Middleton secondo Donnellan, quando la vendetta è (ancora oggi) pop

In scena in questi giorni al Teatro Fraschini, la Tragedia del Vendicatore di Thomas Middleton, nella versione diretta dal Leone d’Oro alla carriera Declan Donnellan con un cast tutto italiano, sta raccogliendo grandi consensi, specialmente tra i più giovani. Vale però forse la pena fare un passo indietro per capire perché un’opera di oltre 400 anni fa è ancora così attuale e sa parlare così bene al pubblico di oggi. È utile dunque contestualizzare meglio il testo originale e la sua storia travagliata, inevitabilmente legata alla forza dirompente dei suoi contenuti.

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Tra i massimi esponenti del teatro elisabettiano, Thomas Middleton (1580-1627) fu uno scrittore poliedrico e, come Shakespeare, spaziò molto tra i generi teatrali, componendo commedie, tragedie, tragicommedie, masque, drammi storici. In vita Middleton riscosse un grande successo e le sue opere furono messe in scene un po’ in tutta Europa, anche in Italia (a Roma, Firenze, Venezia). Fu però anche un personaggio piuttosto controverso, amato dalle folle ma malvisto dai suoi colleghi e soprattutto dal potere, colpito spesso dalla sua satira sagace e dissacrante. Il bersaglio, spesso celato, era proprio la corte inglese e il re (Giacomo I, non molto amato dai suoi sudditi) e per questo molti suoi drammi furono censurati e soppressi; a causa di uno di questi, Partita a scacchi (1624), Middleton finirà addirittura in prigione, e quando ne uscì non scrisse più nulla fino alla morte sopraggiunta nel 1627. Questo rapporto conflittuale con l’autorità, unito al fatto che all’epoca le sue opere non vennero mai pubblicate in maniera completa e ordinata (come accaduto per esempio con quelle di Shakespeare), ha condannato Middleton ad un oblio quasi totale per oltre 300 anni, durante i quali è stato considerato un autore minore, un mero mestierante senza talento, indegno di essere rappresentato o ricordato. Stessa sorte è toccata alla Tragedia del Vendicatore (1606), caduta nel dimenticatoio per secoli e a causa di un errore di uno stampatore a metà Seicento addirittura attribuita ad un altro autore, Cyril Tourneur, tant’è che nel 1970, nell’unica altra volta in cui venne messa in scena in Italia, per la regia di Luca Ronconi e con un cast di sole donne, essa era presentata come un testo di Tourneur.

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Le ragioni della riscoperta della Tragedia del Vendicatore negli ultimi decenni non sono difficili da capire: appartenente a pieno titolo al sottogenere delle revenge tragedies (“tragedie di vendetta”), molto in voga nell’Inghilterra dell’epoca, il testo, il cui fulcro naturalmente è il tema della vendetta, dipinge un mondo dominato da edonismo, ipocrisia, misoginia, complotti, tradimenti, omicidi: un ritratto nerissimo dell’umanità, così eccessivo al punto da sfiorare il grottesco (ma fermandosi intelligentemente un attimo prima del ridicolo). Viene messa in scena l’apoteosi dell’egocentrismo, dove regna la prevaricazione fisica e psicologica sull’altro. La morte diventa una show, una carnevalata macabra dove tutti ammazzano tutti nel modo più creativo possibile. Come ha spiegato Fausto Cabra (nello spettacolo interprete del protagonista Vindice), intervenuto nella mattinata dello scorso 4 dicembre insieme a Raffaele Esposito (Ippolito) ed Errico Liguori (Spurio) in un incontro con gli studenti all’Università di Pavia, «Nel testo la violenza è un’infezione che si propaga, non c’è spazio qui per il pensiero, per i dubbi dell’Amleto; quello che conta è soltanto fare, fare, fare, e in questo Middleton è persino più attuale di Shakespeare». Quale miglior momento dunque per riscoprire questo testo se non nell’era frenetica dei social, dove conta soltanto apparire, mettere continuamente in scena se stessi, possibilmente oscurando gli altri? Inoltre, in un’opera segnata dalle smanie di protagonismo e dalla soggettività straripante dei suoi personaggi (per questo Donnellan ha invitato i suoi attori ad una recitazione il più possibile a diretto contatto con il pubblico, come nella miglior tradizione del teatro elisabettiano), non può che emergere anche il tema dell’affidabilità di ciò che viene raccontato da queste figure terrificanti e totalmente inattendibili, con il confine tra verità e menzogna che si fa sempre più sottile. Tutti elementi ormai abbondantemente assorbiti anche dal cinema e dalla serialità televisiva contemporanea: nella Tragedia del Vendicatore si ritrovano la violenza splatter e pop del Trono di Spade, personaggi machiavellici che ammiccano al pubblico coinvolgendolo nelle loro nefandezze come in House of Cards, e una riflessione sul potere della suggestione, dell’illusione, che non può non portare alla mente l’attualissimo discorso su realtà vs. percezione (Esposito ha citato addirittura Matrix, ma la lista dei possibili riferimenti sarebbe infinita). Donnellan mantiene infine, attualizzandola con costumi moderni, l’ambientazione italiana, un vero cliché del teatro inglese di Cinque-Seicento in quanto, dal punto di vista protestante, l’Italia era convenzionalmente considerata l’emblema di un mondo cattolico ipocrita, corrotto e immorale, anche se poi dietro questa visione stereotipata del Bel Paese spesso autori come Middleton mascheravano una critica feroce della stessa società inglese e del mondo dorato della corte. Il pubblico di oggi non mancherà quindi di ritrovarsi tra le righe di questa tragedia senza tempo e magari – come accadeva agli spettatori elisabettiani – di riconoscersi in questa umanità perennemente sull’orlo dell’abisso.

 

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