Esili politici ed emotivi – Intervista a Gabriel Gutierrez Morales e Humberto Busto di Tijuana, Todavía
Tijuana, Todavía di Gabriel Gutierrez Morales, presentato all’83° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nell’ambito di Biennale College, è un film che esiste sulla linea di confine tra lotte politiche e identitarie, proprio come i suoi protagonisti, Maksim (Petr Filimonov) e Chava (Humberto Busto, anche produttore del film), il primo un giovane uomo queer fuggito dalla Russia, il secondo un uomo gay di mezza età che fatica a trovare il suo posto. I due si incontrano su un’app di incontri dove le identità possono essere confezionate, ma quando quella conoscenza sfocia nella quotidianità, quelle maschere non possono più esistere. In occasione della première abbiamo incontrato il regista Gabriel Gutierrez Morales e il produttore e interprete Humberto Busto per parlare del processo lavorativo in Biennale College, dell’attualità del progetto e di come raccontare la specificità queer.
Questo è un film di Biennale College. Potete raccontarci come è nata la vostra collaborazione e qual è stato il processo di gestazione del film?
Humberto: Ci siamo conosciuti a un festival cinematografico nella città di Guanajanto circa due anni prima che arrivasse questa opportunità della Biennale College. Abbiamo sempre pensato a ricercare uno spazio queer per questa storia e poi siamo fondamentalmente curiousi di quello che succede in politica, perché in quanto persone queer siamo sempre consapevoli di quanto sia difficile la situazione per noi, movimenti di destra minacciano i nostri diritti e tutto ciò per cui abbiamo lottato nell’ultimo decennio. Penso che, pur provenendo io e Gabriel da generazioni diverse, proviamo la stessa preoccupazione reale e sincera anche per il modo in cui quelle azioni politiche ci coinvolgono nel modo più intimo. Abbiamo cominciato così a condividerci impressioni, film, pensieri tramite Whatsapp e altre vive, perché io abito a Città del Messico e lui vive a Seattle. Quando abbiamo scoperto il bando di Biennale College, abbiamo pensato che potesse essere un buon modo per concentrare gli sforzi creativi e nel momento della selezione eravamo davvero entusiasti e sorpresi perché a volte è davvero difficile trovare un finanziamento per un film queer perché semplicemente non sono capiti. Con i fondi cinematografici messicani magari avremmo potuto fare il film in 4-5 anni, mentre qui avevamo l’opportunità di crearlo e avere una premiere in 10 mesi. Ovviamente è stato difficile ma era la piattaforma perfetta per la nostra idea.
Gabriel: Penso che uno dei motivi per cui siamo finiti a parlare della Russia sia che siamo quel tipo di persone queer a cui piace vedere cosa succede in altre parti del mondo; capiamo che se può succedere altrove, può succedere anche che sia in Messico o negli Stati Uniti, dove abbiamo assistito a un forte aumento del fascismo. Sapevamo delle notizie che stavano accadendo in Russia fin dai tempi della Cecenia, ma per questo film il nostro punto d’ingresso è la grande popolazione di rifugiati russi a Tijuana in Messico. Chi cerca rifugio negli Stati Uniti passa per Tijuana perché aspetta lì l’appuntamento necessario per oltrepassare il confine. Per noi non è una scusa per dire qualcosa o per fare una dichiarazione politica, si tratta di una questione molto attuale in Messico perché l’afflusso di immigrati cambia il panorama e cambia il modo di pensare delle persone, e credo che oggi ci troviamo in un momento in cui abbiamo bisogno che il modo di pensare delle persone cambi in meglio. Tijuana è una città fatta di immigrati ed è strano che ci sia così tanto cinismo e rifiuto nei loro confronti, nonostante siano una parte così integrante del suo tessuto.

Avete avuto un tempo molto limitato per le riprese, ma quando si tratta di tematiche così attuali a volte pochi mesi bastano a stravolgere tutto. Qualcosa a Tijuana è cambiato?
