Cosa ci rende estranei – Identità queer trasfigurate nel cinema di Paolo Strippoli
I might have wished that people didn’t hate me because of it, but I never wanted to be anything else. I pray for the world to change, not me, because fuck that. Then one day I stopped praying.
The Disappearers di Marlon James
Disclaimer: questo articolo contiene necessariamente degli spoiler su La valle dei sorrisi e L’Estranea.
C’è quel momento specifico nella vita di ogni persona queer in cui ti dici che dovresti “vivere la tua verità”. Di solito questa frase comporta una sorta di riconoscimento pubblico della propria sessualità che sia attraverso il coming out tradizionale o in altri modi più inavvertibili, che siano indossare abiti diversi, smettere di cambiare in automatico i pronomi quando parli della persona che ti piace, presentarti al mondo con un atteggiamento più inequivocabilmente tuo. È anche vero che puoi vivere la tua verità come vuoi e puoi ma nella vita potranno esserci sempre persone che ottuse si rifiuteranno di comprendere, perché per loro è semplicemente meglio così, perché è meglio fingere che tuə figliə sia etero piuttosto che esplorare le implicazioni della sua omosessualità, una possibile minaccia per la tua immagine da famiglia del Mulino Bianco. Sei sempre tu, ma non ti riconosci e gli occhi di persone il cui amore hai preso forse troppo per scontato non ti riconoscono: sei un estraneo, trasfigurato dalla tua stessa identità limitata.
Se dovessi descrivere questa sensazione specifica a qualcunə che per sua fortuna non l’ha mai vissuta – e forse qui pecco di passione per il cinema italiano e bisogno di combattere l’esterofilia che spesso tendiamo ad avere nel cercare storie in cui rispecchiarci – userei due personaggi del cinema di Paolo Strippoli: l’angelo di Remis Matteo Corbin (Giulio Feltri), protagonista de La Valle dei Sorrisi, e Alice (Romana Maggiora Vergano), la figlia della famiglia Colonna al centro de L’estranea.
Se entrambi hanno una certezza nelle loro ancora giovani esistenze, è che i loro genitori non li conoscono davvero o almeno preferiscono conoscere una versione artefatta dellə propriə figliə piuttosto che andare oltre, perché se solo lo facessero il loro status ne sarebbe minacciato in qualche forma. Nei due film la le loro identità con tanto dei desideri che li contraddistinguono sono costantemente soppresse per il tornaconto altrui: da una parte Matteo è costretto da suo padre ad adempiere al suo ruolo di icona sacra per la cittadina di Remis, mentre Alice deve portare avanti i sogni mai raggiunti di sua madre finché un giorno non riesce a scegliere in autonomia la sua strada.

Quando Matteo, nel climax finale de La Valle dei sorrisi, chiede a suo padre Mauro (Paolo Pierobon) “Cosa sono io?”, questi risponde “L’angelo di Remis”: un personaggio ad hoc che sfrutta i suoi poteri – un abbraccio che assorbe il dolore altrui – per aiutare un’intera cittadina distrutta da un incidente ferroviario. A nessuno importa davvero l’effetto che farsi veicolo e casa di tutto questo male fa al corpo del giovane – i suoi capelli perdono pigmento, è sempre senza energie – perché lui è solo il suo compito e basta solo che possa portarlo a termine. Matteo è al secondo anno di liceo e, pure nella limitata visione offertagli dalla città di Remis sta iniziando a guardarsi intorno e a capire chi è davvero.
Quando chiude la porta della sua stanza, sempre che suo padre non irrompa per chiedergli spiegazioni su una preghiera mancata, guarda con occhi sognanti i video sullo skateboard fatti dal suo compagno di classe Lorenzo (Diego Nardini). Il ragazzo purtroppo non sembra ricambiare la bontà dei sentimenti del protagonista, dichiarando che “tutti in città gli leccano il culo, ma lui no”. In una delle scene più emblematiche de La Valle dei Sorrisi, Matteo conserva una moneta su cui Lorenzo ha sputato e se la passa sul corpo nell’intimità della sua camera, fin quando non sente pregare un piccolo gruppo di persone sotto la sua finestra.

La sua identità di ragazzo gay alle prese con il desiderio di esplorare materialmente quella nuova e spaventosa attrazione che prova si scontra con il ruolo casto e fondamentalmente asessuale che deve interpretare in quanto Angelo di Remis. La sfera fisica gli è preclusa, anche a causa di un controllo eccessivo da parte del padre, e l’unico contatto fisico che gli è concesso – l’abbraccio – è frutto sempre di un secondo fine. Così Matteo, per toccare Lorenzo con la consapevolezza che non potrà mai farlo direttamente pena essere picchiato, prende possesso prima del corpo di sua madre per cercare di baciarlo e poi del ragazzo stesso in una scena che descriverò come una masturbazione telepatica. La sua sessualità, che non essendo libera di essere espressa diventa sempre più rabbiosa e mostruosa, è anche il suo unico possibile atto di autodeterminazione.
