Street Fighter – «Sono forse io il custode di mio fratello?»
And I try: oh my god do I try
I try all the time, in this institution
And I pray: oh my god do I pray
I pray every single day
For a revolution
Negli anni ’90 i giovani parlavano tramite What’s Up. Chiunque poteva e in realtà ancora può ritrovarsi in almeno un verso della celeberrima canzone delle 4 Non Blondes del 1993. Lo sanno bene alla Capcom U.S.A., dato che questa canzone era già stata inserita nella colonna sonora di un altro film basato su un videogioco della casa di Osaka. Non portò fortuna allora e difficilmente gliene porterà adesso, vista la critica ingiustamente impietosa che sta ricevendo il film di Kitao Sakurai. Ma Street Fighter è un film che merita di ricevere almeno tutto l’amore che è stato profuso nella realizzazione e che si percepisce tutto in sala. È un popcorn movie gustoso, denso, giocattoloso, frenetico, pompato, omoerotico, folle e profondamente “bromantico”. Street Fighter è un inno agli eccessi lisergici degli anni ’90 e il più bel film sulla solitudine maschile spiegata attraverso le arti marziali dai tempi, guarda caso, di Fight Club (senza ovviamente la parte di critica sociale). E a chi sostiene che questo film non abbia una trama, si invita alla lettura della Genesi 4; 9: «sono forse io il custode di mio fratello?» Per chi non l’avesse colta, è questa la trama del film in breve.

Street Fighter è un film d’avventura e d’azione, sottogenere arti marziali, categorizzabile altresì sotto le etichette “cinegame”, e perché no, visto che l’abbiamo evocato, dei “cosplay movie“. Un genere florido, almeno stando al successo di prodotti come il One Piece di Netflix che, pur non essendo un film, ha comunque dettato un nuovo standard per le produzioni “in costume” che attingono dall’immaginario nipponico. E infine è anche un fantasy, ma non tanto per le palle di fuoco o le botte micidiali dalle quali i protagonisti si rialzano con al massimo qualche grugnito, bensì perché è ambientato in un universo alternativo dove What’s Up delle 4 Non Blondes era già una hit nel 1987, due anni prima della nascita della band, anno di uscita del primissimo Street Fighter e di ambientazione del prologo animato del film. Perché la prima cosa che emerge, è proprio il caso di dirlo, violentemente del linguaggio di questa pellicola è il suo muoversi su due binari stilistici paralleli tra flashback e tempo della narrazione: i primi parlano la lingua dell’animazione nipponica, culla amniotica di tutta la lore di Street Fighter (il primo film animato della saga è del 1994) mentre il secondo usa i trucchi dei grandi film di arti marziali, con close-up degni de I tre dell’operazione drago e coreografie spettacolari coadiuvate da effetti speciali degni di questo nome (mai visti così tanti muri infranti in un solo film) che restituiscono pienamente la follia visiva delle mosse e delle combo dei videogiochi.

La trama ricalca abbastanza fedelmente la storia di Street Fighter II, ma essa è solo un sfondo per mettere in scena una storia di due fratelli che si rincorrono e si rinfacciano doveri, responsabilità, segreti e mancanze. Sia chiaro, non uscirete dalla sala come se aveste visto un film di Wim Wenders. Ma se rincontrerete l’amico col quale avete litigato lo scorso capodanno, una partita a Street Fighter in onore dei vecchi tempi magari gliela concederete. Del resto Street Fighter è anche un film che parla proprio dei “vecchi tempi”, in particolare dei tempi nei quali i maschietti invece che stare su Roblox e bannarsi a vicenda, giocavano a fare a botte e rimanevano amici mentre le ragazze facevano il culo a tutti. Sì perché, se Andrew Koji e Noah Centineo sono i due amiconi/rivali che incarnano le “complicate amicizie maschili” per citare Dan Hibiki, la Chun-Li di Callina Liang è un concentrato di rabbia e rancore verso tutto ciò che è maschile. Il contraltare perfetto a un film che parla anche di mascolinità fragile e opprimente che ha il volto di M. Bison. Chun-Li prende a calci il narcisismo, la sociopatia e persino il viscidume di colleghi con la bava alla bocca. Mancano solo gli stronzi che hanno avuto da ridire sulla grandezza delle sue gambe, frutto di un intenso ed estenuante allenamento, e il cerchio sarebbe stato completo.

Ma allora perché questo film non piace alla critica criticona? Alzandomi dalla poltrona ho avuto il sospetto di non essere la persona più adatta per parlare di questo film. Forse mi sono esaltato troppo a riconoscere i numerosissimi easter-egg disseminati lungo tutto il film da non badare a eventuali carenze di scrittura e montaggio. Eppure ogni cosa mi sembrava al posto giusto e persino i personaggi secondari, il cui screen time in alcuni casi va di poco oltre il cameo, risultano comunque ben introdotti per un eventuale e a questo punto obbligatorio sequel dove avremo modo di gustarceli più approfonditamente. Mi sono chiesto se forse l’alternanza live-action/animazione non avesse confuso gli spettatori oltre all’uso di molti stereotipi tipici dei film di arti marziali degli anni ’70. Ma allora perché se questi trucchi li usa quel ruffiano di Tarantino è “Absolute Cinema” mentre se lo fa quel povero sfigato (si fa per dire) di Kitao Sakurai il film è bollato praticamente come trash? Qualcosa non torna e non parlo della fisica impossibile del Tatsumaki Senpukyaku di Ryu. Forse Street Fighter è in definitiva un “film ignorante”, ma non più ignorante di Lo chiamavano Trinità o Piedone lo Sbirro, film definiti, a ragione, dei classici. Forse questo film si compiace troppo della sua estetica colorata e psichedelica e questo può aver causato un cortocircuito in chi, anche tra i fan del videogioco, si aspettava un’opera più realistica e seriosa. Aspettative curiose per un film che deve adattare uno yogi pirofago, un lottatore di Sumo volante e un mostro verde elettrico che si muove come Sonic. Forse chi scrive è un gatekeeper che gode troppo nel vedere trasposto uno dei suoi videogame preferiti. Eppure Street Fighter è un film completo, anche con il più aperto dei finali, e che sazia narrativamente e visivamente. Ulteriore nota di merito finale per la colonna sonora a firma di Leo Birenberg e Zach Robinson, dinamica e travolgente, che omaggia le sonorità del gioco e i temi dei personaggi, oltre a pompare più di un video di Dragon Ball Z con Numb dei Linkin Park di sottofondo. Se chiedete di più o altro a un film di Street Fighter probabilmente non state chiedendo un film di Street Fighter.
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