Humberto: Il film è ambientato un anno prima rispetto a quando l’abbiamo effettivamente girato, quindi penso che le ripercussioni di ciò che stava accadendo fossero ancora piuttosto evidenti; per esempio, molti dei rifugiati nel film: a Tijuana c’è questo centro di accoglienza, la Casa de Luz, che è un vero centro di accoglienza dove abbiamo girato. Tutti loro si ricordavano quel purgatorio di appuntamenti cancellati e nessuna risposta. Il fondatore del rifugio ha una storia piuttosto simile a quello che accade nel film, perché si era innamorato di una persona queer russa arrivata in Mssico che a, causa di tutte queste dinamiche politiche e dei cambiamenti negli Stati Uniti, fu espulsa in Egitto. Il fondatore allora intraprese un viaggio di un mese per cercare di rintracciarla e poi trovare il paese più adatto dove potersi sposare, in modo da poterla riportare legalmente a Tijuana e vivere quella storia in prima fila, proprio mentre stavamo iniziando a girare un film su questa storia, fu estraniante. È stato anche difficile vedere che mentre giravamo il film nulla cambiava. Poche settimane fa la principale organizzazione LGBTQ ha dichiarato che cesserà le attività perché si è arrivati al punto in cui non vogliono più mettere a rischio la sicurezza di nessuno. Quindi, sì, è strano perché, sai, quando guardi il film, è facile dire “Oh, è solo un film, parla di un tema di attualità”, ma in realtà sta accadendo attivamente.
Al centro del film c’è una relazione age gap ed è qualcosa su cui ancora c’è tantissimo stigma. Come avete portato questa conversazione nella scrittura del film?
Humberto: Io ho 48 anni e, come attore, è davvero, davvero difficile che icontri un personaggio queer, profondo e complesso perché non ci sono registi né sceneggiatori disposti a portarli sullo schermo in Messico, quindi ero davvero entusiasta all’idea di lavorare con Gabriel proprio per questo motivo, perché è un’occasione per affrontare questi argomenti in modo molto sincero e lontano dai cliché e dai pregiudizi. Ci sono tante immagini che abbiamo creato nelle nostre menti su cosa significhi essere un uomo queer più anziano e questo film offre un approccio quanto più umano e aperto verso i suoi due protagonisti, due personaggi che provengono da epoche e paesi diversi ma son collegati dallo stesso senso di esilio emotivo che tutte le persone queer provano perché alla fine siamo tutte alla ricerca del nostro posto del mondo. Ho avuto l’opportunità, grazie alla sceneggiatura e al supporto di Gabriel, di integrare le mie esperienze nel personaggio per dare forma insieme a queste situazioni e a questi sentimenti.

Gabriel: Io porto ovviamente l’esperienza opposta, quella di una persona queer più giovane. Io son sempre stato attratto dalla conoscenza. Penso che ci sia molta conoscenza e molte esperienze di vita nelle altre persone. Non significa necessariamente che debba trattarsi di qualcuno più grande, ma credo che, dato che c’è così tanto stigma intorno alle relazioni con differenza di età, si abbia sempre la sensazione che ci sia una sorta di vergogna nel chiedersi: “Cosa sono?”, “Da chi sono attratto?” e “Come interagisco con le altre persone queer?”.
Quindi, per me, parte della missione era proprio quella di non seguire la convenzione, ovvero la prospettiva del giovane che diventa l’oggetto del desiderio o l’idea della persona più anziana che è semplicemente così sola e, sai, ha un disperato bisogno della sua giovinezza o cose del genere. Sono concetti che mi fanno preoccupare. È davvero così che pensiamo come persone queer? È così che ci valorizziamo? Cioè, se qualcuno ti dice che perdi il tuo valore dopo una certa età è una cosa, ma se te lo dici da solo, penso che il problema sia ancora più grave.
Per me è un modo per dialogare con le generazioni precedenti e per lasciare qualcosa a quelle che verranno dopo, perché penso che uno dei problemi più grandi che abbiamo come persone queer sia che non sappiamo come colmare il divario nella comunicazione intergenerazionale. Penso che più diventa facile essere queer – e “facile” è una forzatura, perché non sarà facile – ma più persone si sentono al sicuro nel fare coming out, e più si riduce quella sensazione di impedimento, più tendiamo a dimenticare quanto sia costato arrivare a questo punto. Ogni persona queer si trova in una situazione diversa in termini di benessere e sicurezza riguardo alla propria sessualità e al proprio genere. In Tijuana, Todavía si tratta semplicemente di due persone, che casualmente hanno età diverse, provengono da contesti diversi, e penso che questo lo renda solo più interessante, perché così ho potuto ascoltare Humberto e sentire il suo punto di vista, e poi, man mano che le persone hanno visto il film, e persone più grandi di me, mi hanno raccontato come li abbia influenzati in modo positivo e per questo pensiamo di aver centrato l’obiettivo.

