Falling House – Cercare la libertà mentre ogni cosa intorno cade
Un atto d’amore per il proprio Paese, l’Iran, e un gesto di speranza per chi continua a chiedere libertà; così Mohsen Gharaie ha presentato il suo ultimo lavoro, Falling House (Moragheb è il titolo originale), all’anteprima veneziana del film, in concorso nella sezione Orizzonti. Accompagnato unicamente dalla produttrice Odessa Rae, già produttrice di La voce di Hind Rajab (il cast non ha potuto partecipare all’anteprima a causa della cancellazione dei voli dovuta ai bombardamenti sul territorio iraniano), il regista ne ha raccontato la lavorazione lunga e travagliata: per ottenere i permessi necessari alle riprese è stato costretto a modificare lo script e, quando Falling House ha iniziato a discostarsi dal progetto ufficiale, sono arrivate decine di minacce di morte.
Ci troviamo nella periferia di Teheran, oggi. Rashid è un padre di famiglia amorevole e una guardia carceraria che cerca di aiutare il più possibile i detenuti: mette loro la musica dall’interfono, prova a procurare una seconda porzione di cibo quando può. Un giorno, però, viene accusato di aver aiutato un detenuto a fuggire e viene allontanato dall’incarico. La perdita del proprio ruolo sociale coincide con l’imminente perdita della casa: a causa di un progetto di riqualificazione urbana, l’abitazione della famiglia è destinata alla demolizione. Quando Rashid scopre che la figlia maggiore, Ensi, sta progettando di trasferirsi in Turchia per inseguire il sogno di diventare modella, aiutata segretamente dalla madre e dalla sorellina, cerca di ristabilire il proprio controllo, almeno all’interno della famiglia, trasformando così la casa in un carcere e impedendo alle donne di uscire e di sottrarsi alla sua autorità.

Come accadeva già ne Il seme del fico sacro, la cui trama presenta alcune significative analogie con quella di Falling House, sebbene con una complessità e una stratificazione differenti, la famiglia diviene la lente attraverso cui leggere le tensioni che percorrono la società iraniana.
Vittima di un sistema che lo espelle e lo priva del proprio ruolo, Rashid finisce per riprodurne le logiche all’interno delle mura domestiche, diventando il simbolo del regime iraniano stesso e della mentalità patriarcale del Paese: le donne della famiglia non sono più dunque percepite come alterità a se stanti, ma diventano qualcosa da possedere, da trattenere con la forza quando minacciano di sfuggire al controllo.
Mentre tutto intorno a lui sembra sul punto di crollare – le ruspe incombono sulla casa, mentre Rashid continua a trovare il modo di rimandare, giorno dopo giorno, l’inevitabile – anche i riferimenti su cui ha costruito la propria identità, dal ruolo di pater familias alla posizione occupata nella società, vengono progressivamente meno e il controllo e la sopraffazione diventano la difesa estrema e malata con cui reagire alla perdita identitaria.
A fare da contraltare a questo progressivo ripiegamento ci sono le tre figure femminili del film, che rappresentano la componente vitale della società iraniana, la forza propulsiva che ne mette in discussione i meccanismi. Quelli che le ritraggono insieme sono i momenti più felici e spensierati del film, ma costituiscono al tempo stesso piccoli atti di disobbedienza quotidiana: le vediamo andare in bicicletta, posare per le foto con cui promuovere i lavori sartoriali della madre, sfilare sul tetto di casa con tacchi intinti nella vernice rossa, su una passerella improvvisata e tracciata con una striscia di scotch. Mohsen Gharaie mette a confronto tre generazioni di donne e tre diversi modi di reagire ai soprusi del regime: la madre è ancora conciliante e tenta, nonostante tutto, di mediare con la figura paterna; Ensi, interpretata da Laleh Marzban, premiata come miglior attrice nella sezione Orizzonti, sceglie di abbandonare il Paese, scontrandosi duramente con il padre; infine la piccola Janan rappresenta una terza via, ancora indefinita, ma già capace di immaginare un futuro diverso.
L’istanza di denuncia del regime iraniano, ben evidente nell’uso insistito di un certo simbolismo e di allegorie visive (la famiglia è lo specchio della società iraniana, Rashid rappresenta il regime stesso), perde però parte della sua forza quando il film abbandona il realismo e scivola nel melodramma, accumulando una serie di tragedie che si abbattono sulla famiglia – le tensioni familiari, la malattia di Ensi, l’abbattimento della casa – finendo per attenuare l’impatto emotivo delle vicende e far perdere credibilità alla storia.
La sceneggiatura, inoltre, appare eccessivamente verbosa, dice anziché mostrare: la madre ci spiega, per esempio, che il padre è sempre stato controllante e possessivo, ma questa ambiguità non viene mostrata e il cambiamento del personaggio di Rashid rispetto all’inizio del film appare fin troppo repentino. Quando la storia inizia a diventare ripetitiva e il film sembra girare su se stesso, anche l’atto di accusa del regista perde incisività e finisce per rimanere imbrigliato nei suoi stessi vincoli narrativi e formali.
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