Una rivoluzione conservatrice: l’Edipo Re di Kerkìs

Un inesauribile desiderio di sperimentazione e una costante voglia di mettersi in discussione sono i principi che regolano da sempre l’attività di Kerkìs. Assistendo ad uno spettacolo si ha ogni volta l’impressione che la compagnia, per preparasi ad affrontare la nuova fatica, cerchi di dimenticare tutto ciò di cui è a conoscenza per potersi aprire a qualcosa di differente, per poter essere permeabile al diverso e al nuovo. Si tratta quindi di un approccio estremamente dinamico ed elastico, naturalmente votato alla ricerca. Questi valori, da sempre presenti, si sono fatti sentire con un’intensità maggiore nel corso di questa stagione teatrale, che volge ormai al termine. L’Edipo Re, andato in scena dal 2 al 9 aprile, si inserisce pienamente in questo solco e, per certi aspetti, rappresenta una meta fondamentale in questo percorso di ricerca.

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Nella sperimentazione esiste sempre un’inevitabile dose di rischio e per questo sperimentare, qualsiasi sia la disciplina, richiede coraggio. Se si guarda a una materia già di per sé complessa come il teatro classico, la quantità di coraggio richiesta aumenta considerevolmente. Infine, se l’oggetto della sperimentazione è quella che Aristotele definisce “la tragedia perfetta”, è evidente come sia necessaria un’audacia non comune.

Molto spesso si cerca di adattare i testi teatrali antichi alla pratica scenica moderna, ad esempio suddividendo le parti tra un numero di attori superiore a quello dell’originale. La regia di Kerkìs invece si muove in direzione opposta, mettendo in atto un processo di ricostruzione filologica. E’ un approccio archeologico, rispettoso delle proprietà teatrali originarie eppure estremamente innovativo se paragonato alle abitudini della scena contemporanea. Sul palco del Teatro alle Colonne di San Lorenzo troviamo soltanto tre attori a sostenere tutte le parti e un solo coreuta in luogo dell’intero coro. Inoltre tutti e quattro gli attori recitano indossando maschere come da consuetudine antica.

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Come è possibile intuire dalla scelta di impiegare tre soli attori, quella realizzata dalla regia di Poggioni è una sorta di rivoluzione conservatrice. L’ Edipo di Kerkìs è attraversato da una forte volontà di recuperare alcune modalità sceniche del teatro attico del tempo di Sofocle, nel quale, proprio per iniziativa dello stesso Sofocle, c’era l’abitudine di utilizzare tre attori invece dei due precedentemente impiegati da Eschilo. Una durissima prova fisica per gli interpreti che sono chiamati a ricoprire diversi ruoli. Anche l’impiego di maschere tragiche va per certi versi in questa direzione. Non si tratta però di maschere tradizionali, né di volti naturalistici: le maschere, appositamente realizzate, sembrano piuttosto modellate sulle forme dell’elmo corinzio, del quale riprendono l’aspetto severo ed austero. E forse questo non è l’unico debito dello spettacolo nei confronti dell’arte greca: l’intera azione scenica infatti sembra suddivisibile in una serie di quadri, in cui gli attori si dispongono a formare delle composizioni che rimandano all’iconografia della pittura vascolare. Le scene sono statiche, quasi immobili, e gli attori agiscono quasi da fermi, congelati in pose solenni e iconiche. Poggioni, come un pittore di ceramiche a figure rosse dell’Atene del V secolo, crea situazioni dotate di grande plasticità e impatto visivo.

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Il coro formato da un solo elemento invece potrebbe apparire dissonate rispetto ad un approccio tradizionalista. Lo è forse nel numero dei coreuti, ma non nella funzione del coro, che è quella di essere portavoce del pensiero del pubblico, funzione recuperata attraverso una costante interazione con gli spettatori, ripetutamente chiamati a riflettere e ad interrogarsi sulla drammatica vicenda del re di Tebe.

In ultima analisi l’Edipo di Kerkìs, rievocando i modi teatrali sofoclei, riesce in un’operazione che può apparire paradossale: coniugare la ricerca di nuove forme espressive con la fedeltà filologica all’originale.

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