Palestina 36 – E tu per chi tifi?
Ci sono due punti di vista che vanno tenuti in considerazione quando si va a vedere un film come Palestina 36. Il primo è quello dei palestinesi degli anni ’30, al centro del film di Anne-Marie Jasir oltre che di innumerevoli altri tra film e libri. Il secondo è quello dei palestinesi che da almeno tre anni a questa parte guardano noi – pubblico occidentale progressista, privilegiato, borghese e informato con le kefiah – mentre guardiamo film su di loro e la loro storia, come se ci aspettassimo di avere un’approvazione da loro per il nostro impegno (leggasi “performatività”). E in realtà tutto ciò che loro vorrebbero dirci è «facciamo film perché non possiamo più sparare». Eppure Palestina 36 non è un mero esercizio performativo. È veramente un atto di rivolta diretto verso il nemico sionista con un’eleganza guerriera che poche volte film simili hanno dedicato ai propri nemici.

Lo sappiamo, il fiume di sangue che scorre tutt’ora in Palestina ha un’origine lontana che risale almeno alla fine del 1800, ma alcune tappe di questa vicenda meritano lo stesso trattamento che il cinema occidentale ha dedicato ad altre rivolte della propria storia. Un trattamento che certamente potrà apparire didascalico, quasi pedagogico nella sua messa in scena, ma che svolge il fondamentale compito di evidenziare fasi e contestualizzare il presente. Come suggerisce il titolo, il focus di questo film è la Grande Rivolta Araba iniziata nel 1936 e durata tra fasi più o meno intense fino al 1939. I personaggi in scena attraversano queste fasi vivendole e talvolta subendole appieno nella loro quotidianità con cambiamenti e stravolgimenti tangibili. I loro punti di vista riassumono le posizioni delle diverse componenti della società palestinese e, grazie ad essi, la regista ci restituisce una società viva e sfaccettata, non esente da contraddizioni anche ingombranti eppure coesa nel suo fronteggiare un nemico tanto subdolo quanto spietato. È la coesione tra scioperanti, guerriglieri, banditi, cittadini comuni più o meno borghesi, contadini e lavoratori, giornaliste e madri. In altre parole, la sinistra riparta da qui per capire come si porta avanti uno sciopero.

Si parlava dell’eleganza guerriera con il quale il film affronta il nemico che a prima vista può apparire una mossa evasiva nel trattare l’entità sionista, qui nella forma storicamente accurata di profughi europei venuti dal mare. Essi non appaiono quasi mai direttamente. Sono presenze mute, senza volti o simboli riconoscibili. Come degli spettri si avverte la loro presenza nell’occupazione e nella violenza coloniale inglese. In altre parole, è come se la regista ci dicesse che non serve dare spazio ulteriore ai sionisti, neanche come “villain” di un film storico dove tutto ciò che c’è da sapere è che hanno preparato il terreno per il genocidio che da lì a poco più di un decennio avrebbero perpetrato. I sionisti scompaiono nella loro insignificanza strumentale mentre gli inglesi “civilizzatori” procedono per riduzione. Prima esportatori di progresso, poi conciliatori, quindi sempre più platealmente architetti di barbarie.

C’è epos, c’è romanticismo, c’è azione, ma soprattutto c’è tanta contemplazione. Che si tratti del cibo, degli oggetti di uso quotidiano, del vestiario o dei semplici giochi in strada dei bambini, la Palestina vive in questo film alternando girato originale dell’epoca e ricolorato a ricostruzioni magari anche volutamente sfarzose, ma appassionate e realizzate da un intero comparto artistico che lotta per salvare e preservare ciò che resta della propria storia. E c’è appunto la lotta di un popolo che rifiuta di farsi spazzare via dal vento torbido della colonizzazione. Così a visione conclusa ci scopriamo a tifare, come accade sempre in queste storie, per la Resistenza, i banditi, gli attentatori. Ed è qui che siamo chiamati a confrontarci col secondo punto di vista soprammenzionato. Quello dei palestinesi attuali, che ci vedono tifare per l’oppresso e il ribelle di turno mentre nel 2026 crediamo ancora a ciò che gli oppressori hanno detto o dicono di Al Fatah, Olp e Hamas. Eppure la storia di Yusuf, Kareem, Khulud, Rabab e di tutti gli altri palestinesi raffigurati nel film non è diversa da quella delle vittime della Nakba e di tutti i fondatori dei movimenti di Resistenza Araba. E allora ben venga un film come Palestina 36, anche al netto del suo essere talvolta didascalico, palesemente simbolista o prefigurante il presente, eppure un film quantomai necessario e catartico. Ma quando si riaccendono le luci e vi alzate dalle poltrone non dimenticate per chi avete tifato in quelle due ore.
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