Small Prophets ci insegna che la speranza deve ucciderci per farci rinascere
C’è un detto inglese – che conosciamo soprattutto a causa di Ted Lasso che, per pura coincidenza, conclude la sua quarta stagione proprio nel giorno in cui Small Prophets comincia sulla stessa piattaforma – per il quale la speranza uccide. Sembra un’affermazione controproducente, perché per molti quella fiducia in qualcosa di migliore è il motore che permette di andare avanti e rispondere alle difficoltà della vita. Se qualcuno spera però, la delusione non può che essere ancora più dolorosa, arrivando come un’onda alta che inghiottisce tutti quei bei sogni che un tempo sembravano possibili e ora non lo sono più. Sospesa tra il cinismo tipico dell’Inghilterra e la voglia sincera e terribilmente umana di volere qualcosa di più dalla sofferenza omologata del quotidiano, Small Prophets porta sullo schermo le tante facce della speranza e ci insegna che a volte dobbiamo lasciare che ci uccida per poterci liberare davvero.
Sono solita cercare di incasellare le serie in facili contenitori di genere per indirizzare meglio il pubblico che magari si trova alla ricerca di un particolare tono o altro, ma con Small Prophets cercare una dimensione precisa significa farle un profondo disservizio. Definirla una commedia significherebbe creare delle aspettative a livello di risate che difficilmente la serie rispetta, ma al contempo non è nemmeno un dramma sebbene la tristezza del suo protagonista Michael (Pearce Quigley) sia parte integrante del tessuto narrativo. Dire che Small Prophets è un fantasy darebbe degli indizi nella giusta direzione, per quanto sia anche vero che si tratti più di leggende, di pieghe della quotidianità dove l’alchimia sembra l’unica risposta.

La nuova serie di Mackenzie Crook (per noi conosciuto soprattutto per il ruolo di Ragetti nella saga de I Pirati dei Caraibi e per essere tra i protagonisti di The Office UK, ma oltremanica affermato autore di comedy), che arriva su Apple TV dopo essere stata trasmessa su BBC Two a inizio anno, è minuscola nella forma con sei episodi che a malapena sfiorano i 30 minuti l’uno e nello sviluppo, concentrandosi su un evento incredibile ma domestico al tempo stesso, e nonostante questo i suoi protagonisti trasudano vita, sembra di aver passato vite intere con loro e ora di ritrovarsi al loro fianco a vivere in prima persona una leggenda.
Difatti il protagonista di Small Prophets è oggetto di molte leggende, di storie esagerate che lo rendono al contempo la barzelletta e l’Uomo Nero di Marvin Gardens. L’erba del suo giardino ha ormai inghiottito la facciata che presenta già di suo pochi segni di vita. Ill suo proprietario Michael (Pearce Quigley), un uomo dalla barba decisamente improbabile, è stato accusato di aver ucciso la compagna Clea, sparita ormai sette anni prima all’improvviso, ma la verità è che l’uomo non sa la verità su quell’evento. Da quando la donna manca dalla sua vita, Michael è in un perenne stato catatonico: ha perso ogni interesse a curare il suo aspetto, si reca al lavoro in un negozio simile al Brico italiano dove confonde gli spettatori con dei fun fact inventati e per il resto evita ogni interazione non necessaria a meno che non sia con il padre Brian (Sir Michael Palin). La verità è che nonostante siano passati sette anni, Michael non ha mai perso la speranza di rientrare un giorno in casa e di trovare la sua Clea, ma dopo così tanto tempo e la possibilità di presentare la dichiarazione di morte presunta, lui vorrebbe tanto avere una risposta definitiva alle domanda che gli rimbalzano per la testa.

Suo padre gli propone una soluzione molto inusuale: grazie all’aiuto di vecchi appunti, Michael potrebbe creare degli homunculi, delle piccole creature nate solo per mezzo dell’alchimia che possono dare risposta a domanda. Il percorso per portare alla luce questi piccoli profeti – e da questo il titolo della serie – include acqua piovana, sterco di cavallo e tanta speranza. In questo momento di Art Attack alchemico, Michael trova il supporto e l’amicizia della collega Kacey (Lauren Patel), una ragazza semplice con un sogno strano: partecipare alla soap opera australiana Neighbours. I due trovano in quella missione la speranza mista a un pizzico di follia che serve per affrontare una vita che ti sta stretta, anche se un duo di vicini ficcanaso rischia di rovinare tutto.
Per essere una serie così piccola nella dimensione, Small Prophets è capace di abbracciare tutta la strana gioia che è essere umani e il merito è in gran parte del rispetto che porta per il suo protagonista. Michael è tormentato da un dolore senza risposta, ma ciò che lo anima, al di là delle domande degne di una sfinge che rivolge ai clienti del negozio in cui lavora, è l’amore totalizzante che prova per il ricordo di Clea, per suo padre e poi anche per Kacey, che presto diventa un’amica di sventure e speranze. In modo non dissimile da Ted Lasso quando era ancora scritta bene, Michael è un antidoto alla figura dell’antieroe che ancora imperversa nel panorama televisivo (e sembra l’unico motore del successo se consideriamo la classifica delle migliori 100 serie del 21° secolo secondo il NY Times). Small Prophets è una favola calata nella vita ordinaria, un monito a trovare magia nelle piccole cose della vita e a lasciarsi guidare dalla speranza, che può essere crudele, certo, ma quella crudeltà può aiutarci a vivere più leggeri.
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