Se tutti decidono per lui, questo è l’unico aspetto della sua vita dove può essere se stesso e il continuo rifiuto violento di Matteo, che lo spinge via da sé appena prova ad avvicinarsi al suo corpo, che lo getta per terra a scuola e poi approfitta del suo abbraccio per stare meglio, lo spinge a un punto di non ritorno, dove si impossessa del corpo dell’altro ragazzo per ucciderlo. Matteo allora smette di essere Matteo, è santo e anche mostro, una massa furiosa di cittadini rimasta troppo tempo senza il suo personale tranquillante lo abbraccia per scaricare il suo dolore e lo trasfigura definitivamente, il viso ora plasmato in un eterno Urlo di Munch, il corpo ridotto a uno scheletro ricoperto da un sottilissimo strato di carne, privato di ogni traccia di umanità, privato di ogni traccia di identità. L’unica piccola traccia di salvezza che il cupo finale gli offre è l’uccisione del padre da parte del personaggio di Sergio (Michele Riondino) e la fine del suo maniacale controllo, anche se ora è troppo tardi per far sì che Matteo abbia un’esistenza dove possa essere realmente se stesso e non una carcassa vivente.

Definire L’estranea un film speranzoso è molto probabilmente un’esagerazione, ma specialmente nel suo finale e nello “scontro finale” tra Alice e sua madre Anna, ho visto una luce che ne La valle dei sorrisi non vedevo. Per Alice non è troppo tardi, delle bugie che le sono state raccontate ne porterà le cicatrici per sempre e probabilmente anche il mondo che la circonda non sarà più lo stesso, però può andare avanti, seguire i suoi sogni, vivere il suo lesbismo senza che sua madre si chieda “dov’è il fantomatico fidanzato romano” che non è mai esistito. È anche vero che lei non ha dovuto indossare una tunica bianca e abbracciare un’intera città, ma quando sei figlia di una delle famiglie più famose di tutta Bari, sei un trofeo da esibire e un ulteriore indicatore del loro status. Un tuo scivolone è un scivolone per l’intera dinastia Colonna, devi dimostrare di essere all’altezza del cognome che hai ricevuto alla nascita.
Come suo fratello Tobia (nel 1999 Alessandro Carbonara) è spinto a diventare calciatore dal padre Walter (Adriano Giannini), Alice (nel 1999 Gabriella Telegrafo) deve seguire le orme mai percorse dalla madre, aspirante attrice che non è mai riuscita a realizzare il suo sogno. Nel Ferragosto del 1999, il giorno in cui le loro vite deraglieranno per sempre, Anna scopre che la figlia è stata scritturata nella pubblicità della Barilla e sventola subito la novella davanti alla sue amiche, mentre Alice a pochi passi da loro guarda sognante i bambini che giocano a calcio e ignora le sue coetanee che ballano. L’unica eccezione è Emilia (Margherita Semec), la fidanzatina di suo fratello Tobia, a cui la bambina regala un fiore per ricevere in cambio uno sguardo e una carezza. L’idillio di quella giornata, il culmine della fama e dell’agiatezza della famiglia Colonna, è interrotto da un incidente tragico: il cane Zuppa aggredisce Alice e i medici dovranno lottare per salvarle la gamba da un’amputazione quasi sicura. Una delle prime preoccupazioni della madre davanti alla notizia è la stessa pubblicità della Barilla, un futuro sotto i riflettori che ora potrebbe esserle precluso perché “storpia”. È nella cappella dell’ospedale, mentre aspetta il responso dei medici, che Anna incontra per la prima volta l’Estranea, che definisce Alice “la bambina più bella del mondo” e subito sottolinea che l’assenza di una gamba potrebbe spingere i compagni di classe a prenderla in giro per il resto dei suoi anni scolastici. Così Anna sceglie di sacrificare la salute fisica di Tobia in nome di una gamba salva, segnata solo da una grande cicatrice, per preservare la sua piccola bambolina.
Il peso di Tobia aumenta e probabilmente le altre famiglie godono nel veder rovinato uno dei gioielli di famiglia. Il ragazzo, nel chiudersi sempre più a riccio, lascia Emilia, strappandosi il braccialetto che li legava, e quando lei prova a consolare con una carezza Alice che aveva visto la scena, la figlia Colonna le azzanna la mano: quel tocco prima tanto desiderato e ricercato ora è ai suoi occhi un tradimento. Nell’adolescenza, quando i problemi di salute di Tobia (interpretato nel 2006 da Andrea Rossini) si aggravano sempre di più e con essi il bullismo che il ragazzo subisce a scuola, Alice (interpretata nel 2006 da Mariandrea Cesari) si trova a fronteggiare uno dei ragazzi che organizza questa violenza, Aldo (Giuliano Soprano), figlio della domestica che lavora a casa Colonna. La ragazza prova a convincerlo di smetterla usando le tecniche materne, sventolando la propria ricchezza sperando che questo basti, e Aldo risponde aggredendola sessualmente, forzandola in un bacio che non vuole e che la porta pochi istanti dopo a vomitare china sul pavimento. È un atto di violenza che il film sottolinea con una fotografia stridente, in uno dei pochi momenti volutamente horror di un’opera che non si dichiara – giustamente – tale, e che Alice non rivelerà mai a sua madre, perché il dolore in quella casa non può essere coltivato, deve essere infranto con una veloce filastrocca e rigettato al più presto.
