Outlaw King: l’epica ai tempi di Netflix

L’ultima fatica del regista scozzese David Mackenzie colpisce nel segno, a cospetto di una sempre maggior latitanza di film storici degni di questo nome. Badate bene, Outlaw King  (2018, da un mese su Netflix) non è un film privo di imperfezioni, ma si rivela quantomeno capace di coniugare buon intrattenimento e fedeltà storica. La vicenda politico-militare resa celebre, nel 1995, da Mel Gibson e dal suo Braveheart,  delle guerre per l’indipendenza della Scozia (a cavallo tra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo), si intreccia a quella personale del re (per gli scozzesi) e fuorilegge (per gli inglesi) Robert Bruce.

Se, da un lato, la scelta di Chris Pine nelle vesti del protagonista non ha convinto a pieno la totalità di pubblico e critica, dall’altro svettano un comparto visivo di alto livello e una scrittura coerente rispetto alla finzione del dramma e allo spirito dell’epoca. Bastano i dieci minuti del virtuosissimo, vertiginoso piano-sequenza iniziale, con tanto di duello e catapulta annessi, per accorgersi di una volontà di messa in scena tutt’altro che piatta o banale. A colpire, lungo tutto il film, sono la fluidità dei movimenti di macchina e il gusto per l’inquadratura, che esalta paesaggi ed interni contribuendo a calarci in un’atmosfera altra, elemento chiave per l’apprezzamento di un film a carattere storico. Le sequenze di battaglia rivelano pienamente il respiro epico della pellicola: pur non risparmiandosi in quanto a sporcizia e crudezza, la perizia tecnica con cui sono montate ci salva dalla fastidiosa frustrazione di non capirci nulla.

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Un frame dal piano sequenza iniziale

A fronte di una accentuata polarizzazione delle parti in gioco (gli inglesi negli ovvi panni dei cattivi, gli scozzesi in quelli dei buoni) vi è il merito di aver quasi eliminato l’uso di quella retorica testosteronica che spesso annacqua il climax delle sequenze cardine di pellicole del genere. Anche l’attenzione alle figure gregarie (altro aspetto su cui il mainstream spesso sorvola), su tutte la sposa di Robert, Elizabeth (Florence Pugh) e il re inglese Edward (Stephen Dillane, ben noto per il precedente ruolo di Stannis Baratheon in Game of Thrones) si rivela ben calibrata.

Outlaw King è un prodotto che offre allo spettatore esattamente quanto gli è richiesto: sintesi storica piuttosto accurata, atmosfere medievali evocative, ed intrattenimento. Lo fa elevandosi un poco al di sopra della media. Di più non osa. E se questo può apparire ragionevole ed utile ad evitare clamorose cantonate, d’altra parte ci lascia ad interrogarci su quanto del talento di Mackenzie sia stato sacrificato per l’occasione.

 


Outlaw King: a Netflix era epic

(Traduzione a cura di Serena Demichelis)

Scottish director David Mackenzie’s last labor hits the target, in spite of the ever-growing number of poor quality historical movies. Outlaw King (2018, available on Netflix) is not a perfect movie, but at least it combines quality entertainment and historical truth. The political-military events of the Scottish wars of independence, made famous by Mel Gibson’s Braveheart in 1995, mingle with the biography of the “outlaw king” Robert Bruce.

The audience and the critics did not fully appreciate the choice of having Chris Pine as a protagonist, but this partial dissatisfaction is balanced by a high quality visual dimension and a very coherent script, both in terms of adherence to the fictional plot and in terms of historical accuracy. The first ten minutes, with the virtuoso long shot comprising the duel and the slingshot, are enough for the viewer to understand the will of the director to reach a dynamic and original result. The smoothness of the camera and the taste for framing are a peculiarity of the whole movie; they enhance the rendering of an atmosphere which makes us plunge into a different reality, a key element for the appreciation of historical dramas. Battle scenes reveal the film’s epic aim: though rich in brutality and dirt, the technical ability with which such scenes are edited saves us the annoying feeling of not understanding what’s going on.

Despite the marked polarization of roles (English=bad, Scottish=good), we must acknowledge the merit of having avoided that macho rhetoric which often goes with such movies and that usually makes the whole climax of events extremely weaker. The attention to secondary characters (another aspect which is often lacking in mainstream movies) is well balanced: above all, we can quote Robert’s wife Elizabeth (Florence Pugh) and king Edward (Stephen Dillane, Game of Thrones’ Stannis Baratheon).

Outlaw King offers the viewer exactly what he or she might expect: accurate historical synthesis, evocative medieval atmospheres and entertaining. The result is slightly above average, but Mackenzie doesn’t dare any further, leaving us with the doubt whether he made this choice to avoid embarrassing mistakes or out of excessive caution.

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