Il film ovviamente parla anche delle app di appuntamenti che sono un luogo selvaggio, dove spesso gli interessi sono ridotti a delle parole chiave. Chi non le vive o non le capisce o le travisa. Come si può portare un mondo così complicato sullo schermo?
Gabriel: Ovviamente io lo vedo dall’interno ma credo che sia qualcosa che devi aver vissuto in prima persona. Per me ciò che accade nelle app è reale quanto un incontro di persona, a volte ho incontri online più produttivi di quelli in persona. Una delle consapevolezze che avevamo nella realizzazione del film era che questo ambiente digitale non poteva essere qualcosa a sé stante. Sì, sembrerà diverso, perché c’è un modo specifico in cui comunichi: a volte vedi i messaggi di testo sul telefono, a volte sullo schermo, ma allo stesso tempo la scena continua a muoversi e per me è come se dovessimo integrare tutto questo in ciò che consideriamo reale. Ricevi un messaggio da qualcuno a cui tieni che ad esempio ti dice qualcosa di brutto, quell’emozione sfocerà nella tua giornata e le reazioni del tuo corpo saranno reali.
Ci sono molte etichette in questo ambiente online e ovviamente sono reali anche al di fuori delle app. In queste app puoi definire chi sei, cosa stai cercando e in quali condizioni lo stai cercando; allo stesso tempo, questo cambia il modo in cui ci rivolgiamo gli uni agli altri: anziché dire “Ciao”, chiediamo “vuoi scopare?”. Ciò che mi colpisce sempre è che, per quanto si possa essere schietti, bisogna tenere conto del fatto che l’altra persona è una persona in carne e ossa, cbe forse in quel momento sta cercando qualcosa di specifico, forse di natura sessuale, forse no, ma, proprio come me o te ha un vissuto che va oltre quello che propone sull’app. Chava sta nascondendo qualcosa di molto complesso di sé, ovvero la sua età, e come si sente al riguardo, ma allo stesso tempo si trova quasi costretto a nascondersi sotto questo strato di mascolinità, a causa dell’ambiente, mentre Maxime è più diretto, mostra il proprio corpo, ma non le sue emozioni e soprattutto nasconde la sua condizione di rifugiato. Su queste app si crea un personaggio e quando si sceglie di incontrare l’altra persona, si sgretola tutto.
Come si inserisce il vostro film nel panorama cinematografico attuale in Messico?
Huberto: Di solito a Tijuana arrivano le grandi produzioni internazionali, perché un tempo c’era un grande studios, chiamato Rosarito, dove ad esempio è stato girato Titanic. È un territorio molto legato al cinema, poi c’è stata una forte crisi economica nell’ultimo anno. C’è una nuova scalpitante generazione di registi che hanno l’opportunità di studiare, di fare ciò che vogliono e anche per questo abbiamo voluto fare il film lì con una crew locale. Nelle produzioni internazionali che sono state girate lì c’è sempre questa idea che Tijuana sia un posto dove esiste solo solo la violenza e la corruzione, gli Stati Uniti amano rappresentare il Messico così. Era importante per noi condividere con il mondo una differente prospettiva, che passa dalle strade, dalle case e arriva in questo rifugio, la Casa de Luz, e ovviamente il pubblico potrebbe aspettarsi un posto triste e oscuro, perché le storie di immagrazioni alle quali siamo abituati prendono sempre quella strada. Casa de Luz però è un luogo di comunità, autocostruito, dove ci sono attività variegate come momenti di meditazione e tanto altro e poi i residenti hanno anche la possibilità di lavorare fuori dal rifugio. Volevamo portare sullo schermo vita normale, vita che vediamo e viviamo e ci siamo riusciti.
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