Kerkìs e il tragico moderno di Euripide

Gli studenti dell’Università Cattolica si cimentano questa volta con Ione, testo di Euripide che stupisce per la sapienza con cui tratta concetti attuali come la genitorialità e la cittadinanza.

Le colonne di San Lorenzo fanno da coriacee sentinelle ad un ambiente che diventa, nella sacralità dell’evocazione di glorie e drammi passati, una ἀγορά: la folla si raduna fuori da un ingresso minuscolo che la farà scorrere con pazienza per prendere parte al rito.

La piazza, questa volta, ha assistito alle vicissitudini di Ione, giovinetto devoto al santuario di Febo perché, figlio della violenza di un dio che tutto disegna e conosce, abbandonato ma non dimenticato, cresce tra le fiamme del sacro fuoco di Apollo e le dolci premure della Pizia. Ione è un senza nome, frutto di un parto giovanile consumatosi nella rudezza di un luogo selvatico, esito di un progetto solo in apparenza irrazionale.

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Questa tragedia, che serve ad Euripide per sperimentare un filone i cui toni lievi lo avvicinano al tragicomico, ci viene illustrata da un Hermes che, da eccellente servo dei Numi, cantastorie un po’ giullaresco e dai movimenti evocativi sempre rigorosi e peculiari, ci riconsegna con leggerezza la dirompente modernità di alcuni dei nodi cruciali di questo testo.
Creusa, regina d’Atene, sposa uno straniero conquistatore; è madre e non lo è: mai ha tenuto stretto in grembo quel bimbo senza nome; Apollo è padre putativo, il Tempio è la casa, i pellegrini la famiglia del giovane devoto. La violenza è feroce e mai celata: è il desiderio sprezzante e incurante del dio, un dolore strisciante e ripercorso dai pettegolezzi di corte.

La regia sceglie di tenere sempre presente questa voce narrante, come redivivo Euripide che sorveglia gli accadimenti, ed Hermes si amalgama con la scena facendo percepire la propria presenza con magistrale gioco di equilibri tra assenze e interazioni. E così facendo, assiste all’inizio di questa trama a intrigo con scene archetipiche: tra rituali, banchetti, omicidi tentati, si consuma la storia del fondatore delle colonie asiatiche, uno Ione fresco, frizzante, candido. Colpisce l’entusiasmo e la delicata, quasi femminea, robustezza di questa interpretazione: il ritmo è alto ed energico e l’intera rappresentazione è percorsa da una gioia folgorante, da una speranza irriducibile verso il Fato, che è volontà ineluttabile degli dei, anche quando questi tradiscono e deludono mostrandosi “malvagi perché maestri cattivi”, dimentichi della responsabilità di perseguire la virtù da parte di chi detiene il potere.

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Creusa, un po’ troppo placida nelle variazioni di tono di una donna abusata, regina vendicativa e madre affranta al contempo, è sostenuta da un coro di ancelle che, almeno nella seconda parte della messa in scena, riesce a recuperare un coinvolgimento estatico, dissetato dalla potenza musicale del testo antico, potenziato da danze sfrenate che le rendono pericolosamente simili a baccanti affamate di verità e sacrificio. E’ un coro di voci e di corpi che costituisce la vera scenografia, a complemento di un santuario scarno e simmetrico ma adeguato ai fini della rappresentazione, e amplificato dagli incensi che invadono la sala e dalla musica che proviene da fonti diversificate e tangibili, che ne aumentano la portata sensoriale.

Rapaci e fameliche, le donne si consumano nel dramma della loro regina, prima sola nel travaglio causato dall’“ingrato amante”, poi persuasa della pena della sterilità e infine costretta a vivere con un figlio “bastardo”, uno straniero, appunto. Mentre Ione rinasce quando riscopre il suo nome e medita sul destino infausto che lo attende in una Atene che è democratica solo per pochissimi, si concepisce il delitto oscuro. Creusa, spinta al viaggio dal desiderio di figli, sembra perdere, assieme alla possibilità di essi, la vita stessa, condannata dalla giustizia ateniese a rifugiarsi nel tempio contaminato.

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Nella sorprendete prossimità di queste tematiche si avverte però una distanza incolmabile, naturale conseguenza della scelta di proporre il testo in maniera integrale e senza riadattamenti. I lunghi monologhi, affrontati con una tensione che percorre il busto ma privi di dinamismo, sono intrisi di un gusto puro per la narrazione: c’è un desiderio palpitante di raccontare una storia con una lingua distante, che torna a vibrare nei cori che rispettano la ritmicità del verso greco.
Lo Ione dell’Associazione Culturale Kerkìs, prodotto per la prima volta nel 2012 in occasione della prima edizione del Corso di Alta Formazione Teatro Antico In Scena dell’Università Cattolica, deve essere guardato e apprezzato nell’ottica della finalità con cui viene proposto: gli studenti, in larga misura distanti dall’universo attoriale, si cimentano con lodevole professionalità in un progetto culturale più ampio che ci fa incontrare testi poco proposti, spesso inaccessibili ai non specialisti del settore, in maniera fedele e filologicamente accurata.

Lo scotto da pagare è il senso inevitabile di un tempo molto lungo, un’acqua densa in cui riusciamo a nuotare ma con la fatica di un attrito che si oppone con costanza alla nostra volontà. A trionfare su questi uomini, che a noi appaiono così vicini nella natura primigenia dei sentimenti più immediati e sinceri, è in realtà la cieca fiducia nell’intervento provvidenziale dell’Olimpo. Il dio cuce e taglia e conduce le cose per bene, crea e scioglie gli inganni, e ci piega al messaggio ultimo, e inerentemente tragico, dell’opera: che “l’azione divina può tardare, ma giunge”, e sovrasta.

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