Qualcuno mi spieghi “Aquaman”

Sono andato a vedere Aquaman consapevole che si trattava di un film che aveva ottenuto il 65% di consenso di critica su Rotten Tomatoes, che per i miei standard si traduce in “male ma non malissimo”, ma a visione conclusa le mie aspettative si sono trasformate in un “malissimo, non male”. Accompagnato da un gruppo di amiche che senza vergogna hanno ammesso di farmi compagnia solo per vedere Jason Momoa in costume da bagno, sono entrato in sala un po’ sollevato: del resto se loro erano lì per soddisfare un minimo le loro aspettative erotiche, mi sarei sentito meno in colpa, qualora il film non mi fosse piaciuto, nel deviare tutte le mie attenzioni sul fisico mozzafiato di Amber Heard. Ma nemmeno la fisicità imponente e affascinante dei due protagonisti è riuscita a coprire le enormi mancanze del film di James Wan e questo ha messo tutti d’accordo, maschi e femmine del gruppo. La storia inizia con il più inflazionato del racconto d’origini, con il protagonista che spiega come i suoi genitori si siano conosciuti; sullo schermo vediamo una sempre eterea (e sempre uguale) Nicole Kidman, nei panni di Atlanna principessa di Atlantide, mangiare vivi dei pesciolini rossi di un acquario domestico mentre si guarda intorno inorridita dagli abomini che la razza umana ha lasciato dietro di sé, come ad esempio la televisione e l’arredamento stile finto impero. Dall’amore tra Atlanna e il guardiano di un faro nasce un bambino e scopriamo così che Temuera Morrison, già padre di Boba Fett, è anche il padre di Aquaman. Non male Jango.

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Qualcuno spieghi agli sceneggiatori che non ha assolutamente senso bulleggiare Jason Momoa, neanche da piccolo, solo per adeguarsi al modello narrativo del riscatto della vittima dei bulli

La mamma racconta al pargolo la classica profezia da cicli arturiani (non a caso il bimbo si chiama Arthur) su una leggendaria arma del passato (un forchettone magico) che potrà essere impugnata solo dal “vero erede”, anticipando così buona metà del film. Poi, dopo un’esplosione totalmente insensata, la prima di molte, entrano in scena dei Power Rangers in armature bianche che reclamano la principessa Kidman, la quale, sfoggiando le migliori mosse di karate che la CGI può metterle a disposizione, si sbarazza senza troppi complimenti degli avversari per poi scegliere di consegnarsi a loro al fine di proteggere la sua famiglia. Devastato dalla inoppugnabile logica atlantidea, scelgo di sorvolare su questa carenza di scrittura (anche qui la prima di molte). Dopotutto, neanche la Marvel è esente da simili strafalcioni, nemmeno nei suoi film migliori (vedere Captain America: Civil War) ed è qualcosa che lo spettatore abituato alla narrativa talvolta approssimativa di molti cinecomics può, anche se a fatica, tollerare. Il bimbo cresce quindi sotto l’ala di Vulko, un sempre all’altezza Willem Dafoe, diventando così lo scultoreo stallone sul quale le adolescenti di tutto il globo hanno imparato a sbavare.

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“Posso salire a bordo?” e le ragazze in sala “oh sì ti prego salimi quando vuoi”. Ma va benissimo così.

Successivamente assistiamo nell’ordine a un’azzuffata in un sottomarino, pretesto piuttosto deboluccio per introdurre il villain Black Manta (col volto di Yahya Abdul-Mateen II), a un’inondazione catastrofica, a una lotta nell’arena dove c’è un polpo (sì esatto un polpo) che suona tamburi, a una fuga a bordo di astronavi subacquee, a un’altra storia d’origini abbozzata alla meglio questa volta della civiltà atlantidea  (che pesca a piene mani dal film d’animazione Disney) e alla scoperta di una mappa vecchia di millenni sul quale è indicata la Sicilia, in inglese ovviamente. Per quanto possa far piacere vedere su schermo la nostra Erice, non si può che provare almeno un po’ di fastidio di fronte agli innumerevoli luoghi comuni che si sprecano mentre i protagonisti sono in Trinacria: dalla classica bella ragazza alla quale il commerciante/contadino/abitante italiano brutto ma ospitale offre un mazzo di fiori (manco fosse una pubblicità di Dolce e Gabbana), alle suore in preghiera sullo sfondo (manco fosse una pubblicità di Armani), fino a un’incomprensibile “Banca di Fiducia” che campeggia per ben quattro volte in primo piano (manco fosse una pubblicità del Credito Cooperativo), il tutto ovviamente tra esplosioni sempre rigorosamente senza senso. Ma a dirla tutta il film per intero è una successione imbarazzante di luoghi comuni: Jason Momoa, che pure sarà simpatico oltre che fisicamente prestante, non esce mai dallo stereotipo dello stallone un po’ buzzurro e tonto. La storia non ripercorre i “topoi” dell’epica classica ma li cavalca rozzamente e senza grazia, spaziando ora dal viaggio stile “centro della terra” al Monster Movie fino al fantasy e poco importa che gli scrittori abbiano preso ispirazione dalla rinarrazione del personaggio del ciclo a fumetti The New 52, uno dei migliori sul personaggio. Gli antagonisti, troppi anche per un film di oltre due ore, sono caricaturali e patetici nelle loro motivazioni, mentre le ambientazioni e le creature marine, quasi tutte al computer, soffrono di un’eccessiva elaborazione digitale e a tratti sembra di assistere a un film animato in 3D con comparse reali. La CGI soffre parecchio anche nel dare il volto sottomarino ai vari personaggi: parliamo infatti di un film il quale, pur svolgendosi per più della metà della sua durata negli abissi, non ha neanche un minuto di girato sott’acqua e pertanto si è dovuto ricorrere all’animazione per conferire l’effetto mosso subacqueo ai diversi attori, motivo per il quale la faccia di Dolph Lundgren non si muove perfettamente a tempo con il resto del corpo e i capelli, facendo venire un po’ di nausea anche a chi non soffre il mare.

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Da quando il protagonista recupera il tridente, cioè dall’inizio del terzo atto, il film recupera allo stesso tempo un po’ di anima e decenza. Ma giusto un po’.

Complice forse anche il basso livello qualitativo della prima e seconda parte, il film verso la conclusione mostra qualche sparuto guizzo di originalità e compattezza, mettendo in scena una battaglia finale degna di una sufficienza risicata e una chiusura decentemente scritta. Ma al netto delle esplosioni e dei combattimenti, nel film non c’è altro di cui valga la pena di parlare, neanche il sopramenzionato fisico mozzafiato della Heard che, per il dispiacere di noi maschietti, non arriva mai a sfoggiare la sua piena potenza visiva. Una cosa è certa: chi ha detto che il personaggio di Mera è al passo con il #metoo, o non ha capito niente di femminismo o non ha visto lo stesso film che ho visto io. Dubbio che mi sorge anche in riferimento a chi ha definito il film uno Star Wars sott’acqua, scatenando giustamente le ire dei fan lucasiani. Aquaman probabilmente non è il peggior film della DC (lo sa bene chi ha visto Suicide Squad e Justice League) ma di certo non si spiega come possa essere il miglior incasso della Warner/DC se non in un’ottica di consumismo ormonale al quale Momoa ha dato corpo, il proprio corpo (un po’ come per il Venom di Tom Hardy). In attesa quindi che qualcuno mi spieghi Aquaman e il motivo del suo successo, concludo questa disamina con un commento preso da una battuta dal film: “quanta scena, potevo pisciarci sopra”.

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