Quando nel presente, nel mezzo di una tempesta che sta colpendo Roma, Anna si presenta a casa della figlia con una valigia, la prima reazione di Alice è di confusione: la donna si è presentata lì, nella città e nella casa dove lei si è trasferita per sfuggire al suo opprimente controllo, senza nemmeno una telefonata e pretende di infrangere quella quotidianità per raccontarle qualcosa. Alice non è sola in casa, con lei c’è Lucille (Mathilde Serre), che sceglie di presentare come la regista del progetto per il quale lei sta realizzando i costumi. È evidente che le due abbiano passato la notte insieme e l’unico commento offerto da Anna è “carina la tua amica”, una frase di circostanza, un tentativo di dimostrare comprensione a una figlia che si è allontanata da lei per poter essere finalmente libera.
Solo un anno prima, quando si erano viste a Bari in occasione della nascita della figlia di Tobia, Alice aveva portato con sé un’altra ragazza, Yassin (Coco Rebecca Edogamhe), che subito è commentata dal fratello complice con “è carina lei, l’ultima non mi piaceva e lo sai”, mentre la madre – nel momento in cui sua figlia stufa di sentirsi chiedere di questo ipotetico fidanzatino romano che “lavora sempre, non c’è mai”, bacia la fidanzata – sembra cadere dalle nuvole di fronte a questo brusco coming out. È qualcosa che giustamente Alice ha voluto tenere solo per sé, perché come puoi condividere qualcosa di così prezioso, di così tuo, con una madre che ti vuole plasmare a sua immagine e somiglianza, spingendoti ad avere la sua rigidità e il suo pragmatismo che da tempo hanno sostituito l’amore.

L’estranea è per Alice la storia di una graduale liberazione dalla prigione familiare. Il trasferimento a Roma per frequentare l’accademia, una scelta per cui la madre le ha fatto la guerra, è stato un primo passo, tagliarsi i capelli – ora un corto pixie cut in contrasto con il taglio lungo che aveva in gioventù – e cambiare il guardaroba sono stati altri, ma nel grande schema delle cose, quando hai uno sguardo così severo su di te da tutta la vita, è difficile sentirsi davvero se stessi. Il racconto di Anna, la rete di bugie che ha dato in pasto alla sua famiglia per tutti quegli anni e il suo rapporto con l’Estranea – e il fatto che il sottotono saffico di questo rapporto si accentui più Alice è sicura della sua sessualità è significativo – porta la figlia ad esserle ancora più restia, a vedere davvero la sua natura cinica e manipolatrice e così, quando la donna apre la valigia e svela l’ultima azione che rimane da compiere per interrompere quella spirale distruttiva, Alice sa esattamente cosa fare. Nel momento finale di confronto sul tetto, mentre la pioggia inghiottisce macchine, case, persone e Anna prova ad addormentarla per ridare quella gamba maledetta all’Estranea, Alice accoltella la madre con un paio di forbici, forse uno tra i simboli visivi più lampanti del lesbismo, e con esso compie l’atto definitivo di autodeterminazione, di imposizione della sua identità senza se e senza ma che la possano ostacolare o definire.
Quello che ho trovato sullo schermo, guardando e riguardando La valle dei sorrisi e L’estranea, è qualcosa che avevo già capito a fatica nella mia sfera privata: vivere la propria verità come persone queer è sì, la migliore cosa che possiamo fare per noi stessi a livello ipotetico, l’unico modo che abbiamo per liberarci da un fastidioso peso che ci portiamo addosso, quello che ci rende fondamentalmente estranei nelle nostre stesse vite, però spesso non è così facile come crediamo. Spesso significa recidere rapporti, respingere chi ci vuole perfetti e aderenti a un’immagine artificiosa di cosa siamo davvero. Possiamo diventare irriconoscibili agli occhi della nostra famiglia che prova ad assegnarci ruoli che non sono nostri – che si parli di angeli o di figlie trofeo. Possiamo credere alle loro storie o respingerle prima che queste ci inghiottiscano e diventino la nostra nuova identità. Possiamo diventare estranei agli occhi di noi stessi – trasfigurati dalla nostra rabbia, dal reprimere i nostri sentimenti . o possiamo scegliere di essere estranei agli occhi di chi si rifiuta di capirci e poco importerà. Non avremo l’incredibile trench di Valeria Bruni Tedeschi, ma saremo finalmente felici.
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