Addio a The Bear, una serie che ha avuto tempo di sbagliare
Come ci diceva la saggia madre di Forrest Gump, «la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita» e questa frase potrebbe essere applicata all’esperienza altalenante e spesso frustrante che è stata seguire The Bear per questi cinque (e apparentemente infiniti) anni. In cinque stagioni – e un merito che dobbiamo riconoscerle è proprio la costanza dei suoi rilasci, più puntuali delle scadenze della TARI – la creatura di Christopher Storer è stata capolavoro e scempio, rivoluzione televisiva e parodia di se stessa, l’equivalente moderno del Globe Theater shakesperiano e una vetrina per far guadagnare Emmy facili alle guest star casuali scelte di stagione in stagione.
Ogni giugno premevi play e non sapevi che versione della serie ti saresti trovato davanti, se Carmy (Jeremy Allen White) avrebbe passato i successivi 10 episodi a inseguire la sua ex Claire (una Molly Gordon sacrificata all’altare dei personaggi femminili con lo spessore di una sottiletta), a litigare con qualcuno o magari non l’avremmo nemmeno visto perché la serie doveva presentarci il venticinquesimo fratello Fak, se gli episodi sarebbero stati ambientati in cucina, a un matrimonio, a una cena di famiglia o in qualsiasi altro posto la sceneggiatura volesse trascinarci in quel momento.

Tutto era una sorpresa e non sempre una positiva. Una serie ha diritto e dovere di evolversi soprattutto se gode del privilegio – e nell’era dello streaming è alquanto raro – del rinnovo annuale, ma nel caso della terza e della quarta stagione di The Bear, per usare giustamente una metafora culinaria, ci trovavamo di fronte a una pentola a pressione lasciata senza coperchio. Si era dimenticata il suo scopo e la sua identità, si disperdeva alla ricerca di qualcos’altro, ha lasciato Sydney (Ayo Edebiri) in secondo piano mentre Carmy diventava l’ombra di se stesso. Ogni sentimento era sottotitolato da needle drop continui e spesso estenuanti, volti più a far notare il potere di acquisto verso la SIAE piuttosto che ad arricchire la storia, le conversazioni erano macchinose, dei voli pindarici per esplorare quanto anche 20 minuti di parole ininterrotte possano non portare con loro assolutamente nessuna risoluzione.
Il problema era uno: The Bear era diventato troppo famoso e questo significava che la semplicità che aveva contraddistinto la prima stagione e parte della seconda non bastava, doveva diventare più prestige e questo comportava una cacofonia di clip costruite ad hoc per essere clip per gli emmy, guest stars (una presenza sempre massiccia di Jamie Lee Curtis), episodi “bolla” e tanto tanto altro. La serie che amavamo però era sparita.
Arriviamo al giugno 2026. The Bear giunge alla sua ultima stagione circondata dal silenzio, tra chi aveva mollato la serie da tempo e chi aveva il timore di trovarsi davanti all’ennesima brutta copia del passato. La fortuna è che Christopher Storer sembra, come un alunno rimandato a settembre, di aver finalmente imparato dai suoi errori e di essere arrivato preparato, disponibile a correggere il tiro senza auto-copiarsi. La quinta stagione di The Bear è, per riassumerla in termini semplicistici, un sospiro di sollievo. Spesso in questo lungo percorso abbiamo visto quanto sia faticoso stare meglio, lo vedevamo negli occhi algidi di Jeremy Allen White ogni volta che si fermavano vacui sull’ennesima imperfezione, mentre Carmy inseguiva una perfezione che sapeva di dovere morale verso suo fratello Michael (Jon Bernthal) e il suo lascito. Ora lo chef ha preso una decisione, lascerà il ristorante e questo ultimo turno, che rischia di essere tale per tutti, è un canto del cigno. In quel lungo addio, guidato in cucina da Sydney che nella cucina trova ancora il piacere che Carmy ha perso da tempo, c’è la possibilità di respirare, di sperimentare, di non vedere gli errori o le falle del sistema come la fine del mondo, ma come un’opportunità.

