Il disastro di “Animali fantastici: i crimini di Grindelwald”

L’approccio al Wizarding World di Harry Potter deve sempre essere dei più cauti, tutelato da un autocontrollo che, anche e soprattutto da fan della primissima guardia, si rende imprescindibile per evitare di precipitare nella trappola profondissima dei facili sentimentalismi. Deve rendersi necessario tale approccio, dunque, anche e soprattutto per Animali Fantastici – I Crimini di Grindelwald, l’ultimo episodio di una saga che da quasi vent’anni sollazza e sollecita un fandom dislocato lungo tutta l’ecumene, pronto ad esplodere durante e post visione in invettive, impeti di aspro dissenso o, al contrario, nello schiamazzo incontrollato dell’estasi di chi ne ha goduto fino in fondo. Tuttavia, difficilmente si potrà negare che questo film, scavalcando l’idea della pentalogia e inserendosi appunto, in quello che è definito il Wizarding World, saga di Harry Potter compresa, sia il meno riuscito di tutti.

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Seconda di cinque parti, I crimini di Grindelwald soffre innanzitutto della sua posizione, della sua naturale transitorietà all’interno della saga. Non è possibile guardare al film come unicum che apre e definisce delle trame tali da rendere appagante la visione e giustificata l’attesa di altri due anni dal prossimo episodio, pure all’interno di un percorso narrativo più ampio, proprio della serialità cinematografica. La colpa di questo è da rintracciare nella sceneggiatura della stessa Rowling, che si rivela scialba, debole e confusionaria. Se rapportato alla lentezza del primo episodio (Animali Fantastici e dove trovarli, del 2016) nel definire la trama principale dello scontro di Grindelwald, qui la narrazione accelera in un moto centripeto, scaraventando sullo spettatore numerose sottotrame inessenziali di profezie, vendette private, coinvolgimenti d’amore da tradursi in operazioni di riconquista, distribuite su una gamma di personaggi moltiplicati nel numero, ma che a ben guardare riportano un limitatissimo spettro di emozioni. Qualche esempio: Nagini è il maledictus il cui background, quindi il suo fascino, si esaurisce nel giro di due sequenze, divenendo poi mera macchietta al fianco di Credence, pilastro del precedente episodio di cui però quasi esaurisce il potenziale nel farsi ricercatore esasperato ed esasperante (per il pubblico) delle sue origini, perpetrando in ogni scena che lo implica sempre le stesse battute, lo stesso reiterato sconforto; Theseus, fratello di Newt, è la risultante del riciclaggio delle cecità, stupidità e inefficacia proprie dei personaggi con un ruolo attivo nel Ministero della Magia; quindi il più giovane Silente di Jude Law, che si cala alla perfezione nei panni di un personaggio anche qui, purtroppo, castrato e tenuto buono nelle retrovie. Il movimento centripeto e distruttivo della sceneggiatura finisce per coinvolgere anche il ruolo protagonistico di Newt, qui ridottosi ad inseguire e riconquistare Tina per le strade di Parigi, e il rapporto tra il No-Mag Jacob e la dolce Queenie, che dopo il finale aperto e splendido del primo episodio subisce le incongruenze e la foga di una scrittura bramosa di una risoluzione senza, all’apparenza, essere cosciente della programmazione di altri tre episodi (per un totale di oltre sei ore di materiale filmico).

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Si potrebbe obiettare, d’altra parte, che Grindelwald, interpretato da un ottimo – ma pur sempre iconico – Johnny Depp, rifugga attraverso una oratoria seducente e corposa la dimensione manichea propria del precedente Signore Oscuro, ma la sua missione di celata epurazione dei babbani e di dominio del mondo magico appartiene ad un’ideazione già in partenza logora, nient’affatto nuova, prevedibile. L’atmosfera è inessenziale e inappagante, pur tentando il prodotto finito di trasmettere e far assaporare una percezione della magia su più vasta scala rispetto alla saga di Harry Potter. Dopo un primo approccio estatico, perché sentimentale e incauto, in questo senso è da rivalutare anche il disvelamento di Hogwarts, in definitiva un momento fumoso e inconsistente, da tradursi al più come semplice strumentalità da fan-service.FantasticBeasts_TALa magia, se vogliamo, è tutta nel comparto tecnico, come del resto la regia di Yates ci ha abituato, nel CGI e in un montaggio serrato di straordinarie scene d’azione – pochissime, in verità – che tentano di ovviare alla povertà dei dialoghi, alle incongruenze temporali, ai buchi di trama e ai colpi di scena stranianti persino per un mondo magico. La speranza è che il tiro possa essere raddrizzato, la massa caotica reindirizzata. Di tempo ce n’è – due anni per l’esattezza –, ma se la Rowling e Yates dovessero rendere quasi inservibili ulteriori due ore di proiezione, per i fan della saga sarebbe un grosso guaio.


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