Anna Mazzamauro – «Le mie donne diverse, e la forza di non mollare mai» | Intervista

Mancano poco meno di due ore prima che Anna Mazzamauro vada in scena al Teatro San Francesco di Alessandria con il suo Belvedere, due donne per aria, uno spettacolo da lei scritto diretto ed interpretato. Al centro della storia c’è Santa, una donna grassa che vive su un belvedere e di mestiere fa la prostituta. Il suo incontro con una transessuale, interpretata da Cristina Bugatty, rifugiatasi sul suo belvedere, le darà l’occasione di mettersi a nudo attraverso il confronto. Anna Mazzamauro mi accoglie nel suo camerino mentre si sta preparando: si deve truccare, ma se avrò pazienza riusciremo a fare tutto. Non potrei chiedere di meglio, vedere un attore in fase di preparazione è un regalo prezioso, una posizione privilegiata da cui assistere ad una trasformazione. Svestire i propri panni ed indossare quelli del personaggio è qualcosa di molto intimo, una concessione rara che mi permette subito di entrare in sintonia con Anna e con Santa. Osservo per qualche istante la sicurezza e la precisione dei suoi gesti, poi do inizio alla nostra conversazione. Ecco quindi cosa Anna Mazzamauro mi ha raccontato di sé e di Belvedere in questa esclusiva intervista.

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Da dove nasce Belvedere? Come è stato scriverlo?

Nasce dalla realtà. Io a Roma ho un belvedere al quale accedo tramite una scaletta. D’estate ci vado a prendere il sole e porto con me tutto quello che mi può servire: copione, cellulare, caffè. Quando sono lì mi colpisce, scusa l’ossimoro, [ride] il silenzio assordante di quel luogo. Mi sono quindi chiesta: “Perché non posso stare qui per sempre? Sfuggire a chi mi vorrebbe diversa da come sono, ed essere libera di vivere la mia atipicità?” Consapevole di non poterlo fare realmente, ho rimediato in un altro modo: ho reso il belvedere la mia casa sul palcoscenico. A quel punto ho pensato al personaggio e mi sono domandata quale potesse essere la sua diversità: doveva essere qualcosa di ingombrante, qualcosa che gli altri notassero, proprio come la mia atipicità, e così ho pensato ad una donna grassa, enorme, di duecento chili. Il resto è venuto di conseguenza: una donna ingombrante doveva fare una professione scomoda, qualcosa che fosse in contrasto con le apparenze, perciò la puttana.

Però la diversità non si ferma qui…

Esatto. Non volendo fare un monologo, ho subito pensato ad un altro personaggio. Anche questo doveva essere diverso, e possibilmente l’opposto della mia Santa. Così è nata l’idea della transessuale, che si chiama Graziadio: alta, magra, bellissima.
Però, a dire il vero, tutto lo spettacolo è giocato sulle diversità e sulle contraddizioni: ad esempio Santa dai suoi clienti non si fa pagare in denaro, ma col barattolo, che non è il baratto [ride], ma un vero e proprio barattolo che gli uomini devono riempire di cibo una volta conclusasi la prestazione.

Come è avvenuta la scelta di Cristina Bugatty per il ruolo di Graziadio?

In principio ero certa di voler scritturare un attore o un’attrice, ma chiunque avessi scelto avrebbe dovuto studiare e interpretare la parte della transessuale. Cristina, essendola, aveva già vinto in partenza. L’unica cosa che mi disturba è la sua eccessiva bellezza con la quale mi paragono continuamente. Comunque, all’inizio avevo paura di dire qualcosa di sbagliato, non sapevo bene come comportarmi, avevo paura di ferirla, ed invece Cristina è stata splendida, si è aperta, si è raccontata e mi ha aiutata moltissimo.

Il tuo belvedere è pieno di lenzuoli appesi, sono di contorno o hanno una precisa funzione scenica?

L’hobby di Santa è quello di stendere i lenzuoli, che non si asciugano mai, se non alla fine. Proprio mentre cerca di ritirarli vede la trans che sta per suicidarsi, e la salva. E poi, sì, i lenzuoli hanno anche un valore simbolico: rappresentano le due donne che attraverso il confronto e lo scontro si mettono a nudo e si asciugano proprio come dovrebbero fare i panni stesi.