Una pioggia torrenziale colpisce Chicago e il ristorante appare cadere a pezzi sia metaforicamente che letteralmente, tubi si rompono, un cartonato di Paul Rudd giudica ogni errore della ciurma che cerca di salvare la nave da un naufragio annunciato, anche se il countdown per la fine è già scaduto. Un ultimo servizio significa anche un’ultima possibilità per guadagnare la tanto agognata stella Michelin, quando però la materia prima per cucinare scarseggia tra spedizione cancellate per soldi o per il mal tempo e Richie accetta più coperti del previsto, la situazione richiede una fantasia che va oltre la sperimentazione culinaria, è improvvisazione pura, reinvenzione non solo dei piatti e del ristorante ma anche del proprio vissuto.
Ancorata per sette degli otto episodi al ristorante e a un unico turno di lavoro – fatta eccezione la storyline di Cicero (Oliver Platt) e Computer (Brian Koppelman) alla ricerca di un modo per non dover vendere il locale – la serie sembra imparare la lezione del format di The Pitt, senza però ancorarsi (giustamente) a una suddivisione oraria. Se tra le mura del Pittsburgh Trauma Medical Center, Noah Wyle segue un flusso di lavoro continuo, qui si parte dalla preparazione di quest’ultimo servizio per aprire poi le porte del ristorante e iniziare ad accogliere clienti su clienti, in un’escalation che culmina nel settimo episodio, Caramello, che rappresenta la somma di tutto ciò di bello che The Bear ci ha offerto in questi anni. Anche in quell’escalation la serie però è capace di mostrare una maggiore maturità, una crescita che la sceneggiatura condivide con i suoi personaggi, figli di un approccio diverso, più ragionato e meno istintivo. Dove c’erano le urla, ora c’è la possibilità di dialogare e se degli impeti di rabbia possono rimanere perché parte della natura umana, ora il ristorante è tornato ad essere, come alle sue origini, frutto di una famiglia e del suo storico condiviso.

In questa stagione Carmy, pronto a lasciare il ristorante, passa in secondo piano, lasciando il timone a Sydney e Richie che nel corso degli anni e degli episodi sono riusciti finalmente a trovare un necessario equilibrio che non include più delle (letterali) pugnalate, ma dei piccoli screzi causati soprattutto da ordini non rispettati non mancano. Ayo Edebiri e Ebon Moss-Bachrach con i loro rispettivi personaggi sono protagonisti e partecipanti di due delle parabole evolutive più attente e toccanti della serialità recente. In particolare, per Richie, l’episodio Forchette nella seconda stagione, che lo aveva visto protagonista di uno stage in un altro ristorante, ha rappresentato per lui un vero spartiacque che ha cambiato la sua attitudine verso il lavoro e verso i suoi colleghi e il finale che la serie gli riserva mostra un ultimo inchino a un personaggio che rappresenta il cuore stesso della serie. Sydney in questa stagione ottiene finalmente la centralità di cui era stata privata in passato e mostra una positiva fermezza, un approccio curioso alla cucina che non si ferma alle ansie ma accetta il cambiamento anche quando non è voluto. L’altra faccia della moneta di Carmy che in realtà gli assomiglia più del necessario: quello che cambia è la voglia di non rimanere ferma, incagliata su un iceberg e di volere andare avanti, di regalare una venticinquesima ora al ristorante a cui ha dato tutte le sue energie.
La quinta stagione di The Bear porta in qualche strano e bizzarro modo a riconsiderare il passato, a vedere quegli errori sul percorso, quelle divagazioni come parte integrante della sua crescita, perché se la serie è riuscita a diventare in questi ultimi episodi quello che sarebbe sempre dovuta essere è perché ha avuto – e nel tempo dello streaming è qualcosa di terribilmente raro – il tempo di sbagliare, il tempo di trovare la sua forma e di tornare finalmente in carreggiata. È un addio dolce-amaro, dove la vittoria rimane incerta, chiusa in un tempo che potrebbe essere meno di quello annunciato, e mentre la pioggia batte sul tetto e si mangia le fondamenta del locale, ci si rende conto che in quella cucina può accedere ancora una straordinaria magia. Con i suoi alti e bassi, The Bear rappresenta uno degli ultimi esempi di una serie che ha avuto modo e tempo di esistere, che ci ha insegnato che facciamo bene a non lavorare in cucina e che dovremmo avere più rispetto dello staff di un ristorante perché non sappiamo mai che stratagemma hanno architettato per farci sedere per tempo o che piatto hanno cambiato nel menù per venire incontro agli ingredienti a loro disposizione. Nelle sue ansie e nel suo amore, The Bear ci ha regalato anni frustranti, talvolta noiosi, angoscianti, ma anche piene della gioia che si ha solo quando si vede qualcuno creare ciò che ama.
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