontiamo. Ma finisce per essere soltanto un altro racconto di vite rese eroiche da un dolore troppo intimo per essere soltanto spiegato: il dolore di chi non sente di avere neanche “il diritto di abitare il proprio corpo”.

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