L’ombra del passato – Il ritorno di Mary Poppins

Il 20 dicembre 2018 è uscito nelle sale cinematografiche italiane l’atteso sequel di Mary Poppins (1964), Il ritorno di Mary Poppins, regia di Rob Marshall. Tra il timore dei fan di lungo corso e la voglia di consegnare alle nuove generazioni la magia dell’incantevole tata inglese nata dalla penna di P. L. Travers, il film si colloca alla fine (definitiva?) di un percorso iniziato con successo nel lontano 1964.

È necessario, innanzitutto, considerare come l’universo centrato sul personaggio di Mary Poppins sia sempre stato presente nella mente della Disney e del grande pubblico in genere. Si considerino a titolo di esempio le svariate citazioni presenti in serie tv o altro che rimandano alla bambinaia inglese, o ancora le celebrazioni, con edizioni speciali in dvd, nel quarantesimo (2004) e cinquantesimo (2014) anniversario dall’uscita del primo film e, da ultimo, Saving Mr. Banks (2013, regia di John Lee Hancock) opera che, pur concedendosi diverse libertà rispetto alla verità dei fatti, narra di come sia nata la pellicola del 1964.

Il ritorno di Mary Poppins, appare come un sequel rischioso, poiché si muove tra la ricerca di autonomia e la volontà di essere degno continuum di un prodotto cinematografico quasi sacro, soprattutto se considerato alla luce della fisionomia quasi leggendaria di cui gode l’attrice Julie Andrews, la prima Mary. Indubbiamente, per ovvi motivi anagrafici, non si poteva chiedere alla Andrews di stringere nuovamente fra le mani ombrello e valigia e muoversi sulla scena tra canti e balli. Identificare un’attrice che non facesse sentire la mancanza della prima è stata una vera sfida. Tuttavia felicissima si è rivelata la scelta di Emily Blunt come nuova protagonista. Il passaggio di consegne tra la prima e la seconda attrice è avvenuto in modo fluido, organico e senza troppi traumi. La Blunt è riuscita a muoversi con sapiente maestria sulla scena, accompagnata da un cast di prima scelta che annovera tra i suoi membri Lin-Manuel Miranda (Jack), Meryl Streep (Topsy), Colin Firth (Wilkins) Angela Lansbury (la signora dei palloncini), Julie Walters (la cuoca).

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Eppure, superato quello che poteva apparire come l’ostacolo più grande (trovare chi potesse prendere l’eredità della Andrews), il lavoro non convince appieno. Il racconto gode di un’originalità minima, quasi inconsistente. Sembra che si siano presi i momenti salienti del primo film per (ri)cucirvi attorno una nuova narrazione, fin troppo poco originale nella sua strutturazione. Lo zio Albert lì, la cugina Topsy qui, la vecchietta dei piccioni là, la signora dei palloncini qua, e, ancora, il ballo degli spazzacamini nel primo film, il ballo degli lampionai in questo secondo.

Sembra che con Il ritorno di Mary Poppins siamo di fronte ad “un non so che di già visto”, ad una ripetizione di ciò che è noto, ed in più con una “aggravante”: non vi sono solamente riprese dalla prima pellicola, ma anche rese grafiche e battute che troppo richiamano l’universo Disney nella sua ampiezza. Ad esempio la scena che vede l’inseguimento di Lupo, Tasso e Donnola da parte dei piccoli Banks, richiama immediatamente l’inseguimento di Crudelia de Mon de La carica dei 101 (1961). Alla luce di questa ripetitività persino il cameo di Dick Van Dyke e gli inside joke (Mary che rimprovera Micheal e Jane, il sig. Dawes Jr. e la battuta sulla gamba di legno) risultano quasi superflui, stucchevoli e nostalgici.

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Nonostante i limiti strutturali, il film si lascia gradevolmente guardare. Il moralismo della sceneggiatura (talvolta patetica) non infastidisce più del dovuto, forse perché ad attutirlo vi sono pennellate di humor inglese e l’atmosfera natalizia del periodo d’uscita. Costumi e coreografie (entrambi forse il vero punto di forza di questa pellicola) sono stati scelti con cura e in sintonia con quanto ci si aspetterebbe da un musical. Vero è che le canzoni, almeno nella loro resa italiana, sono inferiori per esecuzione e testo a quelle del primo film.

Insomma, con alti e bassi, è stata consegnata l’eredità di Mary Poppins alle nuove generazioni, ma un dubbio permane: siamo di fronte alla “vera” Mary o più semplicemente ad un suo surrogato?

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