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In scena, con te e con Cristina, c’è anche un musicista (Sasà Calabrese).

Per me la musica è fondamentale, voglio che ci sia in ogni mio spettacolo. Mi piace e dà ritmo alla vicenda. Sempre per portare avanti il discorso della diversità ho voluto che il musicista sul mio belvedere fosse sordo e muto. L’ho chiamato Beethoven, anche se tutti lo chiamano Be. Basta dire “Be” e lui attacca a suonare.

In teatro hai interpretato moltissime donne fragili che però hanno saputo trovare il coraggio per affrontare il dramma della loro vita. Penso a personaggi come quelli de La voce umana di Cocteau, di Fiori d’acciaio di Robert Harling, o a Margo Channing di Eva contro Eva

Fiori d’acciaio è stato un inferno. È stato durissimo lavorare con altre sei donne. C’erano invidie, litigi, capricci, soprattutto perché il mio era il primo nome in cartellone. A queste je giravano proprio tanto, e lo si capiva chiaramente da come recitavano. Non c’era spontaneità, e nemmeno bellezza. Io per prima ne soffrivo, ma lo avevo fatto perché in cambio l’impresario mi aveva promesso, per l’appunto, Eva contro Eva. E il ruolo di Margo Channing è davvero bellissimo, fragile, drammatico, sentito, disperato, e vero. E poi, per un’attrice interpretare un’altra attrice è un sogno, soprattutto se sin da bambina sapevi che da grande avresti fatto questo mestiere.

Da bambina sapevi che avresti fatto l’attrice?

Certo! Quando facevo l’asilo disegnavo sipari e palchi, e al centro ci mettevo me stessa. I miei genitori hanno cercato di allontanare il demone dostoevskiano del teatro mandandomi a scuola dalle suore, ma io finivo sempre con l’avere sette in condotta. Direi che non è servito a molto. I genitori dovrebbero imparare a non cambiare idea troppo facilmente. Mio padre ha passato anni a disapprovare la mia scelta di fare l’attrice, poi, appena sono finita sui giornali, non smetteva di tessere le mie lodi e dire, a chiunque incontrava, quanto fosse orgoglioso di me.

C’è un ruolo che ti piacerebbe interpretare?

Medea. Ma non lo farò mai, è un ruolo veramente drammatico, e la gente quando viene a vedermi si aspetta di ridere. Non me la sento di deluderli. In ogni caso non rinuncio mai al dramma, faccio sempre in modo che nei miei testi il confine tra comico e tragico sia sottile.

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Come vedi la donna nel cinema e nel teatro di oggi? È vero che non ci sono ruoli interessanti da protagonista?

Non ci sono, è vero. Io ho la fortuna di scrivermeli, ma capisco che non tutte le attrici abbaino questa fortuna. In ogni caso, un’attrice non può mai permettersi di restare ferma ad aspettare che qualcosa succeda, se vuole una parte la deve cercare e combattere per ottenerla. Non ci si deve mai fermare. Io quando non avevo una lira ho aperto un teatrino e ho scritturato Elio Pandolfi, Vianello, Bruno Lauzi. Poi quella parentesi è finita, sono andata avanti, mi sono reinventata. Con questo voglio dire che una carriera non te la devono costruire gli altri, devi essere tu stessa a farlo.
L’altro giorno a Roma un tassista mi ha detto: “Signora Mazzamauro, lei è proprio una guerriera.” E mi ha fatto un immenso piacere constatare che qualcuno davvero si sia accorto di quanto ho lottato per arrivare dove volevo arrivare.

Io e Anna Mazzamauro ci salutiamo, ci diamo appuntamento dopo la replica per continuare a parlare dello spettacolo. Dopo averle augurato tanta merda, esco dal suo camerino e mi siedo in platea. Appena Santa irrompe sulla scena, con i suoi (tanti) chili di troppo, vedo la fierezza di quella guerriera che non si è mai posta limiti. Catturo quest’immagine e ne faccio tesoro, consapevole che si tratti di un autentico… belvedere.


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