In the Hand of Dante è come il sogno di un pazzo, non svegliatelo! | Venezia 82
Siano benedette le menti che vagano in libertà nel mondo della propria immaginazione e decidono di far trapelare qualcosa di ciò che pensano. In the Hand of Dante è il sogno di un pazzo, quel pazzo si chiama Julian Schnabel, artista che è stato in grado di radunare un cast stellare per architettare uno dei più grandi scherzi cinematografici che il Lido di Venezia abbia testimoniato nella sua storia recente. Tale, credo, vada considerato: uno scherzo, appunto, una follia che prende le mosse dal manoscritto più prezioso della letteratura di ogni tempo e scompagina passato e presente per dare rappresentazione di quell’euforia malata e collettiva che coglie l’essere umano quando è alla ricerca del sublime. Al posto del Graal la Comedìa di Dante Alighieri, al posto dei Cavalieri, un gruppo ben congegnato e malmisto composto da uno scrittore filologo, un killer, Al Pacino, un trafficante di opere d’arte, Franco Nero boss della mafia siciliana, Michele Sindona (whaaaat?), il cartonato di Gal Gadot e Martin Scorsese vestito da saggio stregone.

Ci avrete capito poco, ma in sala la sensazione è stata la medesima. Procedendo per gradi, se possibile, In the Hand of Dante racconta la storia di uno scrittore completamente fissato con la Divina Commedia, un Oscar Isaac che sembra essere la reincarnazione del Sommo Poeta fiorentino e viene ingaggiato da John Malkovich trafficante di beni preziosi per recuperare e autenticare un manoscritto che giace nelle mani di una famiglia siciliana. Nel mezzo ci sono le violenze di un odiosissimo Gerard Butler nei panni di un killer professionista e una faida familiare in trinacria. In questo film il presente diegetico (siamo nel 2001) o più recente è in un bianco e nero esasperante, il passato a colori, quasi a voler dire che tutto ciò che accade è in qualche modo già accaduto, è sbiadito e non conta più niente. A restare è appunto il sublime, la storia, i momenti fondamentali di una vita poetica che ha però delle forti lacune. Dante cantò di Beatrice e mai di Gemma, sua moglie.

Questo aspetto dell’esperienza dantesca sembra proprio non andare giù all’artista Julian Schnabel, che svela poco a poco il vero intento del film: ricucire una ferita d’amore che dura da settecento anni. Per farlo sceglie di costruire un teatro fatto di personaggi scalcagnati, di macchiette che con formidabile ironia fa ballare al ritmo di una regia ubriaca, come se la steady-cam quasi onnipresente fosse manovrata direttamente su un vaporetto veneziano alla deriva. Da nausea, ma ben in linea col disordine estetico e di scrittura che questo film non riesce mai a nascondere. Punto cardine di questo caos, quasi un occhio del ciclone completamente immobile e in contrasto con tutto il resto è proprio Gemma Donati, quella donna a cui Julian Schnabel ha in qualche modo dedicato questo sforzo creativo, dandole il volto di Gal Gadot, fissa, appunto, marmorea e algida come solo lei sa essere. L’attrice apporta la sua classica performance di parole meccanicamente scandite e mimiche facciali da pubblicità di profumi risultando inaspettatamente efficace nella sua funzione di donna che mai fu cantata e sempre fu schiacciata, almeno letterariamente, dalla figura ingombrante di Beatrice.

In the Hand of Dante è, forse, un film dedicato a tutte le Gemma Donati del mondo, oppure no, è stata solo una follia e ci siamo divertiti molto, e se non ci abbiamo capito granché, beh, come dice Jason Momoa: “‘Staminchia!”, abbiamo visto un regista fare ciò che gli pare – privilegio ormai raro – e abbiamo tante cose nuove di cui parlare, dalla barba di Scorsese al melodramma di Sabrina Impacciatore… insomma, non è cinema stagnante quello di Julian Schnabel, ma bisogna saper stare a galla.
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